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Étienne-François Geoffroy (Geoffroy l'Ainé) - Delle frodi concernenti la Pietra filosofale. (1722) - introduzione e traduzione di Massimo Marra

On Line dal 30/06/2012


Étienne-François Geoffroy, fonte Wikimedia Commons

Nel 1722 l’accademico Étienne-François Geoffroy – detto l’ainé per distinguerlo da suo fratello Claude-Joseph, anch’egli illustre uomo di scienza, ma nato nel 1685 e perciò chiamato le jeune o le cadet - aveva ormai 50 anni, ed era un uomo di scienza apprezzato e premiato. Membro dell’Académie Royale des Sciences dal 1699, la sua carriera scientifica era ormai un esempio fulgido citato ed ammirato. Nato a Parigi nel 1672 (1) da un ricca famiglia di farmacisti, Étienne-François era stato destinato dal padre, Mathieu-François Geoffroy, a seguire le sue stesse orme e divenire titolare dell’affermata attività di famiglia. A casa sua si avvicendano i più grandi uomini di scienza, e si susseguono conferenze e disertazioni. Il giovane cresce in un’atmosfera di fervore intellettuale che lo porta pian piano ad esprimere una feconda inclinazione per la botanica e la chimica. Viaggia a Montpellier, da un collega del padre per approfondire la farmacologia del tempo, e poi viaggia per tutta la Francia. Di ritorno a Parigi la sua erudizione è tale che il giovane, già nel 1698, viene chiamato come medico dal conte di Tallard, ambasciatore straordinario in Inghilterra, e con questo nobile parte alla volta di Londra, dove entra in contatto con gli autorevoli membri della Royal Society di Londra e viene accolto tra essi come fellow; rientrato nuovamente a Parigi, l’anno dopo, viene accolto con la benedizione paterna, si dedica così allo studio accademico della scienza medica, nella quale ottiene con rapidità baccalaureato e dottorato. Ma, invece di esercitare, egli si immerge ancor più nello studio. Inizierà ad esercitare solo anni dopo; tuttavia la professione sarà presto rimpiazzata dall’insegnamento, poiché nel 1707 gli viene affidata la cattedra di chimica al Giardino Reale delle Piante e, alcuni anni dopo, quella di medicina e farmacia dello studio parigino. Nel 1726 sarà eletto decano dell’università, e sosterrà i suoi impegni accademici fino al 1731, anno della morte. Già anni prima aveva iniziato a dettare agli auditori del College de France la sua storia della materia medicale. L’opera incompleta (aveva completato solo la parte dedicata al regno minerale, ed era arrivato all’incirca alla metà di quella dedicata al regno vegetale) verrà raccolta, insieme ad alcuni dei suoi opuscoli scientifici, ed edita in tre volumi nel 1742 col titolo di Tractatus de Materia Medica sive de simplicium historia.

L’opera sarà presto tradotta in francese e completata da illustri epigoni; l’edizione latina di questa versione completata conoscerà diverse ristampe italiane e, tra il 1760 ed il 1765, un’edizione tedesca in 8 volumi. Ma la fama postuma dell’autore fu assicurata soprattutto dal fatto che, nei suoi studi chimici, Geoffroy per primo parla di affinità chimica come di una attrazione specifica tra elementi differenti. La sua tavola delle affinità (1718) rimarrà un riferimento fino ai lavori di Berthollet, che getteranno nuova luce sullo studio delle affinità chimiche.

È oggi disponibile on-line una raccolta della corrispondenza di Geoffry tra il 1714 ed il 1730.

Nel 1722 l’accademico Geoffroy l’ainé, dicevamo, era un uomo di scienza autorevole, e la sua posizione pubblica in vista e sicura. Eppure qualcosa agitava un po’ la mente e la tranquillità dell’uomo di scienza. Nella Parigi della scienza, della fisica e della chimica di geniali studiosi, come i suoi colleghi dell’Académie Nicolas Lemery (1645-1715) – l’autore del celeberrimo Cours de Chimie – o di René-Antoine Ferchault de Réaumur (1683-1757) – il geniale uomo di scienza inventore, tra le altre cose, del termometro ad alcool – un’ombra oscura di superstizione ingiustificabile ed oscena serpeggiava ancora nella cultura dell’uomo comune, e non solo di esso. La Pietra Filosofale, l’antica ed invitta chimera, continuava a mietere consensi e sostenitori; queste vittime di una ingenuità che doveva apparire, di giorno in giorno, sempre più ingiustificabile agli occhi dei serissimi membri dell’Accademia, erano tutt’altro che una sparuta e residuale schiera. Maggiore era la luce che la nuova chimica andava spargendo dalla pagine delle Memoires accademiche, maggiore sembrava la risorgenza della crisopea. Sebbene ancora lontani da Lavoisier (1743-1794), il padre della chimica quantitativa, la chimica di Geoffroy e Reamur aveva già lasciato alle spalle la speculazione ermetica, della quale aveva ereditato il linguaggio e la nomenclatura disprezzandone l’insegnamento e le astruse astrazioni, le confusionarie operazioni e le ridicole pretese. La sciocchezza della trasmutazione dei metalli vili in oro tuttavia era una pericolosa fantasia che continua a serpeggiare, in Francia come nel resto d’Europa.

Proprio in quella stessa Parigi in cui egli insegna da anni, la circolazione di una serie di libri, venduti e talvolta più volte ristampati, ne erano il segno tangibile. Ancora circolava e veniva usato il Dictionnaire Hermétique del medico alchimista Guillaume Salmon (1644-1713), uscito nel 1695, così come ancora letto e circolante era il misterioso Le filet d’Ariadne, anch’esso uscito nel 1695; da un decina d’anni circolava la seconda edizione (1710) di un testo del 1699, il Triomphe Hermetique di Claude Limonjon de Saint-Didier.

Gli alchimisti! Étienne-François ne aveva conosciuti diversi, e non solo ignoranti e volgari imbroglioni, ma anche stravaganti e coltissimi praticanti di incomprensibili scienze occulte. A casa di suo padre, Mathieu-François, e più ancora nel suo laboratorio, ne circolava spesso uno che era un buon amico di famiglia e che collaborava anche ad alcune delle ricerche paterne. Si trattava di quell’italiano, quel famoso Francesco Pompeo Colonna amico di de Boulainvilliers e dei Richelieu, che si firmava Crosset de la Haumerie, oppure Sieur le Crom, ed era fin troppo noto nella Parigi intellettuale. Nelle opere di questo strano soggetto si continuava a parlare di oro potabile, di quintessenze e di Grande Opera. Proprio in quei giorni Crosset de la Haumerie stava pubblicando un nuovo libro di alchimia, che già faceva parlare di sé: Les secrets les plus cachés de la philosophie des anciens, decouverts et expliqués à la suite d’une histoire des plus curieuses (Paris 1722). Il libro si apriva proprio col racconto di una trasmutazione miracolosa, e l’autore, troppo colto ed autorevole frequentatore della miglior nobiltà parigina, non era certo svergognabile alla stregua di un insipiente ciarlatano.

Eppure la chimera della trasmutazione andava denunciata, la sua palese impossibilità pratica, l’impotenza della realtà rispetto alla persistenza del sogno, andava ribadita agli spiriti illuminati ed additata con maggior forza a quelli ottenebrati. Le fole del prétendu Crosset de la Haumerie e dell’antica consorteria di cui era il brillante prosecutore, andavano presentate finalmente per quel che erano.

Questo breve intervento di Geoffroy, che presentava in rassegna una serie di audaci trucchi e prodezze prestidigitatorie per operare miracoli trasmutatori, gettava luce su quali potessero essere le tecniche dei truffatori che negli ultimi due secoli avevano sbalordito le corti d’Europa, finendo invariabilmente le loro brillanti parabole di ricchezza e notorietà all’inquietante ombra della forca. Geoffroy insegna i trucchi che, probabilmente, dovettero essere il pane quotidiano di Bragadin (2), di Krohneman (3), e di quel Domenico Manuel (4) che aveva appena tredici anni prima finito la sua carriera di truffatore a Berlino, appeso ad un forca dorata.

La rassegna delle tecniche truffaldine di Geoffroy rimarrà a lungo un caposaldo nell’argomentazione degli avversari moderni dell’alchimia, così come degli storici positivisti. Lo scritto, ripubblicato a venti anni dalla sua uscita nel secondo volume della Histoire de la Philosophie Hermétique dell'abate Lenglet Dufresnoy (1742), diverrà elemento centrale di ogni rispettabile bibliografia moderna sull'alchimia. Nel 1867, l’archeologo e numismatico Pierre Rose Martin Rey, ancora cita deferentemente il lavoro di Geoffroy (5).

NOTE:

(1) Le informazioni biografiche su Geoffroy l’ainé sono tratte dall’articolo che gli consacra la Biographie Universelle del Michaud (Paris 1856), tome seizième, pp. 208-209.

(2) Su Marco Bragadin vedi sinteticamente il nostro La Pietra, il Belzuar e la Polvere: qualche storia italiana di alchimisti, principi e truffatori nell'Italia del XVII secolo. Su questo stesso sito vedi anche l’interessante testimonianza del Villamont e il breve articolo di Bartolomeo Cecchetti (1871).

(3) Sulle trasmutazioni di Krohneman alla corte del margravio Christian Ernst von Brandenburg-Bayreuth (1644-1712), testimoniate da una serie di monete e medaglie coniate tra il 1677 ed il 1686, vedi sinteticamente Henri Carrington Bolton, Contribution of Alchemy to Numismatic (New York 1890, pp. 22-28). In realtà Carrington Bolton fa un po’ di confusione, e piazza l’attività dell’audace barone Krohneman alla corte del figlio del margravio, Georg Wilhelm (1678-1726).

(4) Su Domenico Manuel e la sua avventurosa vita vedi Louis Figuier, L’Alchimie et le Alchimistes (Paris 1856), pp. 332-339.

(5) Anciennes Monnaies Hermétiques faites d'or et argent philosophal di Pierre Rose Martin-Rey, pubblicato nella Revue Numismatique nouvelle série, Tome douzième, 1867 (pp. 255-274). Vedi la traduzione italiana su questo stesso sito

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Étienne-François Geoffroy (Geoffroy l’Ainé)

DELLE FRODI CONCERNENTI LA PIETRA FILOSOFALE.


Da Histoire de l’Académie Royale des sciences, Année MDCCCXXII, avec les mémoire de Mathematique et de Phisique pour la même année, 1724, pp 61-70.

Traduzione di Massimo Marra © - tutti i diritti riservati – riproduzione vietata con qualsiasi mezzo e con qualsiasi fine.


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Sarebbe desiderabile che l’arte di imbrogliare fosse completamente ignorata dagli uomini d’ogni sorte di professioni. Ma poiché l’insaziabile avidità di guadagno impegna una parte degli uomini a mettere quest’arte in pratica in un’infinità di maniere differenti, è prudente cercare di conoscere queste sorti di frodi per difendersene.

Nel campo della Chimica la Pietra Filosofale apre un campo vastissimo all’impostura.

L’idea delle ricchezze immense che ci si promettono per mezzo di questa Pietra, colpisce vivamente l’immaginazione degli uomini. Siccome d’altronde si crede facilmente a ciò che si desidera, il desiderio di possedere questa Pietra porta ben presto lo spirito ad ammetterne la possibilità.

In tale disposizione in cui si trova la maggior parte degli spiriti al riguardo di questa Pietra, se arriva qualcuno che assicura di aver fatto questa famosa operazione, o qualche altra che vi ci conduce, che parla con tono imponente e con qualche apparenza di ragione, appoggiando i suoi ragionamenti con qualche esperienza, lo si ascolta con favore, si presta fede ai suoi discorsi, ci si lascia sorprendere dai suoi giochi di mano o da esperienze assai seducenti che la Chimica fornisce generosamente: infine, e ciò è quanto di più sorprendente, si anticipano somme considerevoli a tale sorta di impostori, i quali, con vari pretesti, ci domandano il denaro di cui dicono di aver bisogno proprio nello stesso momento in cui si vantano di possedere una sorgente inesauribile di tesori.

Benché vi sia qualche inconveniente nel mettere a nudo gli imbrogli di cui si servono questi impostori, poiché qualcuno potrebbe abusare di tali conoscenze, ve ne sono ciò nonostante di più nel non farle conoscere, poiché mettendole allo scoperto si impedisce ad un gran numero di persone di lasciarsi sedurre dai loro giochi di destrezza.
È dunque con l’intento di impedire che il pubblico si lasci abusare da questi pretesi Filosofi Chimici, che riporto qui i principali mezzi di inganno che essi hanno costume di impiegare e che sono venuti a mia conoscenza.

Siccome la loro intenzione è generalmente il far trovare l’oro o l’Argento al posto delle materie minerali che essi pretendono di trasmutare, si servono sovente di crogioli a doppio fondo, di cui essi hanno guarnito la base con calce d’oro o d’argento; ricoprono poi questo strato con polvere di crogiolo incorporata con acqua gommata o un po’ di cera, ed accomodano il tutto in modo che appaia come il vero fondo del crogiolo o della coppella.

In altri casi praticano un foro in un pezzo di carbone, ed in esso colano la polvere d’oro o d’argento, che richiudono poi con della cera, oppure saturano di carbone questi metalli sciolti, e trasformano il tutto in una polvere da proiettare sulle materie che devono trasformare.

Si servono poi di bacchette o di piccoli pezzi di legno cavi all’estremità, il cui buco viene riempito di limatura di oro o d’argento, e ritappato poi con segatura del medesimo legno. Essi rimestano le materie fuse con tali bacchette, che, bruciandosi, rilasciano nel crogiolo il metallo fino che contengono.

Inoltre mescolano in un’infinità di modi differenti l’Oro e l’Argento nelle materie su cui lavorano; perché una piccola quantità d’oro o d’argento non si percepisce affatto in un grosso quantitativo di mercurio, di regolo d’antimonio, di piombo, di rame o di qualche altro metallo.

Oro o argento in calce si mescolano con facilità nelle calci di piombo, d’antimonio o di mercurio.
Si possono racchiudere nel piombo della graniglia o dei lingotti d’oro e d’argento. Si sbianca l’oro con dell’argento vivo e lo si fa passare per dello stagno o argento. Quando poi si ritirano dalla fusione queste materie separate, le si dà per ottenute con la trasmutazione.

Bisogna stare attenti a tutto ciò che passa tra le mani di questo tipo di persone, perché sovente le acque forti o le acque regie che essi impiegano sono già cariche di oro ed argento disciolti. Le carte con cui avvolgono le loro materie sono talvolta impregnate di calci di questi metalli. Le scritture o le macchie che vi appaiono sopra possono essere fatte con tinture di questi metalli. Le carte di cui si servono possono nascondere queste calci metalliche nel loro spessore. Si è visto lo stesso vetro, uscendo dalle vetrerie, carico di qualche porzione d’oro che essi vi avevano destramente fatto scivolare mentre la materia era ancora in fusione nel forno.

Qualcuno ha operato con dei chiodi per metà di ferro e per metà d’oro o argento. Essi fanno credere di aver eseguito una vera trasmutazione della metà di questi chiodi immergendoli in parte in una finta tintura. A prima vista niente di più seducente, e, ciò nonostante, si tratta di un gioco di prestigio. Questi chiodi che sembrano tutti di ferro, erano nondimeno composti di due pezzi, uno di ferro ed uno d’oro o di argento, assai ben fusi insieme l’uno all’estremità dell’altro, e ricoperti di colore ferroso che scompare immergendoli nel loro liquido. Tale era ad esempio il chiodo metà d’oro e metà di ferro visto nel gabinetto del Granduca di Toscana. Tali sono quelli che oggi presento alla Compagnia, per metà argento e per metà ferro. Tale era il coltello che un tempo fu presentato da un monaco alla regina Elisabetta d’Inghilterra nei primi anni del suo regno, la cui estremità della lama era d’oro, così come tali erano quelli che un noto ciarlatano diffondeva qualche anno or sono in Provenza, la cui lama era metà argento e metà ferro. È pur vero che si specifica che costui compiva questa operazione con coltelli che gli si portavano, e che egli rendeva nel giro di qualche giorno con l’estremità della lama convertita in argento. Ma vi è motivo di credere che questa mutazione egli non la compisse che tagliando l’estremità della lama, e fondendovi con perizia una estremità d’argento del tutto simile.

Si sono parimenti viste delle monete o medaglie per metà d’oro e per metà d’argento. Questi pezzi, si dice, furono un tempo completamente d’argento, ma immersi per metà in una tintura filosofale o nell’Elixir dei Filosofi, la metà immersa si era trasmutata in oro senza che la forma esteriore della medaglia né le sue caratteristiche ne fossero considerevolmente alterate.

Io dico che queste medaglie non furono mai tutte d’argento, almeno per quel che concerne la parte che è d’oro, e che sono composte di due porzioni, l’una d’oro e l’altra d’argento, fuse con gran precisione in maniera che figure e caratteri combacino assai esattamente; il che non è difficilissimo. Ecco come si fa, o piuttosto come lo farei io se lo volessi.

Bisogna avere più monete d’argento simili, un po’ grossolanamente coniate, ed anche un po’ usate; se ne modellerà qualcuna in terra, che si getterà poi in oro; non è neanche necessario che siano modellate in una sabbia molto fine.
Allora si taglierà precisamente una porzione di una delle medaglie d’argento, ed una pari porzione d’una delle medaglie d’oro. Dopo averle rifinite con una lima, si fonderà insieme con precisione la parte d’oro con quella d’argento, avendo cura che le figure ed i caratteri combacino il meglio possibile, e se vi è qualche parte difettosa, vi si porrà rimedio col bulino.

La porzione di medaglia che si trova d’oro, essendo stata fusa in sabbia, appare un po’ granulosa ed un po’ più grossolana della porzione d’argento, che invece è stata coniata, ma si dà questo difetto come effetto o prova dell’avvenuta trasmutazione, perché una certa quantità d’argento occupa un volume maggiore di una pari quantità d’oro, e dunque il volume dell’argento, nella trasmutazione, si ritira un po’, lasciando dei pori o degli spazi che creano la granulosità. Oltre a ciò si avrà cura di mantenere la parte d’oro un po’ più sottile di quella dell’argento, e di metterne più o meno la medesima quantità, per sorreggere la verosimiglianza del ragionamento.
Oltre questa prima medaglia, se ne può preparare una seconda in questo modo.

Si prenda una medaglia d’argento di cui si assottiglia una metà, portandola allo spessore più meno di una carta da gioco, limandola sopra e sotto senza intaccare l’altra metà che deve conservarsi intera. Si prenda una medaglia uguale in Oro e la si tagli in due nel senso dello spessore, prendendone la parte di cui si ha bisogno. Si accostino queste due parti d’oro di modo che esse ricoprano la parte limata via della medaglia d’argento, facendo attenzione a che le figure ed i caratteri combacino. Si avrà in questo modo una medaglia intera metà d’argento e metà d’oro, la cui porzione d’oro è internamente d’argento.

Si presenterà questa medaglia come un esempio d’un argento che non è stato completamente trasmutato in oro per non essere stato abbastanza tempo nell’Elixir.

Si può infine preparare una terza medaglia d’argento di cui si indora superficialmente la metà superiore ed inferiore con un amalgama di mercurio ed oro, e si fa passare una tale medaglia per un argento che non è stato immerso nell’Elixir che pochissimo tempo.

Quando si vogliono fare questi giochi, si può poi imbiancare l’oro di queste tre medaglie con un po’ di mercurio, di modo che esse appaiano internamente d’argento. Colui che si occupa di tali mestieri, che deve abilmente saper giocare di mano, per ingannare ancora meglio, presenta altre tre medaglie d’argento del tutto simili e prive di qualsivoglia preparazione, lasciandole esaminare alla compagnia che vuole truffare. Riprendendole, le sostituisce, senza lasciarsi vedere, con le medaglie preparate. Le dispone in dei vetri, nei quali versa sufficiente quantità del suo prezioso elixir all’altezza che gli conviene, ed in seguito, a tempi predeterminati, ne ritira le sue medaglie. Poi le getta nel fuoco, e ve le lascia un tempo sufficiente affinché ne esali il mercurio che imbianca l’oro. Alla fine le ritira, ed ecco che le medaglie sembrano metà d’oro e metà d’argento, con la differenza che tagliandone una piccola porzione di ciascuna, nella parte che appare d’oro, l’una non è dorata che in superficie, l’altra è d’oro solo per lo strato superficiale e d’argento all’interno, mentre la terza è d’oro in tutta la sua sostanza.

Ma la chimica offre a questi pretesi Filosofi Chimici dei mezzi ancor più sottili per le loro truffe.

Tale è, ad esempio, una circostanza particolare che si racconta in merito all’oro di una di queste presunte medaglie trasmutate, ovvero che l’oro che la compone non pesa più dell’egual volume d’argento, e che la grana di quest’oro è assai grossa, poco serrata e ricca di pori. Se ciò è vero, come si assicura, si tratta ancora di un’altra impostura, che non è impossibile imitare. Si può introdurre nell’oro una materia molto più leggera di questo metallo, che non ne alteri affatto il colore e che non abbandoni l’oro né per separazione né nella coppella. Questa materia, molto meno compatta, renderà la grana della moneta meno fine e, a parità di volume, renderà il peso assai minore, a seconda della quantità che se ne sarà introdotta.

Passiamo ad altre spettacolari esperienze. Il mercurio, carico d’un po’ di zinco e passato su rame rosso, gli dà un bel colore d’oro. Se si sbianchisce il rame con qualche preparazione di Arsenico, esso assumerà il colore dell’argento. I pretesi Filosofi producono queste preparazioni come tappa iniziale per delle tinture che promettono di perfezionare in seguito. Si fa bollire il mercurio col verderame e sembra che il mercurio in parte si fissi; ciò che resta, in effetti, non è che un amalgama di mercurio col rame che era contenuto nel verderame: si fa così passare questa operazione come una vera fissazione del mercurio.

Tutti ormai sanno il modo di cambiare dei chiodi di cinabro in argento. Questo artifizio è stato descritto in diversi libri di chimica, e per questo non lo ripeto in questa sede.

Si dà ancora il seguente processo come trasmutazione del rame in argento.

Si prenda una scatola rotonda, come una scatola da sapone, composta da due calotte di rame rosso che si congiungano e si richiudano perfettamente. Si riempia la parte bassa di una polvere appositamente preparata; dopo aver chiuso la scatola e lutata la giuntura del coperchio, la si piazzi in un fornello a fuoco moderato, sufficiente per arrossare il fondo della scatola ma non per fonderla. La si lasci in questo stato per qualche tempo, e poi si lasci spegnere il fuoco e si apra la scatola. Si troverà la parte superiore della scatola convertita in parte in argento. La polvere di cui ci si sarà serviti, in questa occasione, è la calce d’argento precipitata col sale marino, oppure la luna cornea [cloruro d’argento, N.D.T] che si diluisce con qualche mezzo conveniente.

In questa operazione la luna cornea, che è una mescolanza dell’argento e dell’acido del sale marino, si eleva facilmente per azione del fuoco, e si sublima in alto nella scatola di rame. Ma siccome l’acido del Sale marino si unisce con i metalli e li penetra assai intimamente, e siccome ha maggiori rapporti con il rame che con l’argento, a misura che esso penetra il rame attraverso i pori da cui esala, ne erode qualche particella, che porta in aria con sé, ed invece deposita le particole d’argento che aveva sublimato, componendo così una nuova parte superiore della scatola, parte di rame e parte di argento.

Qualche chimico ha sostenuto che è più facile fare l’oro che scomporlo, il che ha fatto impegnare qualcuno dei nostri presunti filosofi nella descrizione di certe operazioni per ottenere vere dissoluzioni dell’oro.

Essi ci propongono dei dissolventi che, digeriti con l’oro, ne estraggono la tintura, lasciando una porzione d’oro che essi definiscono privo d’anima o spoglio del suo zolfo o della sua tintura, poiché, fondendola, essa risulta bianca o d’un giallo pallido ed assai acre. Tale è, ad esempio, lo spirito di Nitro benzoardico. Ma questa presunta decomposizione dell’oro non è che una illusione. Questo dissolvente è talvolta carico di una quantità abbastanza grande di parti regoline d’antimonio che ha sublimato con sé nella distillazione. Quando lo si fa reagire sull’oro, in verità esso ne dissolve qualche porzione, perché è un’acqua regale che non contiene antimonio a sufficienza da non poter più corroderlo. Da ciò il colore giallo che questo dissolvente prende in questa digestione. Esso deposita così nei pori dell’oro che resta senza essere disciolto qualche porzione di regolo che conservavano in soluzione, il che rende l’oro più o meno pallido e bianco quando lo si scioglie, a seconda della quantità delle parti antimoniali che vi si saranno mescolate. Ma quest’oro che questo spirito non è affatto scomposto, come è facile accertare attraverso la precipitazione.

Non è molto che si propose all’Abate Bignon un’altra pretesa distruzione dell’oro, ovvero una maniera di ridurre questo metallo in semplice terra non più convertibile in oro. Per far ciò si faceva fondere l’oro in un crogiolo con circa trenta volte il suo peso di una polvere preparata. Quando il tutto era ben fuso, si ritirava la materia dal fuoco e la si lasciava raffreddare in una massa salina. La si lasciava sciogliere in liquore all’umidità della cantina, ed in seguito si passava questo liquore per carta grigia, sulla quale restava una polvere nera all’incirca del peso dell’oro che era stato impiegato. Questa polvere nera, sottoposta a tutte le prove, non dava più alcuna traccia d’oro, dal che si concludeva che l’oro si era decomposto e ridotto nella sua terra originaria.

Noi fummo incaricati, io, il signor Reamur e il signor Lemery, di esaminare questa operazione, e giudicammo che non era abbastanza osservare una terra fissa, ma che bisognava ancora fare attenzione al liquore passato per filtro, dove con ogni probabilità si trovava l’oro, supposto che la povere di cui ci si era serviti come mezzo non ne avesse tolta una parte durante la fusione.

Ma avendo poco dopo esaminato la polvere di cui ci si serviva per questa operazione, trovammo che si trattava di un composto di cremore di tartaro, di zolfo e di un po’ di salnitro. Allora non dubitammo più che l’oro non fosse passato nel liquore, perché queste materie, detonate e fuse insieme formano una specie di hepar sulphuris, nel quale l’oro e gli altri metalli facilmente sono dissolti, di modo che, quando si lascia sciogliere all’aria umida questo hepar sulphuris saturo d’oro, esso si risolve in un liquore rossastro col quale l’oro resta interamente unito, passando insieme ad esso attraverso la carta grigia. La terra fissa che resta sul filtro è la cenere che lascia il cremore di tartaro dopo la calcinazione, e che si voleva far passare per oro privo d’anima o decomposto.
È grazie ad artifici simili che tanta gente è stata ingannata.

Alla stesso modo, con ogni apparenza, tutte queste famose storie sulla trasmutazione dei metalli in oro o in argento per mezzo della polvere di proiezione o degli elixir filosofici, non erano altro che effetto di una qualche simile truffa; tanto più che questi pretesi filosofi non lasciano mai vedere che una o due prove, dopo le quali spariscono: oppure i procedimenti per fare la loro polvere o tintura, dopo esser riuscito in qualche occasione, cessano di avere effetto, sia perché i vasi che si erano guarniti segretamente d’oro sono stati tutti impiegati, sia perché le materie che erano state caricate d’oro sono state consumate.

Ciò che può colpire di più nelle storie che si raccontano su questi filosofi, è il disinteressamento che mostrano in qualche occasione, quando abbandonano il profitto di queste trasmutazioni, ignorando persino l’onore che potrebbero trarne. Ma questo falso disinteressamento è una delle più grandi frodi, poiché serve a diffondere l’idea ed a convincere l’opinione comune della possibilità della pietra filosofale; tale opinione darà loro modo in seguito di esercitare tanto meglio le loro truffe, risarcendosi ampiamente delle spese anticipate.


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