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Albert Poisson (Philophotes) Sommario della storia alchemica di Parigi dalle origini sino ai giorni nostri.

Il seguente articolo di Albert Poisson, uscito col nom de plume usuale di Philophotes, è tratto da L’Initiation V. 14 n°5, Février 1892.
La storia con cui il giovane Poisson celebra la sua Parigi è storia eminentemente agiografica, che ha pochi agganci con ogni verosimiglianza storica e che tende più a restituire un quadro romantico ed appassionato che ad aderire ad una puntualità di riferimenti bibliografici e documentali; una storia in essenza non dissimile, del resto, da quella che ancora informava gran parte degli storici della scienza ottocenteschi (come l’Hoefer) o da quella che caratterizzava pochi anni prima opere divulgative di grande diffusione e di chiaro taglio positivista, come L’Alchimie et les Alchimistes (Paris 1860) di Louis Figuier. In opere di questa matrice si poteva incontrare senz’altro un punto di vista diverso, a volte meno incline alla magnificazione dei maestri ermetisti del passato ed uno sguardo più attento al recupero ed alla costruzione delle rimosse ed imabarazzanti radici della scienza positivista; tuttavia la base documentale rimaneva talvolta altrettanto fumosa ed incline all’accettazione di agiografie non dissimili. Eppure questa stessa ricostruzione agiografica, raffazzonata ed abborracciata, presso le giovani generazioni della renaissance occultiste, era proprio ciò che costituiva il fascino del mistero storico dell’alchimia. La certezza della pseudoepigrafia della maggior parte dei trattati attribuiti ai patres del XIII e XIV secolo verrà solo dopo la metà del secolo successivo, ed i maestri di Poisson sono i maestri di cui la generazione di alchimisti ottocenteschi descritta nel capitolo finale di L’Alchimie et les Alchimistes di Figuier compulsava i manoscritti e le edizioni rinascimentali nelle polverose biblioteche parigine. Per gli alchimisti ottocenteschi i trattati attribuiti dalla tradizione a Tommaso d’Aquino, Arnaldo da Villanova e Raimondo Lullo erano senza dubbio da attribuirsi a queste grandi personalità. La storia dell’alchimia si snodava quindi tra incontri fecondi di maestri dell’intelletto, tra nomi che la tradizione alchemica aveva scelto di condividere con la più alta tradizione filosofica e scientifica. È con questo bagaglio agiografico che i giovani maghi della Belle Époque partivano alla conquista del sogno di riconciliazione tra positivismo e magia che permeava le pagine di Papus e degli esoteristi parigini fuoriusciti dall’esperienza teosofica e raccolti intorno all’Initiation e a Le Voile d’Isis.
Per un profilo biografico su Albert Poisson (1869-1894) ed una prima overview sulla sua produzione, rimandiamo a quanto ne abbiamo scritto nell’introduzione alla nostra edizione italiana on-line de L’Initiation alchimique.
Nella traduzione sono stati corretti alcuni evidenti errori di stampa, così frequenti nelle pagine delle riviste occultiste della Belle Époque. Laddove Poisson adopera ripetutamente grafie particolari, oggi non accettabili, esse sono indicate in nota.
Le rare note dell’autore o della redazione della rivista sono numerate in ordine alfabetico. Le note con numeri arabi si intendono del traduttore.


Massimo Marra © - tutti i diritti riservati - riproduzione vietata con qualsiasi mezzo e per qualsiasi fine.

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Albert Poisson
(Philophotes)

SOMMARIO DELLA STORIA ALCHEMICA DI PARIGI
DALLE ORIGINI SINO AI GIORNI NOSTRI



Traduzione di Massimo Marra © - tutti i diritti riservati - riproduzione vietata con qualsiasi mezzo e per qualsiasi fine.


Parigi, l’antica città iniziatica, l’ieratica Bar Isis ha visto compiersi nel suo seno la maggior parte dei fatti celebri della storia occulta; i grandi maestri dell’esoterismo, se non erano nati a Parigi, venivano almeno a passare qualche anno nella metropoli intellettuale; e, per non prendere che una branca dell’occultismo, l’alchimia, mostreremo gli adepti, raggi di luce, convergere verso il focolare-Parigi, da cui si irradieranno i loro discepoli per il mondo intero.
La scienza ermetica apparve d’improvviso a Parigi nel XIII secolo; prima di quest’epoca l’alchimia era sconosciuta alle nazioni del mondo antico, ma la conquista della Spagna da parte dei Mori e le crociate avevano tratto il Medio Evo dal suo torpore devoto; dal loro contatto coi musulmani i cristiani avevano riportato qualche germe di scienza. I cervelli di élite affaticati da molti secoli dalle arguzie della scolastica e le sottigliezze inani della teologia si gettarono con avidità sulle scienze fisiche che la brillante civiltà araba gli lasciava in eredità, tutte di fatti ed esperienze. Non è così che si può spiegare questo sviluppo improvviso dell’alchimia, delle matematiche, dell’astrologia, della filosofia peripatetica e della medicina nell’Europa del XIII secolo. Laddove al XII secolo il nome stesso dell’alchimia risultava sconosciuto, nel XIII noi vediamo risplendere adepti tra i più prestigiosi: Alberto Magno, Ferrarius (1), Ruggero Bacone, Pietro d’Apono (2), Cristoforo da Parigi, Arnaldo da Villanova, Raimondo Lullo! La maggior parte di essi vennero a Parigi soprattutto verso la metà del secolo dove si poteva incontrare, più o meno alla stessa epoca Alberto magno, Ruggiero Bacone e Tommaso d’Aquino. Quante volte è stata evocata questa scena grandiosa. Alberto Magno circondato dai suoi discepoli favoriti nel mezzo di Piazza Maubert, mentre spande a torrenti la sua scienza sulla folla raccolta di scolari di ogni nazione. Non si era potuto, dicono le cronache, trovare un locale abbastanza grande per contenere la massa degli auditori. È a Parigi che Alberto Magno conobbe San Tommaso d’Aquino, che divenne suo discepolo e scrisse come lui diversi trattati d’alchimia rimarchevoli per la loro chiarezza. Alberto Magno lascia Parigi verso il 1259 per il vescovado di Ratisbona che gli veniva offerto da papa Alessandro IV.
Quanto differente fu il soggiorno di Ruggiero Bacone a Parigi! Mentre Alberto Magno viveva tranquillo nella venerazione dei suoi discepoli, rispettato da superiori illuminati, Ruggiero Bacone si vedeva perseguitato da francescani, nel cui ordine era entrato nel 1240; la protezione di papa Clemente IV era appena sufficiente a preservarlo dall’odio dei suoi confratelli; uno solo tra loro, l’umile frate Giovanni, aveva ascoltato la sua voce ed era divenuto suo discepolo.
Alla morte di Clemente IV Ruggiero Bacone fu accusato di magia, sortilegio e gettato in prigione in un convento francescano di Parigi. Invano egli inviava al nuovo papa la sua Epistola sulla nullità della magia, lo sfortunato adepto passò il resto della sua vita in una cella; venne rilasciato due anni prima della morte, ed andò a morire ad Oxford nel 1291!
Accanto a questi due maestri Parigi vide, nel XIII secolo, il monaco Ferrari, autore di un trattato, il De Lapide philosophorum, Cristoforo di Parigi, autore dell’Elucidarium Chimicum, che scrittori disattenti hanno poi attribuito a Nicolas Flamel, ed infine Vincenzo di Beauvais, precettore dei figli di Luigi IX. Vincenzo, spirito curioso ed eclettico, si era occupato tra le altre cose di alchimia, ed aveva installato i suoi fornelli nell’antico Louvre; la sua elevata posizione alla corte di un re illuminato lo preservò dalla triste sorte di Ruggiero Bacone.
La fine del XIII secolo fu marcata dal passaggio a Parigi di Arnaldo da Villanova, che riassumeva in sé la scienza del suo secolo, e che riprese nelle università l’alto ruolo che era stato di Alberto Magno.
È lì che Raimondo Lullo l’intese per la prima volta, e, ascoltando le sue dotte lezioni, prese gusto all’alchimia. La scienza rendeva Arnaldo sospetto, le sue ardite proposizioni l’avevano segnalato all’odio dei teologi, le sue operazioni alchemiche gli avevano creato un temibile prestigio; non aveva egli forse cambiato dei lingotti di rame in oro? Non occorreva tanto per essere gettato in un impaccio. Accusato di magia ed eresia egli trovò salvezza nella fuga.



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A partire dal XIII secolo l’importanza alchimistica di Parigi non farà che crescere, seguendo in ciò uno sviluppo parallelo della stessa alchimia. Il XIV secolo vedrà meno grandi maestri, ma più pratici; l’esempio venuto dall’alto converte man mano più praticanti, gli alchimisti si moltiplicano. Gli ultimi anni del XIII secolo ed i primi del XIV videro più volte Raimondo Lullo a Parigi. È in questa città che aveva sentito per la prima volta Arnaldo da Villanova, e le verità ermetiche lo avevano colpito; più tardi ritrova Arnaldo a Napoli, e avendo questi confermato le sue teorie con la pratica, Lullo, convinto, si mise a studiare e divenne ben presto a sua volta un adepto. Nel corso della sua vita avventurosa egli passò più volte a Parigi, profittando ciascuna volta del suo soggiorno per levare la voce nell’università e reclutare proseliti tra la giovinezza studiosa. Egli fu ascoltato, perché i suoi discepoli furono ben presto abbastanza numerosi da organizzare una società ermetica che aveva il suo centro a Parigi, e di cui abbiamo già parlato in un precedente articolo.
La prima metà del XIV secolo fu illuminata dalla presenza di Guidon de Montanor, autore della Scala dei filosofi (Scala Philosophorum), una delle opere più stimate dagli alchimisti (3); da Odomar, la cui opera non è mai stata impressa (4); da Ortolano o Ortulano, ovvero il giardiniere, di cui abbiamo la Pratica e soprattutto il commentario sulla Tavola di Smeraldo impresso nel primo volume della Bibliothèque des Philosophes Chimiques. A questa epoca viveva anche Guglielmo di Parigi, vescovo, che ha lasciato una lettera poco interessante; ciò che lo segnala soprattutto alla nostra attenzione è il fatto che gli alchimisti gli attribuiscono diverse sculture che ornano il portale di Notre-Dame. Secondo costoro egli avrebbe nascosto sotto questi simboli le differenti operazioni della grande opera, e la stessa composizione della materia. Ne parleremo più lungamente quando descriveremo i monumenti alchemici di Parigi.
Un segno ben certo della diffusione dell’alchimia è la produzione in questi anni di un poema alchemico: Les Remonstrances de Nature a l’Alchymiste di Jehan de Meung, il continuatore del Roman de la Rose. L’alchimia è ormai consacrata. Diciamo di passata che lo Specchio di Alchimia attribuito a Jehan Meung è di Ruggiero Bacone (5), questo errore proviene da uno stampatore ignorante ed è stato poi perpetuato da tutti gli storici dell’alchimia, ivi compreso Hoeffer.
La seconda metà del XIV secolo ci offre meno alchimisti, ma la qualità compensa la quantità. Menzioneremo semplicemente Giovanni da Rupescissa (de Roquetaillade), religioso francescano, e arriveremo in seguito a Nicolas Flamel. Fu nel 1357 che Flamel acquistò il Livre d’Abraham juif e cominciò a lavorare con sua moglie Pernelle, alla ricerca della grande opera. Venti anni di lavori assidui non l’avevano fiaccato, e ciò nonostante egli ancora non aveva trovato nulla. Disperato, egli fece voto a Saint Jacques e partì per il santuario di Compostella (Santiago). È in Spagna che egli incontra mastro Conchas, il rabbino convertito che doveva dargli al chiave delle allegorie del Libro di Abramo. In effetti, tre anni dopo, nel 1382, Flamel convertì il mercurio in argento, e l’anno seguente lo stesso in oro. Divenuto ricco egli continuò a vivere modestamente, e solo i poveri e le chiese approfittarono delle sue ricchezze. Fino al 1417, anno della sua morte, egli consacra la sua vita e la sua fortuna a soccorrere i bisognosi ed a edificare dei monumenti con un duplice scopo: religioso ed alchemico. Due arcate ed un mausoleo alla fossa comune del cimitero dei Saint-Innocents, un portale a Saint-Jacques-la-Boucherie e a Sainte-Geneviève-des-Ardents, la cappella dell’Hôpital Saint-Gervais, queste sono le principali fondazioni religiose di Flamel, senza contare le sue fondazioni civili. La fortuna di Flamel contribuirà non poco ad aumentare il numero dei fedeli dell’alchimia; una leggenda si andava edificando, aumentando di giorno in giorno sino a prendere le dimensioni di un’epopea. Il Livre des laveures ed il Livre des Figures hiéroglyphiques divennero celebri e furono attivamente ricercati dai soffiatori ; dei monumenti che egli aveva costruito assunsero l’importanza di autentici santuari di cui i discepoli di Hermes veniva da assai lontano ad interrogare i bizzarri geroglifici (A).


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Flamel serve di transizione tra il XIV ed il XV secolo. L’Alchimia tende a diffondersi sempre di più, essa penetra intimamente in tutte le classi della società e, se al XV secolo noi avremo meno fatti da segnalare, meno adepti famosi da citare, bisogna considerare che la scienza allora è in fase di gestazione. I suoi aderenti lavoravano oscuri ed ardenti, la loro ostinazione trionferà su tutti gli ostacoli ed il risultato sarà la splendida apoteosi dell’alchimia al XVI, XVII e XVIII secolo.
Jacques Coeur, argentiere di Carlo VII, è passato per adepto agli occhi dei soffiatori a causa delle sue immense ricchezze, ma in assenza di documentazioni positive ci asterremo da qualunque commento.
Bernardo Trevisano riempie da solo il XV secolo. Come tutti i suoi confratelli egli percorre le diverse contrade del mondo antico cercando di istruirsi presso adepti stranieri. Nelle sue peregrinazioni egli arrivò a Parigi e vi soggiornò per più anni, ma non è che all’età di settantacinque anni che infine trovò la chiave della Grande Opera. Ne poté gioire per qualche anno e morì nel 1490, all’età di ottantaquattro anni.
Da segnalare ancora, a causa della sua posizione ufficiale, Walérand de Bus Robert, professore alla facoltà di medicina di Parigi, di cui resta una Epistola de lapide Philosophico manoscritta (6). Quest’opera è, in sé, poco interessante, e vi si vede solamente che l’autore aveva intenzione di fondare una società ermetica di cui egli sarebbe stato il capo supremo.



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Il XVI secolo si mostrerà più fecondo in maestri; Parigi, che dal punto di vista alchemico aveva perduto un po’ della sua importanza, si risolleva e riprende di nuovo la testa del movimento ermetico. È il secolo di Paracelso, il promotore di una Rinascimento esoterico di cui uno dei risultati immediati sarà l’applicazione dell’alchimia alla medicina. I nomi famosi abbondano, una pleiade brillante di ermetisti attira a Parigi migliaia di studiosi delle scienze misteriose. Non menzioneremo che i più celebri: Jacques Gohorry, conosciuto sotto il nome di il solitario o Leo Suavius, colto letterato a cui si debbono diverse edizioni di opere alchemiche; Roch le Baillif, medico di Enrico IV, ardente discepolo di Paracelso, autore del Demosterion; Duchesne (in latino Quercetanus) medico di Enrico IV e paracelsiano come il precedente; Bernard Penot, autore prolifico che passa tutta la sua vita a difendere il paracelsismo; François de Verville, volgarizzatore che mise l’alchimia in romanzo; Blaise de Vigenère ( https://fr.wikipedia.org/wiki/Blaise_de_Vigen%C3%A8re ), spirito universale tanto sapiente in cabala quanto in alchimia. Ci soffermeremo maggiormente sulla figura originale di Denis Zachaire. Benché nato in Guyenne, egli rientra nel nostro quadro perché è a Parigi che trova il Grande Segreto. Egli vi soggiornò in due fasi differenti; la prima volta la sua permanenza gli fu di poco profitto, ed egli non riuscì che a farsi sottrarre una somma molto grossa da un greco che si diceva possessore della Pietra. Restato tre anni a Parigi e ne ripartì praticante un po’ più abile, ma assai a corto di denaro. Vi ritornò qualche anno dopo, nel 1546, così come ci fa sapere egli stesso; questa volta, più fortunato, disdegnando la frequentazione dei volgari soffiatori, si isolò con se stesso meditando i classici, lavorando e pregando Dio, e fu infine abbastanza fortunato da trasmutare il mercurio in oro il giorno di Pasqua del 1547. La sua opera principale, l’Opuscule de la philosophie naturelle des métaux, è interessante perché ci dà dei dettagli assai curiosi sulla fisionomia alchemica di Parigi nel XVI secolo; ne estrarremo una sola frase che mostra l’importanza della città: «Parigi – egli dice – è oggi, rispetto ad ogni altra città d’Europa, la città più frequentata dai diversi operatori di questa scienza».
Questa importanza Parigi la conserva nei secoli successivi sino alla grande Rivoluzione.
Se l’alchimia aveva allora degli ardenti adepti e dei focosi difensori, contava anche nemici accaniti, tra i quali vi era Riolan, rettore della facoltà di Medicina ed avversario di Libavius. Questi due sapienti passarono diversi anni della loro vita a scambiarsi dei libelli, apologie, difese della scienza alchenica etc.. Ma mentre Riolan, puro dialettico, si mostrava di inaudita violenza nei suoi pamphlets, Libavius non si allontanò mai da una educazione ed un bon ton, rispondendo alle ragioni con dei fatti. Un altro avversario più serio dell’alchimia fu Bernard Palissy; ciò nonostante egli non si avanzò molto nelle sue critiche, e si contentò di denigrare le sofisticazioni dei soffiatori: al contrario, i lavori degli adepti lo lasciavano sognante, e, davanti a questa ininterrotta catena di maestri che partiva dal leggendario Hermès egli doveva chiedersi: «Può essere?». Altre preoccupazioni lo sollecitavano, il suo spirito di cercatore applicato all’alchimia avrebbe dato alla storia un nuovo Flamel, ma le circostanze decisero altrimenti; Palissy resta l’inventore delle terracotte rustiche!



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Al XVII secolo l’alchimia raggiunge il suo apogeo; non vi è convento, palazzo, castello in cui non vi sia un laboratorio ermetico. Dal borghese sino all’imperatore, tutti soffiano, signori, sapienti, artigiani, tutti perseguono con ardore la ricerca del Grande Segreto. I principi non disdegnano di lavorare con le proprie mani, o per lo meno hanno al loro servizio degli alchimisti che lavorano a loro servizio. In questo secolo Parigi accoglie nel suo seno Pierre Borel, che ci ha lasciato dei curiosi dettagli su Flamel ed il Cosmopolita, così come una Bibliografia Alchemica assai incompleta ed inesatta, ma che ha almeno il merito di essere una delle prime: Barlet, l’autore della Théotechnie Ergocosmique, Salmon che editò la Bibliothèque des Philosophes Chymiques, Homberg e Béguin, metà chimici e metà alchimisti. Homberg soprattutto ha una fisionomia originale; sapiente modesto, egli passa tutta la vita a studiare per puro amore di scienza, lontano dagli intrighi in cui sembrano compiacersi certi colti arrivisti in posizioni ben pagate, lui si contenta del posto di chimico di Filippo d’Orléans che gli permetteva di lavorare da solo. La sua fede nell’alchimia aveva per origine dei lingotti d’oro di cui un adepto amico gli aveva fatto omaggio in un momento in cui egli era in stato di bisogno. Homberg morì nel 1715.
La lista degli alchimisti nati a Parigi, o che in questa stessa città morirono nel XVII secolo sarebbe troppo lunga; ci contenteremo di citare Gabriel de Castaigne (7), elemosiniere di Luigi XIII, autore di diversi trattati singolari; Gerzan, che seguendo le tracce di Verville fece dei romanzi alchemici; Michel Potier (8), autore fecondo, non fece che passare a Parigi vendendo assai cari i suoi segreti a ricche vittime; de Laborde e Gobineau de Montluisant, che ci hanno lasciato dei dettagli interessanti sul significato alchemico di Notre-Dame, d’Autremont, autore della celebre Tombeau de la Pauvreté, etc. etc..
La società ermetica dei Rosa-Croce che si manifesta nel XVII secolo contribuirà non poco all’espansione dell’alchimia. Fondata, sembra, da Christian Rosen-Kreutz, ammesso che la storia della sua origine non sia una profonda allegoria, essa prospera soprattutto in Germania. I Rosa-Croce, se assolvevano pienamente al loro programma, dovevano essere i potenti adepti di una scienza e di un potere almeno uguale a quello dei mahatma; prolungamento della vita, umana, corrispondenza telepsichica, magnetismo animale, la Grande Opera, tali erano i principali segreti che essi possedevano. La società fece affiggere a Parigi due manifesti, che Gabriel Naudé ci ha tramandato, in cui essa chiamava a sé i discepoli di Hermès. Descartes stesso, così come ci racconta nel suo Discours de la méthode, fu sul punto di sollecitare l’ammissione nella società. La Rosa-Croce si è perpetuata ai nostri giorni, in cui essa sembra rivelarsi sotto un nuovo ed intelligente impulso.



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Nel XVIII secolo l’alchimia è ormai una scienza assai speciale, completamente differente dalla chimica; dopo diversi secoli di lotta, definitivamente costituita, essa ha la sua bibliografia, la sua storia, i suoi classici. Nella stessa Parigi esistono dei corsi in cui si insegna l’alchimia accanto alle altre scienze fisiche; vi sono librerie ermetiche dove l’arzillo abate, il vecchio adepto, la gran dama incipriata vengono a domandare l’ultimo volume apparso sulla Pietra Filosofale. Una di queste librerie è soprattutto nota ai bibliofili occultisti, ed è la casa d’Houry; tra il XVII ed il XVIII secolo i d’Houry si succedono di padre in figlio monopolizzando le edizioni alchemiche; i tre quarti delle edizioni stampate di questo argomento escono dalle loro presse. Questo semplice fatto mostra quanto l’ermetismo fosse allora fiorente. Nelle vendite le edizioni rare erano spinte a prezzi elevati per gli appassionati; coloro che non potevano procurarsi certe opere le copiavano; la maggior parte dei manoscritti alchemici delle nostre biblioteche sono copie eseguite nel XVIII secolo.
Lenglet-Dufresnoy scrive la Histoire de la Philosophie Hermétique (vol. I, vol. II e vol. III), Pernety e Libois (9) camminano sulle tracce di Michael Maïer spiegando le favole impiegate dagli adepti. Pernety soprattutto rende servizio ai cercatori con le sue Fables grecques et égyptiennes (vol. I e vol. II) e col suo Dictionnaire mytho-hermétique. Queste opere ebbero un grande successo, diverse edizioni furono esaurite in poco tempo e Pernety assurse al rango dei classici. La sua disputa con l’abbé Villain al riguardo di Nicolas Flamel completò la sua fama, i discepoli accorrevano a lui ed egli poté fondare una società segreta ermetica di cui egli portò la sede dalle parti di Montpellier. Egli morì in età avanzata agli inizi del XIX secolo (10). La fine del secolo fu illuminata dal soggiorno a Parigi di tre adepti famosi: il conte di Saint-German, Cagliostro ed Etteilla, possessori di segreti reali, dotati di poteri magici potenti, essi non potettero resistere al desiderio di stupire i loro contemporanei, e, da magi che avrebbero potuto essere, decaddero al rango dei maghi. Saint-Germain mescolava ai suoi prodigi mistificazioni e, se sapeva accrescere i diamanti e renderli più brillanti, dall’altra parte affermava con gravità di aver conosciuto Gesù Cristo; Cagliostro prevedeva l’avvenire e fabbricava l’oro, ma quando le sue operazioni non riuscivano qualche piccola truffa e Lorenza riempivano rapidamente le sue casse. Quanto ad Etteila, l’ex parrucchiere (11), egli si era occupato di alchimia ed aveva perfino perfezionato una parte della Grande Opera; si vide bloccato dalla sua ignoranza del fuoco segreto; si poteva vedere al suo domicilio, pagando, il matraccio in cui la materia, evoluta ai primi gradi, si cristallizzava in arborescenze splendidamente colorate!



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La Rivoluzione arrivò ad arrestare lo sviluppo dell’alchimia. Questa scienza faceva corpo con le antiche istituzioni, e morì con esse; qualche sapiente scappato alla ghigliottina la perpetuerà ancora nei primi anni del XIX secolo, ma poi poco a poco scese il silenzio, e la vecchia alchimia sembrò morta per sempre. E ciò nonostante il nostro secolo conta degli adepti; Cambriel, ad esempio, che dominava abbastanza gli antichi autori da affermare che avrebbe perfezionato l’Opera; ciò che gli mancava erano i fondi per le prime spese. Non sorridete: se Cambriel avesse trovato un capitalista, avrebbe fabbricato dell’oro, ed avrebbe resuscitato un operatore; e sulla montagna di Sainte-Geneviève, dove dimorava nel 1840, tutti vi avrebbero confermato il fatto. Cyliani, più fortunato, è pervenuto al termine dell’opera, ma fu prudente e continua a vivere modestamente, contento d’essere al riparo dal bisogno. Louis Lucas, ammiratore degli alchimisti, deve prendere posto al fianco di essi poiché applica l’alchimia alla chimica per rinnovare quest’ultima. Tiffereau, che è ancora vivo, per involuzione, è partito dalla chimica per arrivare all’alchimia, ed è complementare a Lucas.
Al fianco dei praticanti bisogna segnalare gli accademici che considerano l’alchimia come una scienza fossile: anzitutto i signori Berthelot e Ruelle le cui felici indagini hanno riportato alla luce gli alchimisti greci, già segnalati da Lenglet-Dufresnoy e da autore tedeschi, e già studiati da Ferdinand Hoeffer, l’autore della Histoire de la chimie (vol. I e vol. II). Louis Figuier ha scritto un libro divulgativo, L’Alchimie et les Alchimistes il cui merito principale è di essere una lettura facile e gradevole; dal punto di vista scientifico, quest’opera lascia assai a desiderare. Le monografie degli alchimisti celebri hanno la prevalenza: Delécluze ha scritto la vita di Lullo, Franck quella di Paracelso, Hauréau quella di Arnaldo da Villanova (12), Alberto Magno ha occupato Daunou, de Launay, Pouchet etc..
E ciò nonostante l’alchimia è davvero morta come questi accademici affermano? In questi ultimi anni la rinascita dell’Occultismo gli è stata di profitto in ragione del rango stesso che essa tiene tra le scienze esoteriche; gli ultimi alchimisti hanno trovato un punto di appoggio, un centro al quale poter riunirsi.
Per non parlare che di Parigi, noi vi conosciamo diversi alchimisti, gli uni teorici gli altri pratici; uno di questi ultimi è pervenuto a risultati stupefacenti che non siamo autorizzati a divulgare. La brochure di Papus, La pierre Philosophale, non è forse un manifesto, una sfida coraggiosa lanciata faccia a faccia alla limitata scienza ufficiale? L’Alchimia può ancora regnare; il suo giorno non è ancora venuto, sebbene sia prossimo. Un chimico laborioso imbevuto delle idee alchemiche prepara una rinascimento della chimica per mezzo dell’ermetismo, e quando, per mezzo di esperimenti di laboratorio rigorosamente controllati, egli sarà pervenuto a comprovare le sue teorie, forse Parigi vedrà rinascere l’Alchimia, più fiorente che mai.

Philophotes







NOTE DELLA REDAZIONE de l’Initiation:


(A) Il signor Poisson prepara una storia di Nicolas Flamel assai dettagliata, che apparirà tra aprile e maggio 1892. È il primo volume della storia dell’Alchimia (N.D.R.).



NOTE DEL TRADUTTORE:


(1) Poisson usa qui la grafia “Efferari” che forse trae dal Theatrum Chemicum di Zetner (1602-1661) o dall’Histoire de la Philosophie Hermétique di Lenglet Du Fresnoy (vol I p. 220). Di questo monaco alchimista, che si suole nella seconda metà del XIII secolo, non si sa nulla. Gli si attribuiscono un De lapide philosophorum secundum verum modum formando ed un Thesaurus philosophiae entrambi compresi nel terzo volume del Theatrum Chemicum.
(2) È questa una delle varianti con cui è conosciuto l’astrologo e medico italiano Pietro d’Abano (c. 1257-1316), autore del Conciliator differentiarum quae inter philosophos et medicos versantur e del De venenis eorumque remediis. A lui si attribuisce anche il famoso Heptameron, uno dei più noti grimoires magici della tradizione tardomedievale, la cui prima edizione a stampa è a Venezia nel 1496. Dell’Heptameron è da anni disponibile l’edizione italiana curata da Jorg Sabellicus (Sebastiano Fusco) e pubblicata dalle edizioni Hermes (Heptameron di Pietro d’Abano – Rituale Mithriaco del Gran Paprio Magico, Hermes, Roma 1984) Dell’Hepatameron è oggi anche disponibile un’edizione digitale in inglese con testo latino a fronte durata da Joseph H. Peterson.
(3) Nulla è noto di questo alchimista, generalmente considerato di area francese, la cui Scala Philosophorum è inclusa nel secondo volume della Bibliotheca Chemica Curiosa del Manget (Geneva 1702).
(4) Il riferimento è alla Practica Magistri Odomari, di mano ignota, che tuttavia, contrariamente a quanto affermato da Poisson, ebbe innumerevoli edizioni a stampa. Vedi la breve introduzione al testo su questo stesso sito.
(5) Poisson fa riferimento a questa edizione: Le Miroir d'alquimie de Jean de Mehun,... avec la Table d'émeraude d'Hermès Trismégiste et le Commentaire de l'Ortulain sur ladite table; plus le Livre des secrets d'alchymie de Calib, juif: ensemble, de l'Admirable puissance de l'art et de nature, par Roger Bachon. Le tout traduict de latin en françois, Sevestre, Paris 1612.
(6) Tanto quest’autore che la relativa opera manoscritta ci risultano inidentificabili, e non abbiamo notizie di ulteriori citazioni riguardanti questo professore di medicina o sue eventuali opere.
(7) Gabriel de Castaigne, cappellano di Enrico IV e Luigi XIII, dottore in Teologia, francescano conventuale di Avignone e vescovo di Saluces, alchimista rinomato, uomo di fiducia di Maria de’ Medici ed amico di Beroaldo da Verville. Il Ferguson (John Ferguson – Bibliotheca Chemica – a bibliography of books on alchemy, chemistry and pharmaceutics s.d. ma reprint dell’ediz. del 1954 di Londra - Kessinger publishing, pp. 148 -149) segnala, prima della raccolta citata, l’uscita de L’Or Potable qui guarit de tous maux (Paris 1611) e Le Gran Miracle de la Nature Metallique (Paris 1615). Entrambe queste opere, insieme a Le Paradis Terrestre e Le Trésor Philosophique de la medecine Metallique, sono incluse nell’edizione de Les Oeuvres del 1661. Il de Castaigne viene annoverato dallo Chevreul, nella sua lunga recensione al Cours de Philosophie Hermétique di Cambriel, tra i pochi che nel XVII secolo acquisiscono fama come alchimisti (Journal des Savants, Maggio 1851, pag. 291). Il de Castaigne è pure citato di sfuggita da Hoefer (F. Hoefer, Histoire de la chimie depuis les temps les plus recules jusqu’a notre époque, Hachette, Paris 1843, vol. II, pag. 331) e dal Figuier (L. Figuier, L’alchimie et les alchimistes, essaie historique et critique sur la philosophie hermétique, Hachette, Paris 1860, terza ediz., pag. 60) che però lo chiama de Chataigne. Su De Castaigne vedi anche Savare Jean. Le R. P. Gabriel de Castaigne et l' « Or Potable ». In: Revue d'histoire de la pharmacie, 63ᵉ année, n°226, 1975. Communications du congrès international d'histoire de la pharmacie de Paris (24-29 septembre 1973) pp. 515-521. Più recentemente vedi François Secret, De quelques traités d’alchimie au temps de la régence de Marie de Médecis , in Chrysopoeia¸ III, fasc. 4, Octobre – Décembre 1989, in particolare L’Or Potable (1613), Le grand miracle de Nature (1615) et Le paradis terrestre (1615) de Gabriel de Castaigne.
(8) Pochissimi e frammentari, principalmente desunti dalle sue opere, i dati biografici su questo alchimista francese del XVII secolo, la cui opera principale fu il Veredarius hermetico-philosophicus laetum et inauditum nuncium adferens, id est, secreti naturae secretissimi, de conficiendo nimirum lapide philosophico, personalem & vivam revelationem veris verae sapientiae filiis, nunquam & nusquam ante hunc diem viso vel audito modo, fideliter & finaliter offerens. Francofurti, Aubrius & Schleichius, 1622. Cfr. John Ferguson, Bibliotheca Chemica, a bibliography of books on alchemy, chemistry and pharmaceutics, Machleose, Glasgow 1906, vol 2, pp.220-221.
(9) Étienne Libois (morto nel 1776) fu autore de L'Encyclopédie des dieux et des héros sortis des qualités des quatre éléments et de leur quintessence, suivant la science hermétique (Paris, 1773, riedito nel 1776, 2 vol.). L’opera di Libois non è minimamente comparabile, per profondità e dottrina, a quella del Pernety, ed la sua Encyclopédie ha rari momenti di valore nell’ermeneutica del pur copioso materiale mitologico esposto.
(10) Il testo, per un palese errore di stampa, riporta “commencement du XVIII siècle”. In realtà Pernety, la cui società, gli Illuminés d’Avignon aveva per sede, appunto, Avignone e non Montpellier, morì qualche anno prima, nel 1796.
(11) L’equivoco nacque da uno degli indirizzi usati da Alliette nelle sue pubblicazioni, che faceva riferimento ad una ben nota bottega di parrucchiere parigina. Su questo e, più in generale, sulla figura di questo per molti aspetti ancora misterioso e popolare mago dell’età dei lumi, che seppe legare il suo nome alla scienza della lettura dei tarocchi, vedi la nostra introduzione all’edizione italiana del suo Les sept nuances de l'oeuvre philosophique-hermétique.
(12) Di lì a pochi anni la leggenda di Arnaldo da Villanova alchimista verrà esplorata da un altro occultista celebre, il medico Emmanuel Lalande (1868-1926), membro del consiglio superiore martinista meglio conosciuto come Marc Haven, nel suo La vie et les oeuvres de maître Arnaud de Villeneuve (1896).


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