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Anonimo, La Clavicola della Scienza Ermetica (1751), traduzione e note di Massimo Marra.

Pagina on-Line dal 12/05/2012

La seguente traduzione è stata condotta sul testo francese dell'edizione della Clavicule de la Science Hermetique uscita ad Amsterdam per i tipi di Pierre Mortier nel 1751. I numeri in parentesi tonda indicano qualche rara nota al testo del traduttore.

Traduzione di Massimo Marra ©, tutti i diritti riservati - riproduzione vietata con qualsiasi mezzo e per qualsiasi fine.

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LA CLAVICOLA DELLA SCIENZA ERMETICA SCRITTA DA UN ABITANTE DEL NORD, NELLE SUE ORE DI SVAGO, NELL'ANNO MDCCXXXII

Ad Amsterdam, presso Pierre Mortier, MCCLI

ALLA NATURA VERGINE IMMACOLATA ED ALL'ARTE CHE LA ELEGGE COME GUIDA,

consacro umilissimamente i miei svaghi serali, io, che sono un grano di polvere del Paradiso.

Un Uomo.



AL LETTORE BENEVOLO


Mi sembra già di intendervi rumoreggiare alla vista di questa brochure; siete forse stupiti del fatto che non facciamo tacere una fonte che ha già fornito di che riempire tante carte e tanti libri. Davvero, direte voi, è proprio dal nord, dove da molto tempo le sorgenti di Elicona sono soffocate dai ghiacci, che ci dobbiamo attendere qualcosa di nuovo su questa materia? È di lì infatti, senza dubbio, che deve arrivare alla dea degli Egizi Iside ed ai suoi antichi misteri, la restaurazione del suo lustro originale e dell'antico splendore. Se voi considerate il nome, i piaceri, le occupazioni dell'autore, come non sentirvi ingannati nelle vostre attese? Come non giudicare ben strana questa impresa?
Se siete giusti, tuttavia, sospenderete il giudizio su di una questione nella quale non siete ancora abbastanza istruiti. La Scizia ha un tempo avuto i suoi Abaridi ed i suoi Xamolxidi. Se pretendete che noi siamo in errore perché non cantiamo la medesima canzone della favolosa antichità, leggete tutto, e forse poi direte con il poeta

Felices errore suo, quos despicit arctos (1)

Infatti non posso persuadermi che la cornucopia dell'abbondanza della Natura sia talmente esaurita che essa, che altri hanno definita una buona madre, sia, per noi che abitiamo questi climi, matrigna, non volendo esser riconosciuta come madre per alcun merito né beneficio concessoci. O io mi sbaglio, o essa offre anche a noi il suo seno; se voi amate questo seno, bianco come la neve, pieno di latte, irradiante un dolce calore, rischiate qualcosa, come fanno i bambini con le loro maniere semplici, ruffiane e piene di affetto. Spero che leggendo queste poche pagine troviate cose di cui altri non hanno parlato; se esse vi divertono utilmente, io crederò aver adempiuto al mio voto, e ciò mi stimolerà a tentare qualcosa di più importante; se, tuttavia, esse pagine vi dispiacciono, perdonate lo zelo che ho di far cosa gradita al mio prossimo.

L'Autore.

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L'Altissimo, a coronamento della sua opera, creò l'uomo e gli diede qualità così differenti e così belle che egli non esitò a dichiarare di averlo fatto a sua immagine. La Santa Scrittura testimonia, e la religione cristiana ci persuade sufficientemente, di quanti benefici Dio l'abbia colmato in seguito, benché fosse suo nemico e ribelle; egli non risparmiò nemmeno il suo unico figlio per la salvezza del genere umano. Queste testimonianze sono al di sopra di qualunque obiezione, e benché la fede creda a delle cose che la ragione non comprende, ciò nonostante sia l'una che l'altra in ciò convengono, ovvero che di tutte le creature l'uomo è la più nobile. Questa verità è così chiara, e produsse tanta impressione negli antichi, non rischiarati dalla Rivelazione, che gli Egizi, avidissimi di scienza, ebbero come studio principale l'arte di conoscere se stessi.
I Greci, che dagli Egizi trassero i loro dogmi, avendo riportato nel loro paese questa stessa regola che considerarono come base di ogni saggezza, fecero apporre sulle porte e sulle mura del loro famoso tempio di Delfi queste parole:

Consule te ipsum, nosce temet et ambula ab intra.

Dopo che una lunga esperienza ebbe fatto conoscere l'armonia che vi è tra l'universo e l'uomo, si è creduto quest'ultimo come la ricapitolazione del tutto, o piuttosto il microcosmo (2). È questa la chiave del sigillo di quel gran Hermes, del quale l'emblema è costituito da una mano che regge una sfera, ossia un microcosmo, con questa iscrizione:

Ciò che è in alto è come ciò che è in basso.

Io non mi curo dei sogni degli Alchimisti, che fanno violenza a queste parole per piegarle a confermare lo loro chimere. È sufficiente che il loro grande maestro abbia attinto ciò dai misteri più celati della Natura. Da ciò viene che lo stesso sia detto anche nell'Asclepio:

È per questo, o Esculapio, che l'uomo è un grande Miracolo, un animale che si deve onorare ed adorare.

Si potrebbe azzardare talvolta di voler disputare questa prerogativa dell'uomo, allegando a ragione la sorte miserevole degli umani, di molto inferiore a quella degli altri animali dei tre regni della natura, tanto in rapporto alla maniera di vivere ed alla veste, quanto al riguardo della forza e del vigore degli spiriti vitali, dei sensi etc.; di modo che se io dirigo gli occhi su me stesso, non apprendo altro se non a riconoscere la mia estrema imperfezione, sentendomi minacciato dal veder effondersi sulla mia testa un diluvio di mali. Io non pretendo di decidere se questa considerazione sia opposta al fine del nostro assioma, oppure se la sua utilità si manifesti maggiormente nei domini della Teologia e della Filosofia Morale. Mi sia consentito di passar oltre su questa questione con un'altra domanda: chi vi ha insegnato che voi siete di tutte le creature la più miserabile? È senza dubbio la vostra ragione e la forza della nostra regola (3). Ma se la forza della nostra regola vi svela la vostra miseria, la conservazione di voi stesso vi impone di cercare dei rimedi contro questa stessa miseria; conseguentemente la mia regola vi sarà utile e salutare. Ma se è invece la ragione ditemi, in quale creatura, eccettuato l'uomo, voi trovate la ragione? Di conseguenza la creatura dotata di ragione è la più eccellente di tutte. La venerabile antichità non giudicava dell'eccellenza dell'uomo attraverso le sue parti corporali, terrestri ed elementari, che un'esperienza quotidiana ci insegna essere soggette a calamità senza numero, e che venendo dagli elementi a questi devono esser rese; ella ne giudicava piuttosto con riguardo alla connessione ammirevole ed al concorso di virtù superiori ed inferiori che nell'uomo si verifica come in un centro. Questi grandi dell'antichità, vedendo che gli altri animali non erano composti che di due parti, ovvero di un corpo organizzato ed uno spirito vitale, hanno notato nell'uomo una terza cosa che sussisteva dopo la morte, e che essi denominarono tanto anima, quanto fuoco celeste, o altri ancora spirito. Privi della Rivelazione essi si erano formati idee diverse sulla patria e l'origine dell'uomo, che hanno tuttavia giudicato differire totalmente dal resto delle creature per le sue operazioni, tra le quali essi contarono l'intelligenza, la volontà, la sana ragione, la saggezza, l'amore per le verità matematiche - che non possono ingannare - e l'amore per le altre nozioni, che sono qualità che non si rinvengono presso i bruti. In questo modo essi si sono assicurati dell'esistenza dell'anima, ma poiché erano incerti sulla sua essenza e sul suo destino alla rovina del corpo, hanno posto qualche anima nel novero degli dèi e dei semidei, soprattutto quelle di eroi e saggi. Ma noi, che dall'autore stesso dell'anima siamo meglio istruiti in queste cose, conosciamo non solo le ragioni dei pagani, ma ne scopriamo attraverso la Fede ogni giorno di nuove e più sicure. Quella Fede che l'anima cristiana concepisce, ma che i bruti ignorano totalmente.
Se il creatore non ci avesse direttamente ed usualmente accordato quest'anima, l'uomo non sarebbe stato più atto degli altri animali ad avere qualche idea di Dio o a ricevere il Vangelo e le verità della religione cristiana, quando anche glielo si fosse predicato mille volte. Ciò mostra che vi è nell'uomo qualcosa di nascosto che si risveglia come da un sonno per mezzo delle nozioni che gli si presentano. Se ciò non fosse l'uomo sarebbe ingiustamente condannato dal giusto Giudice a pene eterne per aver trascurato delle verità che egli era, del resto, incapace di conoscere al pari del bove, dell'erba o della pietra. Sarebbe ingiusto quanto un creditore che richiedesse il rimborso di una somma non prestata. Ma se un debitore perdesse o trascurasse per sua colpa la somma affidatagli, sarebbe a buon diritto punito, a meno della grazia del creditore. È solo a questa creatura che il Creatore eterno ha affidato qualcosa di eterno.
L'uomo differisce dunque dagli altri animali nel fatto che egli è dotato di anima razionale ed immortale, di modo che egli merita piuttosto di essere al di sopra degli altri animali che posto semplicemente tra essi. Con ciò gli altri abitanti degli elementi riconoscono l'assoggettamento e l'inferiorità all'uomo, la sua supremazia ed eccellenza. A ciò si aggiunge la sana ragione che egli è un debole raggio dell'immagine divina perduta.
Gli antichi filosofi Caldei, Egizi ed Ebrei, hanno fatto ogni sforzo per restaurare, attraverso la conoscenza della saggissima natura, quel raggio che la caduta dei nostri primi padri aveva lasciato pressoché estinto. Essi sapevano che Adamo era stato cacciato dall'Eden, ma non hanno trovato da nessuna parte che l'Eden si situasse al di sopra della terra; piuttosto, in effetti, essi sapevano che l'accesso ne era sorvegliato accuratamente, come quello d'un palazzo le cui porte siano ben serrate, cosa che in sé non prova però che l'edificio o i suoi tesori nascosti non vi siano più. Si indirizzarono dunque alla loro Iside, la Natura, e trovandola provvista di tanta saggezza, ricchezza e generosità, ne furono talmente stupiti che ne fecero il loro unico soggetto di studio. E siccome questa Vergine casta non rifiuta facilmente coloro che la amano veramente, laddove questi ultimi la cerchino dopo averne ottenuto il permesso da suo Padre, e laddove essi si votino interamente a lei non essendo animati dal solo e falso amore per Aristotele e le sottigliezze logiche e scolastiche, questi antichi seppero guadagnarne talmente le buone grazie con costanti carezze, che essa volle insegnargli il sentiero autentico per scorgere e penetrare i segreti più nascosti; e ciò senza esigere altra ricompensa che delle lodi per il suo grande Autore, e la prudenza ed il silenzio dei suoi Amanti.
Tutti i libri e gli scritti dei fortunati e tre volte fortunati saggi e sapienti antichi mostrano fin dove sono essi pervenuti per questa via, ed i monumenti meravigliosi che ancora ci restano, testimoniano, in maniera palpabile, che né le nostre ricchezze, né le nostre forze, né tutto il nostro sapere nelle Matematiche, l'Architettura, la Scultura, l'Astronomia, la Fisica, la Chimica, la Magia etc. saprebbero raggiungere, o potrebbero compararsi, al punto sublime cui era anticamente pervenuta la scienza. Chiunque ne dubiti o desideri saperne di più può consultare Erodoto, Platone, Democrito, Giuseppe, Pancirolo, Morhoff, Borrichius e numerosi altri.
Ma affinché questo mezzo che vi è tra l'uomo e la natura, che essi hanno chiamato la grande catena, e questa Scienza Divina acquisita con tanta cura e pene non si perdessero con loro e cadessero nel buio, essi hanno avuto gran cura di trasmetterli alla posterità su colonne, marmi, legni, pietra e nei libri, con caratteri geroglifici e sacri, affinché i soli degni Figli dell'arte ne fossero istruiti escludendone il volgo. Ma le scienze hanno subito la medesima sorte dei grandi regni, delle città e delle intere nazioni. L'invidia di regnare ha fatto sorgere la discordia e le dispute; i Filosofi furono allora esiliati, i monumenti del genio seppelliti sotto le rovine della patria, e la natura, divenuta vedova, per così dire, si racchiuse nella sua propria virtù. A ciò successe l'ignoranza, l'oblio, la barbarie, la ferocia, col disprezzo e l'odio per le arti e le scienze. La storia riporta che l'imperatore Diocleziano ordinò, sotto pena della vita, di raccogliere tutti i libri dei saggi d'Egitto che erano sfuggiti alle ingiurie del tempo, e di distruggerli e bruciarli affinché questo popolo, estremamente incline alla rivolta, non attingesse nuovamente da questi libri quelle ricchezze che i predecessori stessi dell'imperatore gli aveva già di sovente sottratto.
Ma poiché la Saggezza ha questo in comune con la Verità, che essa può ben essere perseguitata per un tempo, ma non può essere né distrutta né del tutto oppressa, sono rimaste, malgrado l'avversa fortuna, tante tracce del suo antico lustro che, quando gli Arabi entrarono in Egitto nei secoli seguenti, essa seppe attrarre i loro Re e Principi. Qualche Greco e Latino, almeno nei primi secoli del Cristianesimo, quando i Misteri di Cerere furono importati dall'Egitto, ebbe la fortuna di accostarsi ad essa; ma furono un numero così esiguo, che, con l'eccezione di qualche maestro, a stento ce ne è tramandato qualche nome.
Gli Arabi e Saraceni, arricchiti da questa scienza, non solo si impadronirono di grandi reami, ma divennero anche, in poco tempo, illustri per il gran numero di Filosofi che produssero. Testimoniano ciò i superbi monumenti che ancora sussistono nei regni di Grenada e Murcia, ed in altri luoghi, laddove la barbarie dei Turchi li ha risparmiati; ed anche ne fanno fede gli autori più stimabili che lo confermano con le loro testimonianze.
È deplorevole che questo popolo sia stato così invidioso da voler possedere da solo la Saggezza, di modo che un piccolo numero tra loro, ben lungi dall'indicare nelle proprie opere il semplice cammino della natura, abbia esposto, per sviare quelli che lo volevano conoscere, delle falsità che hanno nuociuto al cammino stesso più di quanto non abbiano aiutato e corretto. E siccome essi non ignoravano che la sete insaziabile dell'oro possiede l'uomo, si impegnarono particolarmente ad attrarla di più e, nel medesimo tempo, a far uscire i cercatori dal cammino semplice della natura, che è, secondo me, l'unico autentico, per gettarli in una infinità di altri cammini particolari; essi si soffermarono unicamente sul regno minerale e metallico, sostenendo che l'oro non poteva prodursi senza oro, così come solo da una vacca poteva provenire una vacca, o un cavallo da un cavallo. I fondamenti di questa regola sono molto veri, perché non è possibile per la Natura produrre oro senza il seme dell'oro, ed ugualmente non sarà possibile neanche al più gran Filosofo dissolvere l'oro e ridurlo filosoficamente al suo seme, senza il nostro mezzo e senza la bilancia della natura. Tuttavia la difficoltà consiste nel trovare il mezzo di procurarci accesso a questo palazzo regale e serrato. Gli Arabi hanno avuto gran cura di nascondercelo non dicendone niente, ed i loro discepoli e partigiani, i filosofi del nostro secolo, hanno fatto lo stesso; infatti, benché essi prendano a prestito da un lato e dall'altro sentenze dorate che dicono unanimemente seguite la natura, essi l'hanno talmente contraffatta, mascherandola e rivestendola di abiti estranei, che a malapena lo stesso Hermes potrebbe riconoscerla. Non ho intenzione di spezzare una lancia contro questi grandi uomini, né di confutare i loro argomenti, ma al contrario, voglio fare gran tesoro delle loro indicazioni e delle loro precauzioni nel celare i segreti della natura. Che mi sia ciò nonostante consentito dire, per questa volta, che fin tanto che voi seguirete le tracce segnate nei loro libri, non arriverete mai allo scopo che vi siete proposti. Chiunque non vi conduca direttamente al domicilio della Natura, non vi indica il vero cammino, ma piuttosto ve ne distoglie. Voglio ciò nonostante darvi un consiglio, e cioè che, dopo aver letto qualche autore di appurata sincerità, voi cancelliate dal vostro spirito ogni tentazione di maneggiare i metalli crudi ed i minerali di ogni specie, applicandovi al contrario unicamente alle generazioni della Natura, e facendone l'esame; in questo modo potrete essere ben sicuri di essere entrati nella vera via. Ecco ciò che ho trovato nelle mie ricerche: giudicherete voi stessi a che punto sono giunto su questo soggetto, e cosa sto per comunicarvi senza giri di parole, se io sia avanzato o meno. Se la mia opinione non vi è d'aiuto, cercatene, ve ne prego, una migliore, e mettetemene a parte con la medesima franchezza. La strada che vi indicherò non vi impegnerà punto in grandi spese, né in inutili lavori alla maniera dei Filosofi; infatti, oltre le spese ordinarie cui siete obbligati dal vostro normale sostentamento, essa non vi costerà più di due o tre scudi.
La mia materia non è né animale, né vegetale, né minerale, ma partecipa di tutte e tre i regni. Essa è universale e più comune, nel mondo, di qualsiasi altra cosa. Deve essere chiamata per simpatia microcosmica, e lo merita. La si trova sempre e dovunque, tanto nel fondo delle Indie che nel bel mezzo di Roma, tanto il giorno che la notte, in Estate come d'Inverno. Si può avere con molto poco e molto pericolo, ed alcun mortale può farne a meno. Essa non è mai a riposo, ma sempre in azione e movimento; non è mai esposta, ma sempre nascosta alla vista. La miniera in cui si trova è profonda e coperta da spesse tenebre, poiché è racchiusa in luoghi angusti e nelle viscere della terra, da cui essa si trae e si manifesta subitamente per l'Artista.
La sua origine è della Terra e la sua vita del Cielo. Da ciò discende che essa è animata e non morta. Questo Mercurio è volgare, ma non è per nulla quello comune. Quello comune è un fluido freddo, il mio è un fluido caldo. Quello comune ha bisogno di molte cose e lavori per essere purificato, il mio non ha bisogno che di un solo lavoro che mi è grato. Il mio non risiede e non si trova che in un sol corpo, benché tutto ciò che vive sotto il cielo ne sia geloso. Esso conserva alla fine lo stesso colore che aveva all'inizio, benché sia infinitamente esaltato. Si forma da un'infinità di altre materie, e da queste si desumono con l'analisi, a crudo, le affinità che ha con i tre regni. Benché non mi sia possibile comporlo, io non me ne preoccupo, poiché la Natura me ne dà preparato e composto quanto me ne occorre per il mio scopo. È vilissimo, assai abietto, ma anche preziosissimo e carissimo, specie prima della prima operazione. Il suo nome è conosciutissimo da tutti ma le sue virtù sono più che sconosciute e non sperimentate. Ha ingannato molte persone che si prefiguravano grandi cose dalla sua eccellenza e dalla sua celeste origine. Essi hanno fatto ogni sforzo per perfezionarlo, ignorando la sua vera ed amicale decozione. Da ciò è disceso che grandi filosofi lo abbiano respinto e condannato, anche a ragione, poiché esso non può esser dissolto né morire, né essere vivificato, né perfezionato, che in se stesso e per mezzo di se stesso, in un solo modo veramente convenevole e naturale, nascosto e filosofico. Ogni fuoco elementare anche il minore, qualunque nome gli si dia, lo scaccia o lo uccide, o, almeno, lo rende incapace di essere filosoficamente risuscitato. In tal modo la materia, senza l'esatta conoscenza del fuoco, del vaso e dell'athanor, è più inutile di quanto si possa credere,
Gli autori aiutano men che niente a scoprire queste cose, poiché essi ne hanno così accuratamente cancellate le tracce, che ingannano anche i giovani più dubbiosi. Vantando i loro errori come altrettanti oracoli, le loro minuzie e le loro fantasie, essi fanno perdere a coloro che gli prestano fede, pene infinite e molto danaro, facendoli cadere in labirinti da cui sovente non escono se non dopo aver dissipato tutti i loro beni.
Bisogna allora stupirsi se questa nobile scienza e questa ricerca del più perfetto preparato che vi sia in Natura, siano oggi tanto odiate e trovino un numero così grande di nemici? Dubito fortemente che la necessità che i Filosofi accampano nel nascondere queste cose possa giustificare la loro condotta, poiché mi sembra meglio tacersi che ingannare. Da parte mia sostengo che la natura sia la sola guida e la sola padrona, in quest'opera; infatti, avendo cura di ricordarsi del suo autore, essa non saprebbe ingannare né se stessa né altri.
Avendo così conosciuta la materia, bisogna ancora considerare e ricercare il come essa debba essere corretta ed epurata. Ciò non si compie per mezzo di alcun fuoco né elementare, né artificiale, in alcun vaso né fornello, ma piuttosto per mezzo del suo proprio fuoco che il Creatore gli ha donato immediatamente, dall'inizio, e che noi ereditiamo. Il contadino lo riconosce malgrado la rozzezza del suo ingegno, mentre l'Alchimista lo ignora del tutto. Noi sentiamo in ogni momento la sua virtù, ma ignoriamo il luogo della dimora in cui si è ritirato. È invisibile ma non insensibile, dolce, vaporoso, continuo, uguale, e riposa all'interno della materia nuda. Da questa esso è sostenuto, nutrito, dissolto, fatto morto, corrotto, germinato, rinverdito, fiorito e vivificato, perfetto, aumentato e moltiplicato. La sua ricerca è ben più difficile di quella della stessa materia, poiché non si potrà mai rinvenirlo attraverso i libri. Per questo la conoscenza di questo fuoco deve essere preferita alla conoscenza della materia, perché la conoscenza della sola materia poco contribuisce a quella del fuoco, mentre, una volta conosciuto quest'ultimo, la conoscenza della prima appena può restare nascosta.
Anche il vaso non è né artificiale né fatto a mano, ma piuttosto naturale ed omogeneo, oblungo, con un collo chiuso o aperto a seconda di quanto esige la necessità, opaco ed oscuro. In questo, che è solo ed unico sulla terra, la materia comincia, è cotta ed è perfezionata. Si può averlo ovunque ed in ogni momento e costa tanto quanto il fuoco, non più di quanto costi la materia a molta gente. Si chiude ermeticamente da solo e si riapre. Non contiene più di quanto non si convenga e rifiuta il superfluo, di modo che non si ha da preoccuparsi né di proporzioni né di quantità, poiché la Natura non ignora di quanto essa abbia bisogno, posto che le si prestino i necessari ausili. Io non posseggo più di un sol fornello, che è di terra ma naturale, alla cui costruzione l'arte non ha avuto parte. È provvisto di due finestrelle, ed è opaco ai lati; ciò nonostante esso è così mobile che posso facilmente trasportarlo da un luogo all'altro, ed anche portarlo con me in lunghi viaggi, senza alcuna difficoltà o paura d'essere tradito. Ciò che è stupefacente è che il mio athanor contiene al proprio interno il fuoco più forte della natura, o come dicono altri, il quarto grado del fuoco, e che è per sua virtù che esso sussiste; nondimeno esso si rompe ed è distrutto dal più piccolo fuoco elementare o di lampada. Da ciò potete convincervi di quanto differisca da un vaso artificiale.
Le cose che rendono quest'opera difficile sono:
1. La conoscenza e la cura delle ore del parto, perché quest'opera assomiglia molto alla generazione dell'uomo, poiché ha le sue ore per il concepimento e per il parto.
2. Il governo del fuoco, nel quale coloro che non impiegano le precauzioni necessarie sovente sbagliano e rovinano con ciò tutta la costruzione; uno scoglio che si può facilmente evitare essendo circospetti ed attenti.
3. Il segreto dell'arte che ho prontamente appreso risalendo alla sua prima fonte. Il resto è facile e per nulla spiacevole, eccetto l'odore pungente che colpisce all'inizio. I colori sono in numero di tre, ovvero il nero, il bianco che eguaglia quello della neve, ed il terzo che rassomiglia al rubino, benché il mescolamento di questi tre ne produca anche altri.
Lascio a ciascuno la cura di esaminare, da ciò che ho appena detto, se questa eccellente opera sia tanto penosa e difficile da dover essere interamente disprezzata e rifiutata, oppure trattata da follia, come chimera di un cervello disturbato. Credo piuttosto che essa sia tanto agevole e facile che la possa portare a termine anche uno dei miei contadini del tutto ignoranti in chimica (posto che io gli abbia prima detto qualche parola in un orecchio) quanto il più eccellente Filosofo. Ma ecco la prima ed autentica causa per la quale la Natura ha nascosto questo palazzo aperto e Regale a tanti Filosofi, ed anche a quelli dal sottilissimo spirito; allontanandosi fin dalla giovinezza dal cammino semplice della Natura per mezzo delle conclusioni della Logica e della Metafisica, ed ingannati dalle illusioni contenute anche nei migliori libri, essi immaginano e giurano che quest'arte è più profonda e più difficile di qualunque Metafisica, benché la Natura cammini in questa, come in tutte le sua altre operazioni, con un passo dritto e semplicissimo. Non abbiamo che un'unica materia, un'unica cottura. La materia, il vaso, il forno ed il fuoco non sono che una sola e medesima cosa. Che bisogno c'è di cercare in paesi lontani ciò che abbiamo già a sufficienza presso di noi? Ma la Natura, negletta e disprezzata, non è soggetto atto ad attirare l'attenzione e la stima di questi grandi Filosofi. E quando anche la conoscessero, essa non parrebbe, a gente del loro merito, degna di tal merito da costituire la loro occupazione ed il loro studio; gente che disprezza la conoscenza di sé stessi e che per fasto ed avarizia si eleva fino alle stelle ed ai pianeti, ed ad essi si associa come a degni amici che si volgon tutti al loro capo, il sole: e dopo aver offerto a questi in matrimonio la luna, gli domanda per ricompensa il libero accesso ai tesori immensi dello Sposo.
Ma invano si attende discendenza dai morti. Gli idoli superbi del volgo non godono di alcun privilegio al di sopra degli altri, nella nostra opera. Essi hanno bisogno della nostra acqua con la quale essi semineranno e rapiranno coi loro frutti quelli che lavorano sul sole. Ciò non è tuttavia il fine di un vero Filosofo. Questi guarda alla stirpe di questo Principe dei Pianeti come a un divertimento, e come ad un primo rudimento delle sue conoscenze. Cosa gli importa il produrre ed acquisire a suo piacimento ricchezze che sorpassano quelle delle Indie, o il possedere un gran ammasso d'oro e d'argento? Il possesso di questi beni causa quotidianamente, ai possessori, cure ed inquietudini, esponendoli a diversi pericoli. Alla fine bisogna abbandonarli, ed essi a malapena apportano vantaggio ai loro proprietari che in quello che gli è comune con la maggior parte dei mortali, ovvero il saziare la fame e spegnere la sete. Alla fine la pallida morte bussa tanto alla porta di un palazzo che a quella di una capanna. Ma colui a cui è aperta la porta della Natura, non manca altra cosa che il conoscere l'onnipotente Autore. È al fine di acquisire questa conoscenza che dedica tutte le sue forze colui che vede con i suoi occhi che tutto tende alla sua gloria, e non è sorprendente che disprezzando ed abbandonando tutte le cose della terra, egli si dedichi unicamente all'amore e al desiderio che lo trascina verso l'Autore e Padrone dell'Universo.
Colui che ha preso gusto per l'eternità, desidera con ardore di lasciare questa vita per conquistare l'oggetto del suo desiderio, così come colui che ha vissuto in esilio e come straniero in paesi lontani, benché libero e sicuro, non esita a ritornare in patria. Ciò fornisce una risposta a coloro che domandano perché si veda tanto raramente che i Filosofi, cui tutto ordinariamente riesce, e che hanno conoscenze così esatte della Medicina, vivano più a lungo degli altri uomini; è perché non gli resta più nulla di mortale da desiderare. L'altissimo ha messo due termini ai nostri giorni; l'uno accidentale e l'altro naturale. Alcun mortale, neanche il filosofo, potrebbe oltrepassare quest'ultimo. Per l'altro ci è data la scienza dei magi, per prolungarlo, forse, col favore della volontà divina e l'allontanamento degli ostacoli. I nostri primi Padri e coloro che hanno vissuto prima del diluvio ne fornirono degli esempi, così come diversi Filosofi. Il primo di questi termini è ordinario e comune a tutti i mortali di questo secolo; esso apparirà più chiaro attraverso l'esempio di una lampada o di una candela accesa, che bruciano fin tanto che dura la miccia, ovvero fino al secondo termine, a meno che non siano spente da qualche causa accidentale, che costituirebbe il primo termine. La candela, o lampada della nostra vita, brucerebbe così fino a che la sua materia o il suo olio vitale non sia consumato, se non fosse spenta dall'età o da qualche accidente violento, da una complessione debole o dall'intemperanza, dalla dissolutezza e dalla mollezza da cui provengono numerose malattie, o da qualche altra causa accidentale. La scienza dei saggi può molto contro questo termine, a meno che, avendo cose migliori davanti ai propri occhi, il saggio non ottenga dal Creatore, attraverso la preghiera, la grazia di sloggiare presto per andare con lui.
Ma, per ritornare al nostro soggetto, si trovano molte cose nei libri, che riguardano le tre opere distinte, ovvero l'animale, la vegetale e la minerale; ed ancora la grande e la piccola opera, l'opera di Saturno, la via secca e quella umida. Io non ho intenzione di diminuire l'autorità di tanti eccellenti personaggi, né di combattere e resistere a così tanti oracoli. Ciò nonostante, dubito molto che, attraverso tutti questi nomi, essi non abbiano che voluto designare, in realtà, una medesima cosa, che non vi siano differenti gradi nelle operazioni e che con tanti nomi essi non guardino che ad un medesimo fine. Non fatico a credere che molti fra loro, dopo aver ottenuto il vero Mercurio, abbiano cercato diverse vie per abbreviare l'opera, poiché la pazienza dei moderni non si estende fino a portare questa eccellente ma lunga opera all'ultimo grado di perfezione permesso dall'arte e dalla natura. Tuttavia non mi sono mai persuaso che alcuno dei Filosofi abbia mai potuto portare a termine la sua opera per mezzo di altro Mercurio che non fosse la materia della quale ho parlato sopra, e per mezzo di altro metodo che il mio, nel quale solo la Natura ha nascosto le chiavi del suo tesoro, e nel quale infine non vi è nulla di superfluo, ma in cui il tutto si trasforma per mezzo di una assidua cottura in un glorioso Elisir.
È questa la via umida e secca, l'opera animale, vegetale e minerale al contempo. Perché l'esperienza quotidiana ci insegna che la Natura può, a suo buon piacimento e con la disposizione della materia, produrre tanto un animale che una pianta, un minerale o un metallo. I regimi ed i colori ci mostrano, nel corso dell'opera, i veri semi di tutte le piante. Da questa grande opera provengono, come ruscelli da una sorgente, molte cose particolari che non sto ad elencare, benché siano brevissime, perché esse sono assai lontane dalla perfezione di quella universale, e sono del resto difficilissime, vane ed incerte se vi si produce il benché minimo errore. Il cammino dell'Acquario dei Saggi mi è forse conosciuto, ma io non ne ho mai intrapreso i lavori poiché l'opera è infinita ed assai disagevole, e richiede la manualità esatta di un uomo abituato a soffiar carbone. Quando nella mia opera ho affidato il mio composto, ben chiuso, al suo fuoco ed al suo forno, non ho più bisogno d'altro maestro e guida che la stessa natura. Essa non è mai oziosa, lavora sempre e tende, di grado in grado, ad una nuova resurrezione ed alla più alta perfezione. Quando anche qualche volta l'artista si sbagliasse, essa subito raddrizza l'errore. Solo vi è da rimpiangere che essa richieda tanto tempo, perché appena si potrebbe, nello spazio di due anni, arrivare ad una rotazione utile e fruttuosa. Essa richiede anche un artista attento e libero da ogni altra preoccupazione, per paura che la sua eventuale negligenza o gli impedimenti di altri affari, perdano in un solo momento il frutto di molti mesi di lavoro. Le mie distrazioni, provocate da pubblici affari, sono stati causa, per esempio, del fatto che in tre diverse riprese io abbia, senza successo, ricominciato quest'opera, e che non abbia potuto compiere ciò che avevo visto presso il mio maestro, e che avevo udito e maneggiato con le mie stesse mani. Se avrete più pazienza, attenzione e tempo libero, siate contenti, d'un umore gaio, pregate senza pausa fino alla fine, e potrete esser sicuri di aver trovato sulla terra il bene sovrano dopo Dio. È questo che restaura la sanità, fortifica la giovinezza, aumenta i beni, e conserva fino all'ultimo respiro la desiderabile tranquillità dello spirito.
È il Toson d'oro dei Greci, la Luce e la Giustizia degli Ebrei, la stella splendente dei Magi, che li conduce nella ricerca della conoscenza del Signore della Natura e del Verbo increato.
Finisco raccomandandovi che, prima di tutto, abbiate cura di conciliarvi la grazia dell'Autore della Natura, e di non avvicinarvi a questi misteri contro la sua volontà, perché egli li dona e li toglie a chi vuole. Attraverso di lui possiamo tutto, e senza di lui non possiamo niente. Pregatelo con tutto il cuore, affinché vi faccia conoscere come il cielo e le sue armate cantano la sua gloria.

A lui sia sempre onore e gloria!


CABALA DELLA TAVOLA DI PITAGORA.

o I

Il Chaos o la Materia, il I° numero ed il cerchio O attraverso il quale l'anima

I I


Del Mondo O o il sole per mezzo della Luna sua matrice fa il

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Lo spirito, l'anima e il corpo .
Questi tre principi della natura, essendo ancora intellettuali, danno, dopo l'aggiunta del primo numero, un composto perfetto di quattro elementi.

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Vale a dire + o nostra Terra.

Da qui questo numero imperscrutabile, Ternario magico, dopo aver vinto il due con il soccorso del quattro, avanza con gloria verso il primo, dove diviene perfetto.



Da qui l'ineffabile


Il Tetragramma dei Greci ed il Schemhammephorasch degli Ebrei, di cui ciascuna riga esprime il nome del Signore; e siccome esso è composto di pure vocali, e poiché nessuna parola al mondo può essere pronunciata senza vocali, ugualmente alcuna cosa nel mondo può esistere né sussistere senza Dio: da ciò viene questa sentenza degli Egizi:

Giove riempie tutto.

Lo stesso Pitagora ha voluto significare il medesimo attraverso la tavola divina che aveva preso dall'Egitto o dalla Palestina.

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Queste unità, insieme, danno il numero X, perfetto, che scisso anatomicamente nel mezzo, ed erigendo perpendicolarmente il corno sinistro, dà la lettera L; i due corni insieme danno la lettera V e, considerando l'insieme della lettera X, abbiamo così LVX, che è la sola parola attraverso la quale è piaciuto a Dio di lasciare qualche idea di sé all'uomo.


COROLLARI

Il Geometra apprende da ciò, ovvero dalla circolazione dei quattro elementi, la quadratura del Cerchio ed il movimento perpetuo.
L'Aritmetico apprende la produzione del numero sensibile da cose puramente intellettuali.
Il grammatico apprende l'origine delle lettere.

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Note del traduttore: :

(1) Lucano, Pharsalia, I, 458-459.
(2) L'autore usa petit monde.
(3) l'autore fa evidentemente riferimento alla regola delfica del consule te ipsum testé evocata.


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