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Villamont, La rimarchevole storia di Antonio Bragadino, che ha trovato la pietra filosofale. (1595)

(Dai Voyages du seigneur de Villamont, Chevalier de l'ordre de Hierusalem, Gentilhomme du pays de Bretaigne, divisez en trois livres. A Paris, par Claude de Monstr'oeil et Iean Rchier, 1595. Livre III. cap. XVIII, pp. 290 - 294.), trad. di Massimo Marra

Pagina on-line dal 05/05/2012.

Traduzione di Massimo Marra ©, tutti i diritti riservati, riproduzione vietata con qualsiasi mezzo e per qualsiasi fine.

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Non dubito che in molti si meraviglieranno al racconto di questa storia, benché essa sia del tutto vera, poiché questa pietra filosofale è, in sé, pressoché impossibile, come dimostrano anche le prove infinite che diversi grandi signori e persone notevoli della nostra Francia si sono sforzati di eseguire per pervenirvi. Ma a che scopo? Essi non hanno mai concluso nulla, per quanto non abbiano risparmiato tutta la loro forza e potenza, ed abbiano cercato tutti i modi che gli erano possibili per giungere a questo gran fine. Ma tutti questi sforzi non gli hanno portato nulla, se non l'insopportabile rimpianto, che li ha sempre accompagnati, fino alla tomba, di aver così sperperato i loro beni e consumato il loro tempo, senza poter dire di averne tratto alcuna ricompensa degna del loro minor lavoro. Al contrario, da ricchissimi ed opulenti che erano, essi sono pervenuti infine all'umile povertà. Ecco gli onori ed il guadagno che ne hanno tratto.
Così non è stato per colui di cui voglio parlare, che, unico nei nostri tempi ed in quello dei nostri padri, ha tratto in alto grado onori e profitti dalla pietra filosofale.
Colui di cui vi parlo è un gentiluomo nativo del reame di Cipro, chiamato Antonio Bragadino, volgarmente detto Bragadin, all'incirca dell'età di quarantacinque anni, uomo scuro e di bassa statura, pronto e valente in tutte le sue azioni, e che ha ben studiato le lingue greca, araba, latina ed italiana. Essendo nel reame di Cipro nel millecinquecento settanta, allorché questo fu conquistato e portato via ai veneziani dal gran Turco con una armata di trecentomila uomini, egli si mostro tanto valoroso e coraggioso, a differenza della sua patria, che i veneziani, dopo la perdita del loro possedimento, lo portarono a Venezia, dove gli affidarono qualche ufficio pubblico al fine di dargli i mezzi per vivere. Poco tempo dopo avvenne che, essendo accusato e riconosciuto colpevole di omicidio, fosse bandito perpetuamente da Venezia. Vedendosi confinato in esilio, si ritirò in un luogo assai solitario, in cui passò qualche anno a studiare la filosofia: passò poi in Francia, e ritornò poscia in Italia al seguito di diversi principi. Alla fine si ritirò tra le terre del duca di Mantova e quelle dei Veneziani, e qui passò ancora un anno alla ricerca della pietra filosofale.
Qualcuno mi ha detto che, quando era a Venezia e a Mantova, si era avvicinato ad una sorta d'eremita che viveva in quei luoghi, il quale aveva la reputazione di soffiare come gli altri, ma non di aver raggiunto la perfezione che già tante migliaia di uomini avevano desiderato raggiungere: tuttavia si crede ora che egli l'avesse in realtà raggiunta, e che alla sua morte egli svelasse il suo tanto ascoso segreto al gentiluomo cipriota che era, del resto, già pervenuto ad un certo alto grado di quella mirabile scienza.
Comunque sia, questo Bragadin, aveva avuto la meglio su tutti gli altri, e vedendosi ricercato dal duca di Mantova e da molti altri gran signori, pensò cosa gli conveniva fare, perché ben prevedeva che per mantenersi avrebbe avuto bisogno dell'appoggio di qualche gran re o monarca. Non aveva voglia di venire sotto l'ala della Francia, visto che questa era in combustione per le guerre civili, ed il passare in Spagna avrebbe significato finire dritto in una rete dalla quale mai sarebbe potuto uscire; peggio ancora sarebbe stato andare verso il gran Turco, mentre fermandosi sotto il dominio di qualche principe italiano, correva il gran rischio di essere avvelenato non appena il suo segreto fosse stato scoperto (per forza o per altra via), poiché questi lo avrebbero fatto senz'altro morire nel timore che egli avesse potuto rivelare ad altri il suo segreto.
Nel turbine dei suoi pensieri egli considerò dunque, per la maggior sicurezza della sua persona, che non v'era per lui luogo migliore, più sicuro e più comodo che Venezia, e che egli avrebbe avuto a che fare con una signoria benigna, dolce ed amabile, composta da duemila gentiluomini saggi e prudenti, i quali giammai avrebbero permesso alcun atto contrario alla loro grandezza. Quand'anche vi fosse stato qualcuno che avesse voluto compiere una tal specie di atto, sarebbe stato sempre ostacolato dagli altri, e sarebbe incorso nel timore del bando e della morte; un tal atto, dunque, al contrario che a principi, re o imperatori, non gli avrebbe portato alcun profitto.
D'altra parte pareva che la Signoria, in virtù della scienza e del segreto che Bragadin avrebbe posto a sua disposizione, avrebbe con facilità revocato la condanna all'esilio.
Il progetto tuttavia sembrava in un primo momento difficile a realizzarsi, fino a quando il conte di Martinangue, parimenti bandito dallo stato veneziano, scorgendo un buon mezzo di vedersi revocato il bando, non scrisse diffusamente alla signoria di Venezia. Questa gli rispose che tutti coloro che sarebbero stati occasione di beneficio alla Repubblica, non solo avrebbero avuto l'esilio revocato, ma anzi sarebbero stati considerati fedeli amici. Non c'è bisogno di domandarsi se una tale risposta non fosse ricevuta con gioia tanto da parte del conte di Martinangue che da Bragadin. Questi invia un'altra missiva alla Signoria per assicurarla che essa sola sarebbe stata guardiana del suo segreto, e che egli avrebbe messo direttamente nelle mani del Doge (così è chiamato il loro principe) e di quaranta dei principali signori la prova del suo segreto: quando questa fosse riconosciuta per autentica, egli desiderava che il segreto fosse tenuto celato, a disposizione e custodito nel tesoro. Esso non avrebbe dovuto essere rivelato fino a quando il Doge o lui non fossero morti, poiché, loro viventi, non voleva che altri potessero beneficiare del segreto. Come prova del suo sapere egli inviava in dono diversi lingotti d'oro del valore di ben cinquantamila scudi.
La signoria, considerando un'offerta tanto ragionevole, l'accettò di buon grado, come pure accettò l'omaggio dei lingotti che fece valutare ad esperti; l'oro risultò migliore di quello zecchino o orientale. Ciò fu causa di un'immediata revoca del bando, in cui si scrisse che sia lui che il Conte di Martinangue avrebbero potuto liberamente andare a Venezia; tale revoca fu mandata a tutte le città per le quali i due avrebbero dovuto passare: ovunque essi furono pertanto ricevuti con tutti gli onori. Arrivati finalmente a Venezia essi trovarono ad accoglierli diversi gentiluomini a ciò delegati, che li condussero ai loro palazzi.
L'indomani, di domenica, Bragadin fu condotto al palazzo di San Marco, in cui tutta la Signoria era riunita per trattare, come di consueto, dei suoi affari, come ho descritto nel mio primo libro. Arrivato innanzi a queste barbe bianche, egli gli fece un discorso, alla fine del quale fece dono all'assemblea d'una piccola ampolla dicendogli che la polvere che vi era all'interno poteva produrre oro per cinquecentomila scudi, cosa che essi stessi avrebbero coi loro occhi potuto, di lì a poco, verificare; poi trasse il suo segreto di tasca e lo pose, innanzi a tutti quei signori, nelle mani del Doge, il quale lo ringraziò affettuosamente a nome di tutta la Signoria ed abbandonò il consiglio.
Pochi giorni dopo Bragadin fece prova del suo segreto davanti al Doge ed ai quaranta Signori, e la prova riuscì tanto destramente che la maggior parte degli orefici di Venezia, chiamati a giudicare l'oro prodotto, dissero che era impossibile trovarne di migliore. Essendo quindi la cosa riconosciuta per autentica e vera, tutto il popolo correva per la città per vedere il signor Bragadin, il quale non camminava mai se non accompagnato come un principe, poiché per primi comparivano i suoi stallieri, i suoi servitori domestici, gli svizzeri della sua guardia, i suoi gentiluomini, poi, nel mezzo, lui solo con qualche signore veneziano, ed in seguito la folla che lo seguiva. Tale era il modo con cui marciava a Venezia; figurarsi, se tale era la grandezza tenuta nei suoi spostamenti, come doveva farsi servire nel suo palazzo; non so se si potesse comparare al servizio riservato a monarchi e re, ma oserei dire che in qualcosa egli pure li sorpassava, poiché quelli della sua casa, o coloro che volevano entrare per vederlo (ad eccezione dei gentiluomini veneziani) dovevano entrare a capo scoperto. Egli ha dei gentiluomini al suo seguito ai quali dà quattrocento ducati di pensione, e non cena mai senza che i suoi cantanti, musici e strumentisti non suonino e cantino qualcosa. Dopo cena si dedica alla commedia, accompagnato da Zanni e Pantalone. In breve posso assicurare che sia quelli della sua casa che altri nobili, mi hanno detto che spende ogni giorno dodicimila scudi, il che fa per un anno quattrocentotrentottomila scudi, senza contare ciò che dona, ciò che gioca e le spese straordinarie.
Ciò era oggetto di discussione con qualche veneziano invidioso della sua fortuna, che mi diceva che egli non possedeva se non una certa quantità di polvere, finita la quale sarebbe finito anche il suo sapere, e che dunque, egli non poteva dunque produrre che un certo quantitativo d'oro, e non certo la gran quantità che avrebbe desiderato. Io rispondevo che non conoscevo alcuno, di qualunque condizione fosse, che fosse così liberale da permettersi un dono tanto regale quanto quello che Bragadin aveva fatto alla Signoria: d'altra parte erano note le grandi spese che egli faceva ogni giorno nella sua casa pur senza possedere alcuna entrata, e che, se fosse stato come mi si diceva, fin dall'inizio egli si sarebbe misurato, per non cadere in seguito in disonore; dunque, egli sapeva benissimo quel che faceva ed era in grado di fare la polvere e di fornirsene fino alla morte
Risponde a verità una cosa: e cioè che quando egli giocava contro qualche veneziano e avveniva che perdesse, sovente si corrucciava molto, e non credo per il dispiacere della perdita del suo danaro, ma per il fatto stesso d'essere stato sconfitto. Tuttavia, dal suo dispiacere, alcuni volevano arguire che egli non aveva, in realtà la facoltà di fare l'oro come dichiarava: costoro tuttavia non considerano che forse egli teneva a bella posta tali atteggiamenti.
Per quanto a Venezia, dove il Bragadin fa abitualmente dimora, vi siano pochi cavalli, nondimeno egli aveva uno scudiero ed una bellissima scuderia che ho spesso veduto a Padova.
Ecco la storia di Bragadin, degna d'essere conosciuta ed intesa da tutti, affinché tutti coloro che hanno desiderato o desiderano pervenire ad una sì alta scienza non si disperino affatto, ed anzi continuando le loro imprese si consolino attendendo il frutto dei propri lavori.


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