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Pietro Bornia - La caduta di Simon Mago (Quadro del signor Batoni, Roma), trad. di Massimo Marra

Pietro Bornia, unico ritratto mai pubblicato, dall'Annuario di scienze occulte internazionale, biografico, illustrato di Madame Fabriani (1934)

Pagina on-line dal 28/02/2017

Il presente scritto, che qui si dà in prima traduzione italiana, è originariamente uscito su L’Initiation – Revue philosophque des Hautes Etudes, vol XXI, Année 9me, n° 8 del maggio 1896. Esso è utile a delineare e confermare il profilo ideologico di quello che sarà uno dei protagonisti della scena esoterica italiana a cavallo tra l’ultimo decennio del XIX secolo e i primi decenni del ‘900, profilo che, per molti aspetti, possiamo probabilmente considerare paradigmatico di una intera generazione degli occultisti europei del tempo.
Di Pietro Bornia (1861-1934), sin da 1895 membro corrispondente del Group Indépendant d’études ésotériques, contributore regolare di Le Voile d’Isis, a partire dal febbraio 1899 tra i responsabili della Partie philosophique et Scientifique de L’Initiation, poi dal 1911 autorevole presidente dell’Accademia Virgiliana di Roma, una delle accademie direttamente create da Kremmerz, abbiamo già sintetizzato i pochi dati biografici disponibili nell’introduzione al suo studio sulla Porta Magica di Roma.
Il violento attacco anti-cristiano di questo scritto del trentacinquenne Bornia, a quest’epoca autorevole Superiore Incognito martinista e solo tre anni dopo, nel 1899, accolto nelle fila della Fratellanza di Miriam (1), è indice di un orientamento che parte consistente del movimento occultista eredita direttamente dall’ideologia massonica ottocentesca, ma che si delinea già nelle sue linee fondamentali nell’ambito della cultura libertina prima e deista ed illuminista poi, e costituisce il sottofondo costante su cui si costruisce un ideale di tolleranza universalistica mista ad un evidente anti-cristianesimo, che si troverà, alla fine del XIX secolo, in perfetta armonia con ogni forma di laicismo scientista e positivista.
L’ansia demitizzante espressa, ad esempio, negli scritti della Blavatsky, la fiera adesione evoluzionista di gran parte del movimento occultista (2) e la propaganda di uno spiritualismo e di una magia visti come scienza positiva e sperimentalmente coerente con gli orizzonti della scienza più avanzata (3), che caratterizzeranno gli occultisti fin de siècle, sono, in questo senso, l’epitome finale di un’ideologia anti-religiosa di cui ci siamo già occupati in relazione alla nascita e fenomenologia dell’esotismo spirituale (4).
Sintetizzando queste tensioni l’entusiasta Blavatsky, nella sua Isis Unveiled (1877), scrive:
«.. Nei nostri studi ci fu chiarito che i misteri non sono misteri. Nomi e luoghi che per il pensiero occidentale hanno solo un significato derivato da favole orientali, ci furono mostrati essere realtà....
La tendenza del pensiero moderno muove con evidenza verso il liberalismo in religione come in scienza. Ogni giorno porta i reazionari più vicini al punto in cui dovranno abbandonare la loro dispotica autorità sulla coscienza pubblica, che hanno così a lungo esercitato e goduto. Quando il papa può giungere a scagliare anatemi contro tutti coloro che sostengono la libertà della stampa e della parola, o insistono nell’affermare che, in caso di contrasto fra la legge civile e quella ecclesiastica debba prevalere la legge civile, e che possa essere approvato un metodo di istruzione esclusivamente laico, o quando un Tyndall, portavoce della scienza del XIX secolo afferma: “... l’inespugnabile posizione della scienza può essere definita in poche parole: noi reclamiamo, e lo strapperemo alla teologia, l’intero dominio della teoria cosmologica....”» (Iside Svelata, vol I, Scienza, trad. it. di Mario Monti, Milano 2005, pp. 20-21).
Ciò che sottende in realtà a questo carattere costante di parte del movimento occultista della Belle Époque è una radice illuministica e liberale, che, ad esempio, in questo scritto del Bornia, lealista filo-Savoia di evidente convinzione (ed è questo carattere precipuo ed italianissimo del nostro, se si considera la forte ispirazione socialista, comunista e persino anarchica che caratterizza il contemporaneo milieu occultista parigino) si esprime pienamente nell’apprezzamento finale per la libertà di culto sancita dallo Statuto Albertino.
Per Bornia il proto-gnosticismo di Simon Mago non è, in realtà, degno del minimo interesse; nel ricostruire per i lettori de L’Initiation la nota vicenda del maestro gnostico, egli non si profonde minimamente sulle fonti che, eventualmente, accanto agli Atti degli apostoli (Giustino, Ireneo, I Philosophumena di Ippolito), possano aiutare nella ricostruzione della vicenda o dei connotati ideologici dell’eresia di Simon Mago, e si affida ad un’agiografia le cui fonti principali sembrano essere i popolari pamphlet spiritisti di Loys de Rémora; per il sedicente erede degli antichi gnostici, il Superiore Incognito Martinista, l’ideologia ereticale e gnostica del protagonista del suo studio, appare in fondo priva di interesse; l’eresiarca e il suo pensiero vengono ridotti, nei fatti, al mero ruolo esemplare di vittima di quell’intolleranza che, sin dall’origine e dagli stessi Apostoli, caratterizza il Cristianesimo. Poco importano natura e caratteristiche storiche dell’eresia in questione. Qui non è questione di rivendicare eredità e filiazioni, di affermare in un contesto riattualizzato la gnosi che pure, in quegli anni, costituiva uno dei riferimenti storici e culturali più ricchi e stimolanti per la temperie occultista e per i suoi esperimenti di creatività rituale (si pensi all’Église gnostique de France di Jules Doinel, fondata appena sei anni prima ed intimamente connessa al martinismo papusiano). L’obiettivo centrale è evidenziare la violenta intolleranza di quegli gnostici dissidenti che sono i Cristiani, capitanati da san Pietro e san Paolo, «cristiani fanatici», «ignoranti di ogni dottrina scientifica degli antichi egizi» e «passivamente reintegrati» (5). I loro seguaci, ritratti nel quadro di Batoni in Santa Maria degli Angeli, hanno dipinto sul volto i vizi tipici della religione del Cristo: la crudeltà, l’intolleranza e la viltà.
Per quanto riguarda le nozioni sullo gnosticismo, Bornia sembra semplicemente rimandare agli studi di Doinel pubblicati nel vol. XVIII (1893) de L’Initiation stessa (in particolare il fascicolo di marzo, alle pp. 209-213 conteneva un articolo consacrato a Hélène Ennoia, la creatura d’elezione di Simon Mago). Maggior curiosità scientifica è manifestata, in questo senso, nella serie di articoli dedicati ai clous gnostiques (L’Initiation vol XXIX n°2, Novembre 1895; vol. 42 n°5, Février 1899; vol 44 n° 10 Juillet 1899).
Per l’occultista anticristiano, i pagani, gli gnostici ed i cristiani che assistono alla vicenda, non sono che rappresentanti di tradizioni di decadenza, possessori di frammenti isolati di una dottrina originaria ormai negletta e, nella sua unitarietà, perduta per sempre; questa conoscenza perfetta si esprimeva nell’impero di Rama, la rivelazione primordiale poi esposta, con ogni evidenza, nell’antica religione indù, di cui ogni parziale rivelazione risulta evidentemente debitrice. Si tratta di uno schema mitico propagandato dagli scritti di Saint-Yves d’Alveydre (1842-1909) che Bornia acquisisce attraverso Stanislas de Guaita (1861-1897). L’età d’oro del ciclo di Rama rievocata da Bornia era anche l’età mitica in cui la sinarchia, il sogno politico elaborato da Saint-Yves parzialmente ispirato agli Stati Generali che costituirà il riferimento utopico in campo sociologico e politico di intere generazioni di occultisti, da Papus e Barlet sino a Schwaller de Lubicz, estendeva il suo regno di pace e prosperità sulla terra (6).
Le note al testo sono dello scritto originale di Bornia. Non abbiamo ritenuto necessarie ulteriori annotazioni. Abbiamo corretto le ortografie errate - fonte di confusione - con cui il Bornia citava alcuni autori (abbiamo usato Loys de Rémora invece di Loys de Relmora, Sébastien Bourdon invece di Sébastien Bordone, M. Armellini invece di Axmellini etc.).


Massimo Marra



NOTE ALL’INTRODUZIONE:


(1) Ma Bornia inizia a firmare i suoi contributi nella kremmerziana Il Mondo Secreto già a partire dal marzo 1898.
(2) M. Marra, Positivismo scientista, darwinismo ed utopia sociale nello spiritualismo evoluzionista di matrice teosofica, in “Atrium – Centro Studi Metafisici e Tradizionali” – anno IX n°1 (2007), pp. 116-146.
(3) Nulla di più indicativo, a questo proposito, del motto che affianca, sin dai primi numeri la testata di Le Voile d’Isis, diretto da Papus con Lucien Mauchel (morto nel 1936) come redattore capo e Paul Sedir come segretario di redazione: Le Surnaturel n’existe pas, l’hazard n’existe pas.
(4) M. Marra, Un “Altrove” come specchio: orientalismo occultista e decostruzione della memoria, in Atrium, anno IX (2007) n°3, num. speciale sull’esotismo spirituale a cura di Paolo Vicentini, pp. 93-123.
(5) La mera fede e la mistica unitiva contrapposte come vie passive e femminili a quella maschile ed attiva della magia, intesa come applicazione della volontà umana opportunamente purificata e dinamizzata (secondo una famosa definizione papusiana), è un topos delle correnti occultiste fin de siècle. La magia degli occultisti della Belle Époque, di evidente matrice positivista, assume connotazioni necessitanti: essa è il prodotto scientificamente determinabile dell’applicazione di forze che risiedono nell’uomo. L’aspetto di gratia gratis data, su cui, ad esempio, tanto insisteva il mago Campanella, appare completamente scomparso in favore di una concezione scientista positivisticamente intesa.
(6) «Meditate il libro magistrale di Saint-Yves d’Alveydre, la Mission des Juifs. Religioso scrutatore delle necropoli del passato, investigatore fin nei minimi dettagli delle razze e delle religioni orientali, l’eminente occultista stabilì, su prove irrefutabili, una verità che Fabre d’Olivet prima, poi Eliphas Levi, avevano, in termini eccellenti, già fatto intravedere: che la Genesi è una cosmogonia trascendente in cui i più profondi arcani della santa Kabbala sono simbolicamente e geroglificamente rivelati. Ma la kabbala primitiva è figlia dell’ermetismo egizio, i cui miti primordiali furono attinti alla grande sorgente indù. Il signor Saint-Yves non si ferma dunque a Mosé; esplora da navigatore il fiume dei tempi passati; dispiegando tutte le vele, egli rimonta il corso dei secoli sino all’origine del ciclo di Rama.
Ecco l’immenso impero arbitrale dell’Ariete. Il suo governo “Sinarchico”, la cui organizzatore ternaria è conforme alla legge della scienza e dell’armonia, fa fiorire per duemila anni sulla terra l’età dell’oro che Ovidio ha celebrato… Rama non ha conquistato il mondo che per pacificarlo; ottenuto questo scopo egli rinuncia alla spada, alla corona, allo stendardo dell’Ariete – in una parola al potere esecutivo e militare, che egli abdica nelle mani del primo principe indiano, e indossando la tiara del Supremo pontefice universale, innalza poi l’orifiamma dell’Agnello, geroglifico del sacerdozio…
Per più di trenta secoli, sino allo scisma d’Irshou, la grande opera di Rama prospera nell’ordine e nella pace…
… i curiosi che domanderanno al libro di Saint-Yves il quadro completo di questa “Sinarchia arbitrale” saranno pienamente edotti sulla sua organizzazione, le sue leggi e il suo destino, dalla sua origine al suo apogeo, sino alla decadenza ed allo smembramento: lo scisma di Irshou, il positivista, che volle scindere l’idea di Dio escludendo il principio attivo e paterno, e fece innalzare i suoi incensi verso il principio produttore passivo: tirannia babilonese e nivivita, falsa interpretazione dualistica di Zoroastro; dinastia dei Faraoni d’Egitto, Cina di Fo-hi, emigrazione degli ebrei sotto la guida di Mosè…» (Stanislas de Guaita, Au seuil du Mystère, (Chamuel, Paris 1896, pp. 27-29). Abbiamo brevemente trattato della Sinarchia di Saint-Yves d’Alveydre e della sua influenza sull’esperienza del Centre Apostolique di Schwaller de Lubicz in R. A. Schwaller de Lubicz: la politica, l’esoterismo, l’egittologia, Mimesis, Milano 2008, pp. 85-89.


Massimo Marra © - tutti i diritti riservati - riproduzione vietata con qualsiasi mezzo e per qualsiasi fine.



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Pietro Bornia
LA CADUTA DI SIMON MAGO
(Quadro del signor Batoni, Roma)



Foto del quadro di Batoni in Santa Maria degli Angeli di Roma di Richard Stracke. Immagine da http://www.christianiconography.info/staMariaAngeli/magusFallBatoni.html disponibile sotto Attribution-NonCommercial-ShareAlike license.

Traduzione di Massimo Marra © - tutti i diritti riservati - riproduzione vietata con qualsiasi mezzo e per qualsiasi fine.


Era una bella giornata dell’anno 64 dopo Cristo. La plebaglia, sotto il bel cielo azzurro e i raggi dardeggianti del sole di mezzogiorno, si spingeva verso il foro romano per assistere ad uno strano spettacolo che non si sarebbe replicato che qualche secolo dopo, al tempo delle Crociate, in Palestina, e, successivamente, al tempo di Gerolamo Savonarola a Firenze, vale a dire ad una sfida religiosa.
Questa folla non era più quella di un tempo, vale a dire che essa non era più composta semplicemente da cittadini dell’urbe; al contrario, era una folla eterogenea, dall’aspetto composito, dalle figure differenti, con gesti, linguaggi ed abbigliamenti variegati; era, in una parola, una folla cosmopolita, tale quale doveva esserlo dopo le vittorie dell’aquila romana sul mondo intero. Roma non era più dei soli romani; era una città dove si trovavano i tipi degli abitanti di tutte le province dell’impero.
Ma la diversità delle nazionalità non era la sola che regnasse tra quelle genti; appena trentuno anni erano passati dalla morte di Gesù Cristo, e, grazie alla diffusione della nuova dottrina nella città, i suoi cittadini si trovavano già divisi in tre campi: pagani, gnostici e cristiani (3).


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L’imperatore, circondato da littori e da guardie, sorretto dai portatori sulla portantina, nel mezzo delle acclamazioni della folla, prende posizione sui rostra vetera, nel comitium, per giudicare della strana sfida, il cui risultato doveva far risplendere la veridicità e la superiorità dell’una o dell’altra dottrina, la gnostica e la cristiana.
Simone, questo mago di Gitthoi (4), che i suoi contemporanei chiamavano La grande potenza di Dio (5), questo discepolo famoso dell’altro mago Dositeo, questo settatore dell’antica dottrina di Ermete Trismegisto, questo reintegrato attivo, questo teosofo depositario dei frammenti della scienza sacra delle piramidi, quest’ultimo ierofante, questo insigne gnostico al quale i romani avevano già edificato una statua (6) nell’isola sacra, così come l’avevano edificata alla sua creatura d’elezione Selene o Elena (7), doveva mostrare il suo valore a san Pietro e a san Paolo (8), al pescatore del lago di Tiberiade e al legionario di Roma, a questi due cristiani fanatici, a questi discepoli di Gesù, ignoranti di ogni dottrina scientifica degli antichi egizi, a questi gnostici dissidenti, passivamente reintegrati, depositari semplicemente dei frammenti della tradizione kabbalistica degli Esseni (9) e facitori di miracoli per sola fides.
A questi rappresentanti delle due religioni si aggiungevano quelli della terza, ovvero i sacerdoti che avevano seguito l’imperatore sino ai rostra e che dovevano consigliarlo nel suo giudizio. Questi Gentili, questi pagani, questi politeisti ne sarebbero stati capaci? I santuari della religione di Roma, di questo terzo rampollo dell’antica iniziazione, cosa avevano conservato delle tradizioni della Caldea? Pressoché nulla; gli auguri, gli aruspici e gli altri sacerdoti non conoscevano più il simbolismo della dottrina segreta, non praticavano più le scienze occulte; le loro pratiche si erano ridotte a fumosità e – a dire di Cicerone – essi si prendevano gioco l’uno dell’altro quando si incontravano per le strade.
L’impero religioso di Rama si era definitivamente smembrato (10) e i resti della sua dottrina unica erano divisi in proporzioni differenti tra le tre religioni di cui abbiamo parlato.


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Il mago celebre cominciava ormai il suo difficile esperimento, la folla assemblata si muoveva e si separava; da un lato si piazzavano i veri gnostici, i settatori di Simone, che si fidavano della scienza del loro maestro (11); essi occupavano la piazza del Comitium, tra il Janus (12) ed i rostra vetera; dall’altro lato si serrano i nuovi settari, gli gnostici dissidenti, i cristiani: essi sono ammassati sotto le arcate della curia julia, con San Pietro e san Paolo alla loro testa, e sperano nel fallimento della prova, infine, intorno ai rostra ci sono in Gentili, curiosi di vedere il nuovo spettacolo e beffardi nei confronti tanto dei cristiani quanto degli gnostici, di questi settatori di una medesima religione che vogliono farsi la guerra, sterminarsi tra loro, dando un ben dubbio esempio della carità e dell’altruismo predicati nei loro templi. Nerone va a divertirsi.


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Ma cosa succede all’improvviso? Dopo gli incantesimi del mago, il cielo si oscura e Simone, nel mezzo dei lampi e dei tuoni, si eleva nell’aria.
Gli gnostici allora cantano Osanna, mentre san Pietro inginocchiato e san Paolo in piedi pregano il loro Dio di far fallire l’impresa e di far schiantare Simone sul pavimento.
E in effetti è ciò che avviene, questo pio desiderio raggiunge il suo scopo; ma non per l’intervento del Dio misericordioso dei cristiani, ma piuttosto per una disattenzione da parte dello sperimentatore.
Simone si precipita dall’aere nel quale si era veramente elevato e cade precipitosamente a terra.
I demoni – dice una tradizione cristiana – o le potenze benefattrici, diremmo noi, con l’aiuto delle quali egli aveva compiuto il miracolo, provano a sostenerlo ancora, a rendergli la caduta meno rovinosa possibile, ma ahimé, nonostante ciò egli cade sul selciato e si rompe le gambe.
In questa tradizione si può ben vedere un bell’esempio della suggestione nelle folle, perché i cristiani credettero di vedere i diavoli, vale a dire degli esseri che non sono mai esistiti.
Durante questo terribile momento, gli astanti sono presi dallo spavento e ne consegue un baccano, un chiasso, una confusione generale, mentre gli apostoli dell’Evangelo, gli occhi levati al cielo, invocano il loro Dio più ardentemente che mai.
San Pietro vedendo Simone capovolgersi e precipitare a terra grida: «cadi, cadi giù, odiato discepolo, pericoloso rivale!» e san Paolo lascia intravedere sul suo viso questo pensiero: «Quanto gioisco, orrendo negromante, della tua caduta. Quanto sono contento della tua sfortuna!».
Il distinto pittore Batoni, rappresenta il momento culminante di questa sfida in un ben quadro che si ammira nella chiesa di Santa Maria degli Angeli a Roma (Piazza Termini). In questa opera artistica il pittore, a sua insaputa, ha tradito la superstizione cristiana (quella dei diavoli che aiutano il mago) ed ha espresso sul viso degli apostoli e dei loro settatori i vizi di tutti i loro correligionari: l’intolleranza e la malignità, la crudeltà e la vigliaccheria (13). Si sono dati inoltre, ai due apostoli del divino Gesù Cristo, i segni della loro carica: le chiavi e la spada (14).
La plebe spaventata – misto di pagani, i quali hanno, al contrario, l’aspetto di chierici e pendagli da forca – completa questa commovente pittura religiosa (15).
Avendo parlato dell’avvenimento e del quadro che ce ne ricorda, non ci resta che aggiungere qualche parola al riguardo della sfortunata caduta del venerato maestro gnostico.
Una tradizione popolare pervenuta sino alle nostre orecchie, ci ricorda, anche al giorno d’oggi, che ciò non avvenne per la volontà del Dio dei Cristiani – questo Dio avrebbe potuto volere ciò? – ma semplicemente perché Simone lascia cadere il pentagramma il quale, del resto, non appare nel quadro, ovvero il talismano al quale egli doveva la riuscita (che non era certo dovuta ai diavoli) del suo esperimento; esperimento che, benché meraviglioso e strano, è tutt’oggi ripetuto, a ciò che se ne dice, dai fachiri indù (16).


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Quali conseguenze porta lo smacco di Simone? Provocò forse la perdita delle dottrine gnostiche? Affatto. Se Simone, con le gambe rotte, andrà a morire di amarezza e rimpianto ad Ariccia (17), ciò non testimonia della perdita della tradizione esoterica in lui e nei suoi discepoli, al contrario, poiché la sventura che gli capita era dovuta semplicemente alla sua personale disattenzione, le sue idee non furono perdute, ce ne testimonia Apollonio di Tiana (18).
San Pietro e San Paolo finirono la loro vita più nobilmente, ma non meno sventuratamente di Simone, perché entrambi subirono il martirio a Roma (19) il terzo giorno prima delle calendae di Julius (luglio), vale a dire il 29 giugno dell’anno 65 d. C. (20)
Essi furono chiamati santi e martiri, mentre il mago non fu che un eretico simoniaco.
Da ciò che abbiamo visto finora, risulta che i cristiani hanno sempre cercato con tutti i mezzi di sminuire la grandezza del filosofo di Ghittoï per aumentare quella dei due tiepidi discepoli del divino maestro Gesù (21).



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Ma il risultato della sfida fu almeno di profitto per i cristiani? Al contrario, perché Nerone, che lasciò tranquilli gli gnostici, giudicò che la caduta del mago fosse dovuta – secondo la versione che gli stessi cristiani divulgavano – alle preghiere degli apostoli, e per questa ragione egli li perseguitò accanitamente. I primi a risentire della collera dell’imperatore furono naturalmente i loro capi, che egli fece imprigionare e uccidere. Ma questo martirio non produsse il risultato desiderato, perché i cristiani non persero il coraggio per la perdita dei loro maestri. Nerone allora estese la persecuzione a tutti. Alle sue (64-68 d. C.) fecero seguito quelle di Domiziano (95 d. C.), Traiano (106 d. C.), Marco Aurelio (166-177 d.C.), Decio (250-252), Valerio (258-260), Aureliano (275) e Diocleziano (303-313) (22). Fu solo in quest’ultimo anno che il cristianesimo fu riconosciuto come religione ufficiale dell’impero romano, ed è verso quest’epoca, vale a dire nei primi tempi del IV secolo, che esso cominciò a combattere apertamente ed a vincere lo gnosticismo, o, in altri termini, a diventare da perseguitato persecutore.
Ma, grazie a Dio, questa congregazione maledetta dai settatori del “Dio di pace e di carità”, benché vinta, non fu mai doma, perché germogliò di nuovo in seguito, ed il papato dovette fare grandi sforzi per annientarne i membri, il che avvenne nel 1208 (crociata contro gli Albigesi), nel 1209 (massacri di Chasseneuil, di Béziers, di Carcassonne, di Termes, di Minerve), nel 1229 (sacco di Marmande), nel 1240 (presa di Lavour, nel 1244 (rogo di Montségur), nel 1254 (furore dell’Inquisizione ad Albi e Narbonne) (23) ed infine dal 1311 al 1313 (autodafé dei templari in Francia, Italia, Fiandre, Inghilterra, Castiglia etc.).
Ma pervenne il papato, attraverso i suoi scellerati tentativi, al suo fine?
No, perché gli gnostici si sono ancora una volta riorganizzati nel 1890, ed oggi, la vecchia tradizione dimenticata ed ignorata e la sua chiesa abbattuta e distrutta risorgono come un terribile fantasma davanti ai preti del Vaticano. Che essi si ricordino che i tempi sono cambiati e che il primo articolo dello Statuto d’Italia, concesso da Sua Maestà il re Carlo Alberto a Torino, il 4 marzo 1848, ammette la tolleranza di tutti i culti.
Pietro Bornia S.I.



NOTE:


(1) Durante la prima crociata (nel 1098 dopo Cristo) Pierre Barthelemy, prete di Marsiglia, attraversa sano e salvo, vicino ad Archas (Tripoli in Siria) un rogo ardente per provare alla folla incredula che egli aveva realmente ritrovato nella chiesa di quel paese la punta della lancia che aveva trapassato Gesù Cristo sul Calvario (Baudry, arcivescovo di Dôle, Histoire de la prise de Jerusalem, t. 1; Sue, Les Mystères du peuple, épisode 13, p. 148; A Michaud, Storia delle Crociate, trad. italiana, Milano 1884).
(2) La sfida tra Gerolamo Savonarola (rappresentato dal suo allievo, il frate Domenico da Pescia, domenicano) e fra Rondinelli, francescano, che doveva avere luogo il 17 aprile 1498 in piazza della Signoria a Firenze, fu impedita da una pioggia abbondante che inzuppò i legni del rogo prima dell’inizio dello spettacolo. I valenti campioni cristiani, liberati dall’imprevisto soccorso dell’acqua, credettero prudente non far più motto della prova.
(3) Gli Ebrei erano dai pagani compresi tra questi ultimi; benché proscritti da Roma (all’incirca nel 52 dopo Cristo) i Cristiani non abbandonarono la città. È Svetonio che ce lo comunica. Fu in quel periodo che San Pietro si diresse a Gerusalemme, per presiedervi il concilio.
(4) Villaggio vicino Samaria.
(5) Atti degli Apostoli, VIII, 9-10-11.
(6) Simone arrivò a Roma verso l’anno 41 d. C.. Dei critici affermano che la statua, ritrovata nel luogo in cui doveva esserci quella di Simone, non era più quella del celebre filosofo, ma quella del dio romano Semo-Sancus (vedere la memoria di M. Weiss su Simone il mago nel Dizionario Bibliografico italiano).
(7) Vedi il volume XVIII de L’Initiation.
(8) I loro veri nomi erano Simon-Céphas e Saütus.
(9) «… Gli Ebrei possedevano una scienza che san Paolo sospettava senza conoscere e che san Giovanni, iniziato da Gesù, rivelava e nascondeva di volta in volta sotto i giganteschi geroglifici dell’Apocalisse…» (Eliphas Levi, Le Livre des splendeurs, p. 2). Questa affermazione ci sembra abbastanza azzardata.
(10) Stanislas de Guaita, Au Seuil du Mystère, da p.27 a p. 30.
(11) «Simone il Mago… richiamava le anime dagli inferi, animava le statue, cambiava le pietre in pane, si rendeva invisibile, faceva nascere con una parola degli alberi carichi di fiori e frutti, scavava a suo piacimento le rocce» (Loys de Remora, Les Phénomènes du spiritisme, p. 16).
(12) Statua del dio Giano.
(13) Dovremmo forse provare ciò che diciamo? Non lo crediamo, perché se ne trova esempio in tutte le epoche della storia d’Europa. Sarà dunque sufficiente ricordarsi dei processi del Sant’uffizio, dello sterminio dei Templari, dei roghi dell’Inquisizione e di San Bartolomeo. Ma bisogna anche dire che nel mezzo di questa società viziata si trovano, nel trascorrere dei secoli, delle nobili personalità, come i fondatori delle biblioteche monastiche San Benedetto, San Colombano, San Bonifacio) e gli eroi della carità (San Vincenzo de Paoli e san Carlo Borromeo).
(14) A Montpellier c’è un quadro di Sébastien Bourdon il quale rappresenta la medesima scena, V. Xavier Adger, Considérations sur la vie et sur les oeuvres de Sébastien Bordone, Paris 1818.
(15) Oltre questo quadro di Batoni, la chiesa di Santa Maria degli Angeli ha un notevole pavimento in marmo bianco nel quale sono rappresentati i dodici segni dello zodiaco (M. Armellini, Le chiese di Roma da secolo IV al XIX, Roma, tip. Vaticana 1891, p. 822).
(16) Vedere l’articolo del distinto M. H. Pelletier nel n° 145 di Le Voile d’Isis. Vedere anche ciò che scrive sul medesimo argomento Loys de Rémora nel suo libro Les Phènomenès du spiritisme, pp. da 32 a 45.
(17) Si vedeva ancora nel 1796, nel giardino detto della Voliera nel palazzo del principe Chigi ad Ariccia (presso Abano), il sarcofago di Simon Mago e noi crediamo che lo si veda ancora oggi: ma chi può assicurarci della sua autenticità? D. Emanuele Canonico Lucidi, Dell’Ariccia cristiana, pp. 327 e seguenti, 1796). Altri autori fanno morire Simone a Roma, a Brunda (Brindisi?) o in altri luoghi.
(18) Che i primi gnostici avessero un simbolismo altrettanto interessante di quello dei cristiani, al punto che si potrebbe, scavando, costituire un’archeologia gnostica esattamente come vi è un’archeologia cristiana, le rare reliquie dei loro chiodi gnostici, dei loro abraxas e dei loro pugnali ce lo provano assai chiaramente. È con vivo desiderio che attendiamo dal sig. Louis Esquieu, nostro beneamato amico e fratello, una memoria sugli abraxas.
(19) Roma conserva il ricordo della vita e dei miracoli di questi due santi. Alla Chiesa di San Pietro c’è, in una guardianeria, la cattedra di questo primo pontefice: in quella di San Pietro in Vincoli vi sono le sue catene; ed infine, in una cappella in campagna, a qualche chilometro da una delle porte di Roma, una iscrizione (Qui san Pietro e san Paolo s’incontrorno) etc., ci ricorda il luogo dell’incontro dei due apostoli (64 d. C.) prima di entrare nella Città Eterna per predicare nuovamente contro Simon mago e i suoi discepoli. Nelle prigioni tulliane (carcer Mamertinus, sive Tullianum), che sono sopra la chiesa di San Pietro in Vincoli, al foro romano, si osserva una sorgente d’acqua. Essa è dovuta a un miracolo. San Pietro era prigioniero – come del resto san Paolo – in questa cella triangolare (64-65 d. C.). Un giorno che era accovacciato sul suo giaciglio col volto appoggiato alla rude e fredda parete di travertino il carceriere venne a chiamarlo. Il santo non si muoveva; allora la guardia gli diede uno schiaffo. Cosa successe? La guancia, spinta contro la parete vi si impresse e da questa cavità zampillò la vena d’acqua.
La Chiesa di San Paolo alle tre fontane fu - si dice – costruita sul posto in cui questo apostolo subì il martirio. La sua testa, tagliata, rimbalzò tre volte e nei punti dove essa toccò il suolo scaturirono tre getti d’acqua. Si beve, tutt’oggi, di quest’acqua che cola da tre fontane che sono nella chiesa, la quale è affidata alle cure dei trappisti. Questa rimarchevole trappa smercia latte, vino, ed i prodotti dell’eucalyptus (liquori, sigarette, tabacco da fumare). La chiesa di San Pietro in Montorio fu costruita sul luogo del martirio del primo papa. Nel medagliere del palazzo Vaticano è conservata una medaglia coniata alla fine del primo secolo, la quale rappresenta le figure dei santi Pietro e Paolo. Essa costituisce uno dei più antichi e preziosi monumenti del cristianesimo.
(20) Questa data non è sicura; qualcuno ritiene che sia nel 65, Tillemont nel 66, la storia sacra nel 67 e Pearson nel 68 d. C. (Gence, Vita di San Paolo, pubblicata nel Dizionario Bibliografico italiano).
(21) Non erano molto coraggiosi, a ciò che sembra. San Pietro, nell’Orto degli Ulivi, si lasciò trascinare sino a tagliare un orecchio a Malco e, nella corte del palazzo di Caifa, a Gerusalemme, quando il gallo cantò, rinnegò tre volte il suo Maestro. Inoltre, all’atto del suo rientro a Roma nel 64 dopo Cristo, attendendosi una persecuzione, ritornò sui suoi passi per timore di esporre la sua vita. Avrebbe senza dubbio fatto così se non avesse incontrato Gesù sulla via Appia, il quale gli rimproverò la sua debolezza. San Pietro, stupito di vederlo lì, vivente, gli domandò; Domine, quo vadis? (Signore, dove vai?), e questi gli rispose; Venio Romam iterum crucifigi (Vado a Roma per essere crocifisso nuovamente). Questo fatto è stato testimoniato anche dalla chiesa di Roma, perché sul luogo del loro incontro (non lontano dalle catacombe di San Callisto) si è costruita una piccola chiesa chiamata del Passaggio o Santa Maria in Palmis, perché vi si vedono, impressi in una pietra, i piedi di Gesù. San Paolo sfugge, non ricordiamo bene se a Filippi (853 d. C.) o a Roma (64 d. C.), alla vendetta dei littori dichiarando a voce alta: Civis romanus sum..
(22) Papus, Traité méthodique de Science Occulte, p. 624.
(23) Vedere l’Almanach du Magiste nel 1894, pp da 232 a 237. Anche in Italia i Valdesi (Manichei come gli Albigesi), abitanti le valli di Luserna, Perosa e di San Martino, in Piemonte, nelle quali si erano rifugiati nel XIII secolo Pierre Valdo di Lione, furono perseguitati (1687-1690). Undicimila furono sgozzati e tremila potettero fortunatamente fuggire in Svizzera, di dove rientrarono sotto il comando di Henry Arnaud o Arnaldo Valdese, nel loro paese per difenderlo dalle armate francesi e piemontesi. Essi vinsero alla Balsiglia ed infine sua Altezza Reale il duca Vittorio-Emanuele II, libero dalla supremazia di Luigi XIV, gli accordò la sua protezione e la libertà di culto. «voi non avete che un Dio e un principe da servire». Così gli disse il 18 maggio 1690, o pressappoco: «Servite a Dio e al vostro principe fedelmente. Finora siamo stati nemici, d’ora innanzi dobbiamo essere amici; altri sono stati cagione della vostra disgrazia, ma se, come è dover vostro, voi esponete la vita in mio servizio, io esporrò la mia per voi, e finché avrò un pezzo di pane, ne avrete la vostra parte». Queste nobili parole provano chiaramente che se Vittorio-Emanuele II perseguitò i Valdesi, lo fece a malincuore (Teofilo Gay, Il rimpatrio dei Valdesi, Torino, 1879, Loescher).



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