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ARGUMENTO DI MARSILIO FICINI FIORENTINO Sopra il Pimandro di Mercurio Trismegisto, a COSIMO de' Medici, Padre della Patria.

Pagina on-Line dal 07/04/2012

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Nel tempo che nacque Mosé, fiorio Athalante Astrologo, fratello del Fisico Prometeo e avolo da lato di madre del primo Mercurio, di cui fu nipote Mercurio Trismegisto. Et questo scrive di lui l'Aurelio Augustino, benché Cicerone e Lattanzio vogliono essere stati per ordine cinque Mercurij, e il quinto esser stato quello il quale fu nominato dagli Eggizzij Then, e dai Greci Trismegisto. Et dicono costui avere ucciso Argo e essere stato preposto a gli Eggizzij, e avere dato loro leggi e lettere e ordinato le figure delle lettere in figure d'animali e d'alberi. Questi fu in tanta venerazione de gli huomini che da loro fu detto essere nel numero delli Dei, e alla sua deità molti templi furono edificati. Il nome suo proprio, per una reverenzia, non era lecito al vulgo pronunziarlo senza giusta cagione. Il primo mese dell'anno appresso gli Egizij fu nominato dal suo nome. Da lui fu fatta una città che al presente è ancora nominata Hermopoli, cioè città di Mercurio. Trismegisto lo chiamarono, cioè tre volte massimo, perché fu massimo filosofo, massimo sacerdote e massimo re, imperò che appresso gli Eggizzij era usanza (come Platone scrive) de'l numero de' Filosofi eleggere li Sacerdoti e li re de la congregazione de' sacerdoti. Egli adunque, si come per sottigliezza e dottrina aveva avanzato tutti li Filosofi, così dipoi ordinato sacerdote, per santimonia di vita e per cultivazione delle cose divine, avanzò tutti li sacerdoti. Et finalmente acquistata la regale dignità per la administrazione delle leggi e per le degne opere fatte, fé oscura la gloria de' re passati, si che meritatamente fu nominato tre volte massimo. Questi, primo in tra i filosofi, de le cose naturali e matematiche, si ridusse a la contemplazione delle divine, e primo fu che, sapientissimamente, disputò de la maestà di Dio, de l'ordine de' Demoni e de le mutazione dell'anime. Fu adunque chiamato primo autore della Teologia, et Orfeo, seguitandolo, ottenne le seconde parti dell'antica teologia. Et dipoi Aglaofemo fu promosso a le cose sacre da Orfeo, e dopo Aglaofemo succedette in teologia Pittagora, et dopo di lui seguitò Filolao, precettore del nostro divino Platone. Così adunque, insieme da ogni parte, da sei filosofi, con maraviglioso ordine, fu ornata la concordevole setta della antica teologia, pigliando principio da Mercurio e in tutto compita dal divino Platone.
Scrisse Mercurio molti libri appartenenti alla cognizione delle cose divine, nelle quali, o immortale Dio, quanti secreti misterij e quanto stupende revelazioni si manifestano? Et non parla tanto come filosofo, ma spesse volte come profeta, e predice le cose future. Questi previde la ruina della antica religione, questi l'origine della nuova fede, questi lo advento di Christo, questi il futuro giudizio, la resurrezione de gli huomini, la renovazione del secolo, la gloria de' beati, le pene de' peccatori. Onde per questo è accaduto l'Aurelio Augustino aver dubitato che egli molte cose abbia detto o per perizia delle stelle, o per revelazioni di Demoni. Ma Lattanzio non dubita di numerarlo in tra le Sibille e profeti. Et finalmente di molti libri di Mercurio, due ne sono sommi in teologia: uno è de la Volontà di Dio, l'altro de la Potestà et sapienzia di Dio. Quello si chiama Asclepio, et questo Pimandro. Quello fece latino Apuleio Platonico, l'altro, fino a questi tempi, era restato appresso a' Greci, et nuovamente di Macedonia condotto in Italia per diligenzia di Lionardo Macedonico, dotto et buono monaco, è pervenuto a noi. Et conciò sia cosa che io, mosso da' tuoi conforti, avessi deliberato di voltarlo di greca lingua in latina, ho pensato essere giusta cosa, o Cosimo felice, tale operetta farla a tuo nome, imperò che a colui dalle cui ricchezze aiutato e di libri fatto copioso ho dato opera alli studij greci, mi si confà afferire le primizie di quelli. Et non era lecito l'opera di tanto savio filosofo et pio sacerdote et potente re farla a nome d'alcuno, se quelli ancora a cui nome ella si fa, per sapienzia, pietà e potenzia tutti gli altri non avanzasse. Ma acciò che noi vegnamo a l'opera scritta di Mercurio, il titolo di questo libro è Pimandro, imperò che di quattro persone che disputano in questo dialogo, le prime parti a Pimandro s'attribuiscono. Egli compose questo libro in lettere egizzie, et egli medesimo, perito della greca lingua, di quelle trasferendolo, comunicò a' Greci li misterij delli Egizzij. Il proposito di questa opera è disputare de la potenzia et sapienzia di Dio, et conciò sia cosa che queste abbino due operazioni, delle quali la prima sta nella natura di Dio, la seconda si distende a le cose di fuori. Quella prima concepe il mondo primo e eterno, et questa seconda partorisce il mondo secondo et temporale. Et di ciascuna delle dette operazioni et dell'uno et dell'altro mondo, gravissimamente disputa che cosa sia la Potenzia di Dio, et che la Sapienzia, et con che ordine dentro faccino concetto, et con che progresso di fuori il partorischino. Et oltre a questo, quelle cose che sono prodotte in che modo stieno insieme, et in che abbino convenienzia et in che abbino differenzia, finalmente in che modo ragguardino il loro autore. L'ordine di questo libro è che si distingua in quindici capitoli, et che le prime parti s'attribuischino a Pimandro, le seconde tenga Trismegisto, le terze Esculapio, et il quarto luogo Tazio. E' adunque la intenzione di Mercurio d'ammaestrare Esculapio e Tazio nelle cose divine, ma non può le divine cose insegnare chi non le ha imparate. Ma noi non possiamo con l'ingegno humano ritrovare le cose che sono sopra l'humana natura: bisognaci adunque il lume divino, acciò che con la luce del sole sguardiamo esso sole. Ma il lume della divina Mente già mai non si intende nell'anima, se esse si come la luna al sole in tutto non si rivolta a la mente di Dio. Né si rivolta l'anima a la mente se non quando essa ancora è fatta mente: ma prima non è fatta mente che ella abbi posto giù gli inganni de' sensi e le nebbie della fantasia. Et per questa cagione il nostro Mercurio si spoglia le caligini de' sensi e della fantasia, e riducesi nelle secrete parti della mente: et subito Pimandro, cioè la mente divina, in lui influisce, onde esso contempla l'ordine di tutte le cose che sono in Dio e che da Dio procedono. Et in fine quelle cose che gli sono per divino lume revelate, a gli altri huomini manifesta. Questo è adunque il titolo del libro, questo il proposito et l'ordine suo.
Ma tu, o Cosimo Felice, leggilo felicemente et vivi lungo tempo acciò che lungo tempo viva la Patria.

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