Torna In Homepage

News

Ti trovi in: Home    XI-XVI sec.    Estratto da 'I Secreti' di Isabella Cortese (con una nota introduttiva di Massimo Marra)

Estratto da 'I Secreti' di Isabella Cortese (con una nota introduttiva di Massimo Marra)

Pagina on-Line dal 07/04/2012

INTRODUZIONE.

A partire dall’archetipo costituito dai Secreti di Donno Alessio Piemontese (1), al secolo il geniale poligrafo cinquecentesco Girolamo Ruscelli (Viterbo 1500 circa - Venezia 1566), si dipana un vero e proprio fenomeno editoriale che si sviluppa per tutto il XVII secolo, per morire poi solo nel secolo successivo, con le ultime ristampe delle raccolte più famose.
I Libri Secretorum attingono ad un sostrato comune di conoscenze di medicina popolare, spezieria, di medicina colta e superstizioni profondamente radicate nell’immaginario del tempo. Non di rado scritti da autori non medici (come del resto non medico era il celebre Donno Alessio, l’insuperabile modello iniziale), essi oscillano costantemente tra medicina, cosmesi ed alchimia, presentandosi come raccolte di ricette che forniscono dalle soluzioni per i più comuni e fastidiosi problemi di salute, fino al modo per tingere di biondo i capelli o, laddove proprio se ne sentisse la necessità, al più sicuro procedimento per ottenere l’oro filosofale.
Tra i libri secretorum più conosciuti, diffusi, e più ristampati, figura senz’altro questo di Isabella Cortese, che esce per la prima volta nel 1561 per i tipi di Giovanni Bariletto:

I Secreti de la signora Isabella Cortese, de’ quali si contengono cose minerali, medicinali, arteficiose e Alchimiche, & molte de l’arte profumatoria, appartenenti a ogni Gran Signora.

Di Isabella Cortese non si alcuna traccia storica presso i contemporanei, nessun elemento gioca a favore dell’esistenza di una tal dama appassionata conoscitrice di preziose ricette alchemiche, cosmetiche e medicinali. Già il Garzoni, nella sua Piazza universale di tutte le Professioni del Mondo (1588), elencando i professori di Secreti più noti, aveva annotato il nome di Isabella Cortese «...il cui nome si tiene esser mentito insieme con quello di Don Alessio da Ruscello». Altrove abbiamo diffusamente discusso la buona attendibilità del rumeur riportato dal Garzoni (2), che trova indizi favorevoli anche nella dedica del libro a Mario Caboga (Chabiga o Chaboga), arcivescovo di Ragusi (l’antico nome di Dubrovnik) a lungo di stanza a Padova, città in cui a lungo soggiornò pure Ruscelli. D’altro canto analoga attribuzione al Ruscelli potrebbe assegnarsi anche ad un altro libro di secreti, quello di Timoteo Rosselli (3), uscito due anni prima per lo stesso editore e sempre dedicato al Caboga.
Già due eruditi francesi del secolo scorso, Armand Baschet e Félix-Sébastien Feuillet de Conches, avevano notato come i Secreti del Rosselli – patronimico sospettamente vicino a Ruscelli - fossero strettamente imparentati con quelli di Isabella e donno Alessio (4).
Non è dunque improbabile che il libro di Isabella, cosi come quello di Timoteo, non fossero altro che l’abile sfruttamento di una moda editoriale inaspettata, forse, nelle sue proporzioni e nella sua durata, da parte di chi l’aveva inizialmente provocata (il Ruscelli) e di un abile editore (il Bariletto), entrambi pronti a cavalcare la favorevole onda del momento.
Chiunque ne fosse l’autore, comunque, i Secreti, unica opera nota sotto il nome di Isabella Cortese, conobbero ampia e duratura diffusione, dal momento che ci sono note almeno dodici edizioni veneziane, stampate tra il 1561 ed il 1677, di cui solo sei citate dal Ferguson (Bibliotheca chemica, vol. 1, p. 179 ). Quest'ultimo annota anche l'esistenza di una traduzione tedesca (Verborgene heimliche Kunste und Wunderwerke in der Alchymie, Medicin und Chyrurgia, Hamburg 1592, 1596 e Frankfurt 1596).
Ma la diffusione dei Secreti dovette essere capillare al di là delle eventuali traduzioni, poiché troviamo una lusinghiera citazione del libro nell'introduzione alle Douze Clefs de Philosophie de frère Basile Valentin, l'edizione francese delle Dodici chiavi edita nel 1660 da Pierre Moët, e basata, come nota Eugene Canseliet nell’introduzione alla sua traduzione (5), su di una precedente edizione del 1624, che il Moët riproduce integralmente semplicemente sostituendo la propria insegna a quella del precedente editore. Proprio nella prefazione di Pierre Moët, dedicata a quel famoso Digby (1603-1665) che fu alchimista, filosofo, viaggiatore, cancelliere alla corte inglese, corsaro e, probabilmente, spia, troviamo citato il testo della Cortese. Leggiamo infatti : " ... ay veu un livre Italien d'une Damoiselle qui s'appelle Dona Isabella Cortesi, qui a fait des vers in sa langue si bien faits, que je ne le puis oublier à vous les reciter en ce lieu...". Il Moët riporta i due sonetti tratti dall'opera della Cortese con notevoli errori di trascrizione, ma mostra comunque di apprezzare e conoscere un’opera che, a prima vista, potrebbe sembrare assai lontana dai gusti di un cultore delle scienze ermetiche.
Del resto, se i Secreti di Isabella intercettano il gusto alla moda per la ricette cosmetiche e medicinali di un pubblico vario e composito, quale doveva essere indubbiamente quello dei Libri secretorum, ciò è dovuto al fatto che il testo è evidentemente prodotto di una mano colta, che ha percorso con sufficiente frequenza e profondità la letteratura alchemica. Vi si ritrovano infatti una serie di topoi tipici, che vale forse la pena di rimarcare, dal momento che una ingenua attitudine di alcuni storici della scienza contemporanei ha diffuso la convinzione che i testi dei professori di secreti non conservino alcuna relazione col contenuto simbolico ed allegorico delle operazioni propriamente alchemiche (6).
Nel testo di Isabella Cortese troviamo una serie di motivi cari alla letteratura ermetico-alchemica, ed un esempio tipico può essere, tra gli estratti che presentiamo in questa sede, l'apertura del secondo capitolo, in cui l'autrice proclama l'amara delusione maturata in trent'anni di fallimenti e la propria avversione per le trappole dell'oscuro linguaggio alchemico (che tuttavia ella stessa adopererà con dovizia crittografica e mano esperta) adoperato dai maestri dell’arte. Secondo questo topos sono proprio le drammatiche esperienze di fallimento e le avversità subite a spingere l'autrice alla piana (si fa per dire) e caritatevole esposizione che sta per prendere avvio. Analoghe considerazioni e dichiarazioni le troviamo in Flamel, nell'anonimo estensore della Lettera sul fuoco filosofico attribuita al Pontano, nel Sendivogio, in Bernardo Trevisano, in Zachaire e, secoli dopo, in apertura dell'Hermes Devoilé di Cyliani. L'alchimista che presenta il suo carico personale di peripezie e traversie, unitamente alla riprovazione per i sofismi e l'oscurità dei testi dei filosofi ed alchimisti precedenti ed accreditati, costituiscono una formula fissa e tradizionale con cui gli alchimisti legittimano spesso la propria esposizione dottrinaria.
Altro riferimento tradizionale è quello dei consilia, autorevoli proprio in virtù delle peripezie attraversate, qui presentati nell'altrettanto tradizionale forma di decalogo. Le istruzioni di Chirico sono quelle che il lettore potrà trovare in una gran quantità di autori alchemici: dal mantenimento del segreto iniziatico alla diffidenza per principi e potentati, dalla solidità dei vasi ai regimi del fuoco, fino a quell’avvertenza sul servitore fedele e secreto da non lasciar mai solo, che la tradizione talvolta associa alla stessa materia prima mercuriale (7).
È tuttavia nell’esposizione del suo Particolare che Chirico condensa in poche frasi le solide prove di una palese ascendenza alchemica della sue teorie: i tre principia naturali associati a corpo, forma e spirito, il corpo da ridurre in terra spirituale da render fissa per le operazioni dell’arte, da portare al grado di trasparenza e purezza che solo conviene alla segretissima canfora...
Infine, altro topos assai riconoscibile è quello del viandante (morto o comunque scomparso nel nulla) che lascia libri, lettere o carte illuminanti dietro di sé. Incontriamo questa topica in apertura del passo della Cortese sulla Pratica di Prete Benedetto da Vienna, che risulta indirizzata ad uno Stanislao di Cracovia. Benedetto si rivolge a Stanislao rivelandogli il mistero sfuggente dell’anima, le operazioni dell’arte per la fissazione di quei fuggitivi, quella materia albata e purgata in cui risiede tutto il mistero dell’arte.
Isabella, o piuttosto l’autore che dietro questo nome decide di nascondersi, scrive utilizzando un codice linguistico ben conosciuto ai figli dell’Arte, quasi a confessare, nell’avvicendarsi dei belletti, dei rimedi e delle ricette, una contiguità ed una vicinanza che solo un occhio vigile può cogliere.
Nei brani che presentiamo in questa sede, si è scelto di evitare il rimaneggiamento in linguaggio moderno del testo, alleggerendo unicamente la punteggiatura, riportando all'uso moderno l'accentazione ed operando poche altre modifiche su alcune forme lessicali arcaiche. Ciò al fine di alleggerire l'approccio al testo per il lettore moderno.

Sono state lasciate intatte le abbreviazioni alchimistiche di consueto utilizzo, altre su cui l'interpretazione è incerta sono state riprodotte in una forma il più possibile vicina all'originale. In particolare ricordiamo che il segno è il segno dell'oncia, se seguito da una s. (s.) significa semioncia (la metà dell'oncia). L'abbreviazione lib. sta invece per libbra. Con iij. è stata invece resa una abbreviazione (di peso) di incerta interpretazione assai usata dalla Cortese.
Intatto è stato anche lasciato l'utilizzo del simbolismo alchemico planetario, che talvolta compare nel testo.

© Massimo Marra – tutti i diritti riservati – riproduzione vietata con qualsiasi mezzo e con qualsiasi fine.


NOTE:

(1) Secreti del reuerendo donno Alessio piemontese. Nouamente posti in luce ... In Venetia: per Sigismondo Bordogna, 1555. In pochi anni decine di riedizioni, più o meno accresciute e rimaneggiate, seguirono a questa che, nel difficile censimento delle edizioni del testo, appare essere la prima. Il Secreti di Donno Alessio verranno, nel corso degli anni, tradotti in latino, francese, tedesco, inglese, raggiungendo una notorietà universale. L’identità dell’autore sarà svelata nel proemio ai Secreti nuovi di maravigliosa virtù, che usciranno a Venezia nel 1567, e quindi postumi, per i tipi di Marchiò Sessa.

(2) Massimo Marra, Simbolismo ed immaginario alchemico nella tradizione dei libri secretorum: il caso di Isabella Cortese. In Secretum Secretorum: saperi e pratiche all’alba della scienza sperimentale, atti del convegno A.I.S.P.E.S. tenutosi il 30 maggio 2011 all’Università di Genova, in corso di pubblicazione. Al riguardo dei Secreti di Alessio, della Cortese e di Rosselli, e della loro stretta relazione, rimandiamo, per tutti gli approfondimenti del caso, a questo lavoro.

(3) Della Summa de’ Secreti Universali in ogni Materia Parte prima, di Don Thimotheo Rossello, si per homini & donne, di alto ingegno, come ancora per medici, & ogni sorte di artefici industriosi, con molte galantarie ad ogni persona gentile accommodate. Giovanni Bariletto, Venezia 1559. Già Albert Von Haller aveva, nella sua Bibliotheca Botanica (Tiguri, 1771, tomo I, pag. 325) riportato il dubbio che i Secreti di Timoteo fossero di mano del Ruscelli.

(4) In Les femmes blondes selon les peintures de l’école de Venise, (Aubry, Paris, 1865), pp. 181-183.

(5) Frère Basile Valentin, Le douze clefs de la philosophie, traduction, introduction, notes et explication des images par Eugène Canseliet, Les editions de Minuit, 1956, p. 13.

(6) In modo particolare l’Eamon, autore che ha dedicato una particolare attenzione ai libri secretorum, nel suo Science and the secrets of nature, Princeton 1994, trad. it. La scienza e I segreti della natura, ECIG, Genova 1999, nel trattare proprio il testo di Isabella si perita di affermare:
«Né la pratica alchemica aveva molto a che vedere con la resurrezione dell’anima o la realizzazione della pietra filosofale. Cortese era più interessata a produrre profumi, cosmetici, perle artificiali e altra bigiotteria, a distillare olii ed essenze, realizzare gioielleria e lavorare i metalli. Non vi era nulla di metaforico e allegorico nelle operazioni in sé. Erano strettamente finalizzate alla produzione di oggetti per l’immediato uso pratico...». Si tratta, a nostro avviso, di un’affermazione alquanto superficiale.

(7) Vedi il Dictionnaire Mytho-Hermetique di Pernety (Paris, 1758, p. 462 alla voce serviteur)



DE GLI SECRETI
DELLA SIGNORA ISABELLA CORTESE

Opere di Canfora

estratto dal
Libro secondo: Particolare di Chirico abbate di Colonia.

Capitolo 1

Dico a te Fratel carissimo, che se vuoi seguir l'arte dell'Alchimia et in quella operare, non bisogna che più segui le opere di Geber, né di Raimondo, né di Arnaldo o dì altri Filosofi, perché non hanno detta verità alcuna ne i libri loro, se non con figure et enigmati, con sincopi. Dice Geber Recipe lapidem in capillis notum. Io l'ho letto e riletto, e non trovo se non favole, e ciance ; e Raimondo dice nella sua epistola accuratoria: Recipe Nigrum nigro nigrius e quell'altro dice Ascende in monte altiorem huius mundi et ibi inveniens lapidem absconsium. Un altro dice Plumbum Nigrum aes nostrum, magnesia nostra e molte altre pazzie, che sarebbe lungo a narrarle, le quali fanno perdere il tempo e li denari. Et ho studiato in tali libri più di trenta anni, e mai non ho trovato cosa alcuna buona, et ho consumato il tempo e persa quasi la vita mia e li denari. Ma per la misericordia di Dio ho ritrovato un particolare buono e vero, e certo fatto per me, qual m'ha ristaurato non solamente nella robba, ma nell'honore e nella vita. E perché, chiarissimo fratello, so che hai perso molto tempo e consumato la robba, ho avuto compassione di te, e però ti priego non perdere più il tempo attorno di questi libri de' Filosofi, ma segui quel che ti scrivo ; e non levare né scemare cosa alcuna, ma farai quel che ti dico e scrivo, e segui gli infrascritti commandamenti miei, e Dio ti darà la sua gratia. Il primo precetto si è che non lavori mai con alcun Gran Maestro, acciò, facendo l'opra buona, non habbi mal fine la vita tua.

Il secondo che tu facci fare quei vasi di terra e di vetro che ti scrivo, che siano forti e ben fatti, acciò non si perda la medicina per diffetto delli vasi debili.
Il terzo ch' impari a conoscere tutti i materiali e metalli, perché se ne fanno di sofistici, e non vagliono nulla.
Il quarto ch'avvertischi bene non dare troppo fuoco, né manco del dovere, ma proprio come ti scrivo, acciò non falli.
Il quinto, ch'abbi un paio de mantici a tua posta, et altre cose necessarie, acciò non vada per le mani del volgo.
Il sesto che se alcun ti domanda di alcuna cosa di quest'arte, fingi di non intendere, e mai non lassar entrar alcun dove lavori.
Il settimo che ben impari a conoscere i metalli, massimamente oro e argento, e non gli mettere in opera mai se prima non sono ben depurati, per tua mano, di copella e di cemento.
L'ottavo, che non insegni questa arte ad alcuno, perché il revelar de secreti fa perdere l'efficacia.
Il nono, ch'abbi un servitore fedele, e secreto, e buono d'anima, che stia innanzi alla tua persona, e mai non lo lassar solo.
Il decimo et ultimo commandamento è che quando haverai compiuta l'opera tua, habbi ad amare Dio glorioso, e che facci delle elemosine, e facci bene alli poveri, e pregoti che osservi bene questi dieci commandamenti, acciò possi pervenire a buon fine della tua fatica.
Fratel carissimo, tre cose scrivo che sono principij delle cose naturali secondo il filosofo, cioè materia, forma e privatione. E per tanto noi faremo questa nostra medicina di tre cose naturali, cioè materia, forma e privatione, che sono corpo, anima e spirito. Per materia, s'intende il corpo, per la forma s'intende l'anima, per la privatione s'intende lo spirito. Perché, secondo che per la privatione si fa ogni generatione e corrutione, così mediante lo spirito si fa l'unione, e si compone del corpo e dell'anima, e questo vediamo nell'huomo. Adunque, come haverete questi tre principi naturali, haverete la discussione del particolare, tal che non potrete fallire, e questa è la vera via naturale e buona. Adunque nel nome di Dio glorioso cominceremo a far il corpo, sì come fece Dio eterno, che fece il primo huomo Adam, e prima fé il corpo de limo terre, dapoi l'organizzò de spirito animale et sensibile, dapoi gli infuse l'anima rationale, la quale è il compimento del tutto; così faremo noi questo nostro particolare.
Primo per far il corpo, faremo una terra spirituale, laquale col nostro magistero faremo fissa, e questo è necessario, perché come la terra mediante il moto del cielo produce tutti i frutti, così la terra nostra mediante lo spirito e l'anima haverà a fruttificare, e pertanto ben dice Hermes: la terra è nutrice et è humida, e sappi che i Philosophi non hanno voluto rivelare questa tal terra qual essa si sia, se non con parole oscure, et è terra nostra pura, senza tenebrosità. E però bisogna che questa terra sia senza alcuna superfluità, però è trasparente, e purissima, altrimenti non potria ricevere lo spirito e manco l'anima, e non bisogna che la terra di che si fa il corpo sia di natura d'anima, né di spirito, perché non sarebbero tre cose distinte, delle quali poi si fa una cosa, come vediamo nell'huomo, che'l corpo è d'una sostanza della quale non è l'anima né lo spirito. Nondimeno per l'union loro si fa una cosa.
Hora ti voglio nominare per nome questa santa terra, laquale nessun Filosofo ha voluto rivelare, anzi più presto l'hanno cancellata dalli lor libri, e sappi che questa terra si domanda Canfora, che è quella che si vende vuolgarmente.
E sappi che in quella ci sono gran secreti, che per sua freddezza è attissima a congelare in sé lo spirito e l'anima, perché la congelatione procede dal freddo, e la solutione procede dal caldo. E perché la Canfora è spirituale e brugia come fa il zolfo, però la chiamano zolfo de Filosofi e non volgare. Et è dibisogno che per artificio si faccia fissa in questo modo. Fissare Canfora:
Habbi buona acqua de vita senza flemma, e per ogni libra metti oncie iij. di canfora della più trasparente e buona che si truovi, laquale pesterai, e quando la vorruai pestare, pesta alquante mandole dolce prima nel mortaio, e poi pesta la canfora, laquale metterai nella detta acqua di vita in un orinale, e distillerai per cenere l'acqua, et un'altra fiata ritornerai la detta acqua sopra la detta Canfora per sette volte, e sarà fissa.
Perché gli spiriti dell'acqua vita entrano per tutto e fissano la Canfora, che più non bruciarà né sollimerà, né esalarà e così haverai il corpo ben preparato. Servalo a parte benissimo, e perché l'anima da sé non opera senza il corpo, ha bisogno di un corpo. E come l'anima dell'huomo non è quella che opera manco il corpo, ma il composito mediante lo spirito, così questo nostro spirito non ha frutto senza l'anima, e l'anima senza il corpo, però mediante lo spirito qual' è sostanza mezana, argento vivo, senza cosa strania, cioè:
Piglia libbre iij. d'argento vivo minerale, che non sia né di piombo né di stagno, e farai fare un vaso di terra ben cotto, cioè due volte, e quando serà cotto la prima volta fallo invitriare tutto eccetto il fondo, quale ungerai con il grasso di porco, e non si invitriarà, e ciò farrai acciò la parte terrestre dell'argento vivo s'attachi nel fondo del vaso, che se fosse invitriato non s'attaccherebbe, e non preterire questo, e farai fare questo vaso longo un buon piede a modo di un orinale, ch'abbia un pippio nella sommità, com'è disegnato in fine di questo trattato, et habbi un forno fatto a posta. Che questo vaso vada murato dentro, nel fornello, e metti su il vaso col buon capello grande col suo recipiente, senza lutare, e dagli fuoco de carboni, tanto che l'vaso sia tutto infuocato e ben rosso.
Allhora cava fuori il fuoco, e presto metti su il mercurio per quel pippio e serra ben il pippio con luto et allhora l'argento vivo per la fortezza del caldo che truova così repentino si corromperà e dileguarà, e parte verrà in acqua, cioè alquante gocciole, e parte se n'attaccherà al fondo del vaso in terra nera, e lasserai raffreddare il vaso, e poi aprilo, e troverai l'argento vivo tutto nero, quale cava fuori e ben lavalo. E così lava il vaso e nettalo molto bene, e l'acqua distillata metti da banda o buttala via, che non val niente, che è tutta flemma, et un'altra volta metterai il vaso nel fornello, e infuocalo come prima. Poi butta su l'argento vivo e serra ben il pippio, e fa come la prima volta, e ciò farai tante volte che più non diventi nero, e ciò farai in dieci o undici volte, allhora cavalo fuori e troverai il tuo argento vivo senza flemma e senza terra perché ha queste due qualità grosse et infime, però è necessario separarle come i nemici della natura, e restora l'argento vivo puro in colore celestino in modo d'azzurro, il quale sarà questo segno.
Prendi un ferro et infuocalo, poi estinguilo in questo argento vivo, e diverrà bianco e dolce come argento fino, allhora mettilo in una ritorta di vetro fra capelli, che non tocchi il fondo né la sponda delli capelli, e li darai buon fuoco, di sotto, e con cenere calda di sopra il capello, accioché tenga meglio il fuoco, et in quaranta hore si distillarà l'argento vivo in forma d'acqua viscosa che non bagna la mano né cosa alcuna se non il metallo. E questa è l'acqua vita de Filosofi vera, spirito desiderato da tutti i Filosofi e dicesi sostanza mezzana dell' argento vivo, e molti altri nomi, senza cosa estranea e senza corrosivi.
Serba quest'acqua preziosa occulta da tutti i Filosofi senza laquale non si può fare nessuna buona opera, e lassa andare tutte le altre cose, e tieni questa, e ciascuno che vedrà quest'acqua, s'haverà qualche pratica si tenerà a questa, perché è pretiosa e vale un thesoro, si che lauda Dio in tal thesoro donato, il qual sia donato da tutto il mondo sempre mai.
Resta hora a fare l'anima, laqual è perfettione di tutto, senza laquale non si può far né vero oro né argento. Certo è che con il spirito si può fare cosa apparente e bella, ma non vera né perfetta, et dicono i Filosofi che l'anima è la sostanza che sostiene e conserva i corpi e fagli perfetti mentre che v'è dentro, adunque è necessario al nostro corpo una anima; perché altramente il corpo non si muoverebbe né operarebbe. E però sappi che tutti i metalli sono composti di mercurio e zolfo, cioè di materia e forma. Il mercurio è la materia et il zolfo è la forma, secondo la purità et l'impurità del mercurio e dello zolfo, mediante l'influenza che pigliano. E per questo l'oro è generato di argento purissimo e zolfo rosso è puro mediante il Sole, e però è il più perfetto metallo di tutti e l'argento è fatto di e di zolfo bianco, mediante l'influenza della Luna, e però è più perfetta degli altri cinque, e non habbiam bisogno se non di zolfo con l'influenza del Sole, overo della Luna. Il qual zolfo è forma et anima dei metalli, et il resto è materia grossa dell'argento vivo.
I contadini sanno più di noi, tal hora, perché quando cogliono il formento nato nella terra, lo raccoglieno colla sua paglia e spiche; la paglia e le spiche sono la materia, et il grano si è la forma e l'anima, e quando vogliono seminare il grano non seminano la materia, cioè la paglia, ma il grano, che è la forma, onde bisogna che ancora noi volendo seminare oro o argento bisogna seminare la sua semenza e forma, e non la sua materia, e però bisogna fare la sua forma et anima in questo modo con l'aiuto di Dio, cioè: farai un sollimato buono e trasparente, cioè sette volte sollimato, e l'ultima volta il sollimarai con cinaprio e senza vitriolo, e piglierai una certa quinta essenza del zolfo che è nel cinaprio, poi piglia i. d'argento finissimo coppellato e limalo sottilmente. Poi piglia iij. del detto sollimato e mettilo a sollimare con la detta limatura in una boccia per sedici hore, e lassa raffreddare, e trita ogni cosa insieme, e un'altra volta sollima. Così farai quattro volte, e nella quarta si farà una certa rotella al modo d'una materia di ragia bianca trasparente com'una perla orientale, la quale peserà circa dramme s. et il sollimato starà attaccato alle sponde del vaso, et in fondo sarà a modo d'una caligine laquale è la corrutione dell'argento.
Prendi questa rotella e dissolvila in aceto fortissimo distillato, perché si dissolverà in due o tre volte, mettendo in un orinale in bagno per tre dì, e così metti da canto, e di nuovo rimetti dell'altro aceto distillato, fin che tutta sia dissoluta, poi distilla per feltro, e quel che rimane nel vaso serva, perché è buono per imbianchir il rame finissimo. E quello che è passato per feltro con l'aceto metti alle ceneri, cava l'humidità a fuoco lento e levarai l'aceto, poi metti al sole e diventarà bianchissimo, com'una farina d'amito, e questo sarà la forma dell'argento, overo zolfo, il quale peserà quasi un quarto d'oncia, più tosto più che meno, e questa passerai per lambicco, con acqua vita, ma non bisogna perché questa materia è opera spirituale.
Serbala adunque benissimo, della quale si potriano dir cose grandi, e speculative, ma ciò lassarò al tuo ingegno.
Piglia co'l nome di Dio un orinale alto mezzo piede , e togli del corpo fisso s. et un quarto d'anima d'argento, overo d'oro, secondo il tuo volere e dello spirito, iij. mettendo ogni cosa nell'orinale come t'ho detto, e metti su il suo lambicco con il suo recipiente ben serrati, e li distillerai l'acqua da dosso, con lentissimo fuoco, e si distillerà la prima volta quasi iij., rimetti un'altra volta l'acqua senza muover l'orinale, et un'altra volta distilla finché più non distillerà; e ciò serà fatto alle sei, overo alle sette volte, et ogni cosa serà fissa, poi metterai il detto orinale nel letame cavallino per sette dì e tutto diventerà acqua, per virtù della sua sottilità, laquale distillerai per feltro con lingua di panno finissimo e sottile, e parte del corpo resterà nel fondo per la sua grossezza che non val niente. E tutto quel che serà passato per feltro, congela, che sarà circa iij.s. e così solvi e congela tre volte poi fondi x. d'argento fino coppellato, e quando sarà fuso metti su, i di questa medicina, e diventerà tutta medicina.
Similmente fondi borace, cera, e della detta medicina ana, i. e metti tutto questo sopra libbre iij. d'argento vivo o sopra che corpo tu vorrai, e sarà argento vivissimo, ad ogni giudicio, e così si farà dell'oro.
E così è finito questo particolare, il quale si può fare in quaranta giorni a chi ha buona pratica, e sa ben sollecitare l'opera, ringraziato sia Iddio.


Pratica di Prete Benedetto da Vienna

In Olmuz, un viandante m'alloggiò in casa, e per sua mala ventura infermò, e non poté pervenire a Cracovia, dove era mandato, che di quella infermità si morì in casa mia, e lasciò le littere che portava, lequali io aprì, et eran così scritte.

"Al discreto et erudito huomo Stanislao, moderatore del collegio de scolari. In Cracovia amico carissimo.
Sempre dopo che mi partì da voi ho avuto nell'animo la dolce et amorevole vasta conversazione, e mettendomi a lavorare, come è piaciuto a chi può far ogni cosa, io son pervenuto alla cognizione della verità dell'arte nostra, e per l'amore che vi porto ho voluto per il presente messo mandato a posta, significarvi et avisarvi della allegrezza mia, facendovi partecipe di quella, che tutto l'ordine et il progresso haverete nelle presenti mie lettere.
Tanto vi prego che saviamente vogliate operare a non manifestare questo divino secreto a qualche pazzo che usar lo possa in mala parte, e voi riconoscerete questo dono da Dio, e non da me, e fate che vi siano raccomandati i poveri, e state sano.

Vostro quanto fratello Benedetto


La compositione si fa di tre cose, cioè corpo, spirito et anima, io bene mi ricordo amico carissimo, che i due avete ben conosciuto, ma il terzo totalmente v'era incognito, cioè l'anima.
Adunque fratello et amico carissimo, vi rivelo hora il secreto de tutti i Filosofi almizadir, zolfo de Filosofi, argento vivo, acqua dolce onde è il verso:

Salza il fetor ingrato, e fa ogni membro albato
Risolve e ben licora, purga ogni cosa ancora,
E vieta il fuoco retto, fuggitivi tien stretto
E nulla senza sale, pratica nostra vale.

Ancora altri versi

L'arte sta in acqua pura, et altro non far cura
Genera la tentura, cosa c'al fuoco dura,
Mercurio strugger suole, ogni fogliato Sole,
Lo dissolve e fa'l molle, l'alma del corpo il tolle,
E dopo lo congela, a chi Dio lo rivela.

Il modo di cavar l'anima di Saturno è questo. Piglia libbre i. del detto pianeto nuovo e calcinato molto bene e sottilmente, poi si triti sottilissimamente, e la polvere si ponga in un orinale di vetro. Poi habbisi dell'aceto fatto di un bianco puro, e distilli per il lambicco due o tre volte, e della detta distillatione si metta nel detto orinale, sopra, il saturno calcinato, che di tre dita gli stia di sopra, poi pongasi il detto vetro nel bagno di Maria e sia ben coperto, e tengasi ivi a putrefare per cinque giorni, ogni dì più fiate, con un bastoncello mescolando la detta materia per la gravezza sua. Il sesto giorno cavisi il vetro con la materia fuori dal bagno, e pongasi sopra uno scanno, mettendogli di sotto qualche cosa molle, e lascisi riposare, che la materia della polvere venga a far la residenza.
Allhora sopra pongaglisi il ricettacolo con l'acqua pura distillata sopra le ceneri calde, acciocché l'humidità dell'aceto venga ad evaporarsi, et evaporata l'humidità sopra'l fuoco lento, ne troverete l'anima d'esso pianeto così cacciata bianca, dolcissima e ponderosa, e così perfettamente preparata, e questo è quello che hanno nascosto i Filosofi con tanti diversi nomi nell'opere loro di questa arte benedetta.
Ma notate che vi bisogna havere una bona quantità d'aceto distillato sopra libra una del pianeto, e cacciare come si disse.
Ancora vi bisogna havere una buona quantità dell'anima, overo del mercurio de Filosofi, a far l'opera, acciò nel mettere e nel augumentare la tentura siate ben provvisto. Dunque disponetevi tre o quattro libre di calcinato, ma sempremai si ponga libra una solo in un vetro, et un'altra libra in un altro vetro, e così si vada operando, per il gran peso di che si mette.
Nota, quando la materia verrà all'albedine, se vi volete fermare in via particolare, allhora, senza giongervi mercurio, accresci il fuoco fin che la materia si vedrà essere fissa. E se pur volete augumentare, allhora dividete la materia per diversi vetri, et aggiongetegli più della materia volatile, o se vorrete augumentare, vediate quando la materia è mezzo fissa, così è meglio.


Tintura e sbiancheggiamento cap. I

Piglia una libbra d'inchiostro romano, pestalo grossamente, lo metterai a distillare in un vaso di vetro con lento fuoco et caverai l'humidità et quella come cosa inutile, getterai et pesterai le feccie che rimarranno sul fondo, et le ridurrai in sottilissima polvere. Dapoi piglierai acqua ardente senza flemma et in un ampolla di vetro la infonderai sopra il detto inchiostro, et farai che quella gli nuoti sopra la misura di due dita, et mescolerai bene insieme tutte le cose, et le lascerai fino a che la detta acqua si colori, et essendo colorata, la caverai et in vetro la riponerai, et ben coperta la conserverai. Dapoi ne infonderai dell'altra, et essendo colorata la debbi cavare, et così tante volte farai finché tu vedi che l'acqua esca chiara dalle feccie. Allhora cavarai le ditte feccie bianche dall'inchiostro, et le conserverai per sbiancheggiare il metallo. Finalmente pigliarai sole et luna di peso uguale et le farai liquefare insieme nel fuoco, et le ridurrai in sottilissime lastre, et quelle, infuocate, estinguerai nella sopradetta colorata acqua, et questo trenta o quaranta volte tu farai, dapoi lascerai in acqua forte, accioché si dissolvano, et lasciarai, et si calcinano, dapoi cavarai l'acqua per lo lambicco, et nel fondo haverai la calcina, che vi resta sopra, la quale spargerai quella colorata acqua, et distillerai lo lambicco, et rimarrà lo spirito dell'inchiostro nella calce et sarà colorata, la quale piglierai così colorata et la metterai in un vaso di terra bene impegolato, et per lo spatio di hore dodici lascerai stare al fuoco de carboni, et fuoco tanto modesto usarai che non sia consumato, finalmente la gittarai in verga et haverai oro de ventisei caratti.

A fare che tutte le cose sofistiche dure siano molli cap. V

Oro potabile cap. XVIII

Piglia libre X de ottimo vino, e distillalo per lambicco, e cavane solamente una libra, dapoi lava il lambicco e rimettici nuovo vino, pur libre X., sopra ilquale rimetterai quella libra d'acqua, e ristillala ricavandone una libra sola, e così farai la terza volta con nuovo vino, e ne ricavarai una libra solamente.
Poi togli una boccia co'l collo lungo assai, e mettivi quella libra d'acqua, e li porrai un'altra boccia di sopradetta mezzo mondo, e mettila nel letame per quattro dì. Poi piglia della detta acqua, i. di zuccaro candido, e sarà buona, dapoi metti a lambicco la detta acqua e dentro gli metti x. pesi d'oro in foglia, e lassalo stare per quattro hore, poi distilla per bagno Maria, e, di fatto, non asciugare le feci, e così serva da parte in doi vasi.

A cavare il mercurio dell'antimonio cap. XXIII

Tintura 22 K. cap. XXX

Piglia Sole et Luna di ugual peso, e altretanto di ferreto Spagnuolo, et incorpora aggiongendo al peso di tutte queste cose sale armoniaco, et il tutto soblima con lento fuoco per lo spatio di un giorno, e così tre volte tu debbi fare: dapoi piglia la materia che è nel fondo del vaso, et con cera rossa riducila in pillole, et in corpo, et 22 K. haverai. Soblima il regolo dell'antimonio con altrettanto sale armoniaco, pestati et incorporati, e soblimagli; pesta poi il soblimato sopra il marmo con oleo di tartaro, et tu vedrai a separarsi esso mercurio, dal sale e dall'olio. Se lo vorrai augumentare, pesta il regolo ben trito con esso mercurio, et olio di tartaro, et così tu vederai esso in infinito riducersi nel suo mercurio, imperoché tutto quello che aggiongerai prenderà il corpo . Infondi in oleo comune dieci volte volte in piombo liquefatto, et estingui nel detto oleo dieci volte le lastre infuocate del sofistico.

Chiedi informazioni Stampa la pagina