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I - Mercurio Trismegisto della Potestà e Sapienzia di Dio

Pagina on-Line dal 07/04/2012

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Pensando io à la natura delle cose, e sollevando gli occhi della mente a le cose superne, avendo già addormentati i sensi del corpo così come suole accadere à quelli che, per saturità o per fatica, dal sonno sono aggravati, mi parve subito vedere uno di smisurata grandezza di corpo, il quale, chiamandomi per nome, in questo modo parlando disse: - O Mercurio, che è egli quello che tu desideri d'udire e di vedere? & che cosa è quella che tu vuoi imparare & intendere?
Allora io gli dissi: - Or' chi sei tu?
Ed egli disse: - Io sono Pimandro, Mente della Divina potenzia; vedi pur tu quel che tu vuoi, et io per tutto ti sarò presente.
Et io dissi: - Io desidero di sapere la natura delle cose e di conoscere Dio.
A questo egli rispose: - Comprendi me con la tua mente, & io in tutto ciò che desideri t'ammaestrerrò.
E detto questo mutò forma, & subitamente mi rivelò tutte le cose, imperò che io vedeva cosa grandissima & degnissima a vedere, cioè ogni cosa con verità in luce tanto suave e gioconda che, riguardandola, meravigliosamente mi dilettava. Et poco dappoi una certa ombra spaventevole trascorreva di sotto, con torto ravvoglimento, & trapassava nella umida natura molto commossa da ineffabile tumulto. Di quindi, uscendo un certo fummo, s'apriva in suono, & de 'l suono usciva una voce, la quale io stimava voce del lume. Et di questa voce di lume si manifestò il Verbo santo, il quale Verbo, soprastante alla umida natura, subitamente fuori volando uno puro e lieve fuoco, andò ne gli alti luoghi. Et ancora lo lieve aere, ubbidiente allo Spirito, pigliava per sorte la regione di mezzo intra il fuoco e l'acqua, et la terra e l'Acqua in tal modo insieme mescolate giacevano, che la faccia della Terra, coperta dall'Acqua, in alcuno luogo non appariva. Queste due dipoi furono commosse dal Verbo spiritale, il quale trascorreva sopra essa, a' loro orecchi intorno risonando.
Allora Pimandro disse: - Intendi tu che importi questa visione?
Io dissi: - Io la conoscerò.
- Adunque - disse Pimandro - Io sono quel lume, Mente, Dio tuo, più antico che la umida natura che uscì de la ombra; ma il germine della Mente, il Verbo lucente, figliuolo di Dio.
Et io a lui: - Che vuoi tu adunque dire?
Et egli così: - Pensa quello che in te vede e ode, il Verbo del Signore e la mente Dio Padre, imperò che insieme non sono differenti, e la loro unione è vita.
TRISMEGISTO - Io ti rendo molto grazie.
PIMANDRO - Ma tu in prima pensa al lume & conoscilo.
TRISMEGISTO - Et poi che queste cose furono dette, io pregai molto che egli rivoltasse verso me la sua forma, la qual cosa conciò sia ch'elli facessi, subitamente veggo nella mente mia la Luce esistente con potenze innumerabili; un'ornamento senza termine, un fuoco intorniato di grandissima possanza e signoreggiante in essa stabilita. Io compresi queste cose per il parlare di Pimandro, il quale a me, ancora per la paura attonito, così parlò: - Tu hai veduto nella mente la prima forma signoreggiante con infinito imperio. E certe altre cose simili mi disse Pimandro.
Ma io a lui: - Gli elementi della natura onde uscirono?
PIMANDRO - Da la volontà di Dio, la quale, avendo abbracciato il Verbo e ragguardando il bel Mundo, al suo esempio adornò tutte l'altre cose de' suoi propii Elementi & semi vitali. Ma la Mente di Dio pienissimo di fecundità dell'uno e dell'altro sesso, Vita & Luce, co'l suo Verbo partorì un'altra Mente fattrice. Il quale, certamente Dio di fuoco e maestà di Spirito, fabbricò dipoi sette Governatori, li quali con li cerchi abbracciano il sensibile mondo, e la loro dispositione si chiama Fato. Dipoi il Verbo di Dio compose de gli elementi di Dio in giù cadenti uno puro artificio di Natura, & fu unito alla Mente fattrice imperò che egli era consustanziale, et gli elementi della Natura furono lasciati cadenti in giù senza ragione, acciò che sieno sicome sola materia. Certo la Mente fattrice, insieme col Verbo, contenendo i cerchi e rivolgendoli con veloce rapacità, rigirò a sé la sua macchina, e comandò quella volgersi dal principio senza principio, e al fine senza fine, imperò che comincia sempre di quindi dove finisce. Certamente il circuito di tutti questi, sicome essa Mente volle, formò de gli elementi inferiori gli animali irrazionali, imperò che non concedette loro ragione. L'Aria produsse gli uccelli, l'Acqua i pesci, e ancora furono distinte in fra loro l'Acqua & la Terra in quello modo che alla Mente piacque. E la terra dapoi partorì gli animali che aveva dentro, cioè di quattro piè, serpenti, fiere salvatiche parimente, e domestiche. Ma il padre di tutti, che è intelletto, vita e splendore, procreò l'uomo simile a sé, e d'esso si rallegrò come di suo figliuolo, imperò che egli era bello e portava seco la immagine di suo padre. Imperò che vera cosa è che Dio, certamente dilettatosi de la sua propria forma, concedette tutte le sue opere all'uso umano. Ma l'uomo, conciosia che considerasse la procreazione di tutte le cose nel suo padre, esso ancora volle fabbricare, onde cadde da la contemplazione del Padre a la spera della generazione. Et conciosia ch'egli avesse in sé la possanza di tutte le cose, rivolse l'animo a le operazioni de' sette governatori; e quelli, allegri de la meditazione de la umana mente, feciono di ciascuno loro propio ordine partecipe l'uomo. Il quale, dapoi che egli comprese la loro essenzia e ragguardò la loro propia natura, già molto desiderava di trapassare e ricidere il circuito de' loro cerchi e comprendere la possanza del governatore presidente al fuoco, e avendo avuto ogni arbitrio e potenzia sopra li mortali animali del mondo, e che sono senza ragione, uscì, e subito passò per l'armonia, penetrando e ricidendo la virtù de' cerchi; e fu gli manifesta la Natura che trascorre di sotto a similitudine della bella forma di Dio; la quale conciosia che per natura esso la vedesi essere adorna di maravigliosa bellezza e tutte l'operazioni de' sette Governatori, e ancora avere la effige di esso Dio, per grande amore verso quella sorrise, quasi come se egli ragguardasse la forma della umana bellezza nell'acqua, come in ispecchio, e vedessi in terra di quella qualche adombrazione. Elli, oltre a questo, ragguardando, quasi come nell'acqua, la forma che aveva in sé medesimo a sé simile, quella amò, e desiderò d'accostarsi con essa. L'effetto subitamente seguitò la volontà, e generò una forma che mancava di ragione. Et ancora la natura abbracciando quello nel quale era tutto dall'amore portata, in tutto a quello s'appiccò e mescolosi. Per la qual cagione l'uomo solo di tutti i terreni animali è reputato di doppia natura: certamente mortale per il corpo, e immortale per esso huomo sustanziale, imperò che egli è immortale e ottiene l'arbitrio di tutti. Ma tutti gli altri viventi, che sono mortali, sono sottoposti al Fato. L'huomo adunque per l'armonia fu superiore, ma caduto da l'armonia fu fatto servo. Costui, ripieno di secundità dell'uno e dell'altro sesso da colui che d'ambodue i sessi è fonte e principio, et fatto desto da colui che è vigilante, è contenuto e sottoposto alla sua dominazione.
Doppo questo io dissi: - O Mente, tu se' de la mia ragione.
Allora disse Pimandro: - Questo è il misterio il quale è stato fino a questo dì nascosto alla umana generazione. Certamente la natura, mescolandosi all'huomo, ha prodotto miracolo che vince per ammirazione tutti gli altri miracoli, imperò che conciosia cosa che elli fusse già ripieno dell'armonia di quelli sette da colui il quale poco avanti ti narrai, cioè dal Padre e dalo Spirito, essa Natura non restò, anzi partorì subito sette huomini secondo le nature detti Governatori, parimenti possenti e sublimi a la generazione del maschio e della femmina.
A questo io dissi così: - O Pimandro, io sono nuovamente affezionato d'ardente desiderio e desidero oltr'a questo, d'udire quel che resta, per la qual cosa io ti priego che tu non mi lasci qui.
Ma egli mi disse: - Taci, taci, imperò che io non ho fornito ancora il primo parlare.
TRISMEGISTO: - Ecco che già io taccio.
PIMANDRO - La generazione di questi setti (come io ho detto) fu fatta in questo modo: imperò che egli era la femmina & l'acqua possenti a congiungersi, prese la maturità dal Fuoco, & dal Cielo lo spirito, e la Natura raccozzò i corpi ad informare la spezie dall'huomo. Ma l'huomo da la vita e da la luce procedette in anima e in mente. Certo da la vita ricevette l'anima e da la luce la mente. Così certamente stavano tutti i membri del mondo sensibile infino al fine del circuito de' principi e delle generazioni. Ma odi già il resto del parlare, il quale tu sommamente desideravi. Finalmente fornito il circuito, per volontà di Dio, d'ogni cosa fu sciolto il nodo, imperò che tutti gli animali dell'uno e dell'altro genere, insieme con l'huomo, furono disciolti. E da parte certo furono fatti quelli che erano maschi, e similmente quelli ch'erano femmine. Allora subito i Dio col suo Verbo santo così parlò dicendo: Germinate, crescete e multiplicate, o tutti germini e opere mie, e ancora voi, a' quali è conceduto parte di mente, riconoscete la vostra generazione e considerate la vostra natura immortale; e sappiate che lo amore del corpo è cagione della morte; e imparate diligentemente la natura di tutte le cose.
Et detto questo la providenzia compose le mistioni per il Fato e per l'armonia, e ordinò le generazioni, onde tutte le cose sono secondo il suo proprio genere multiplicate. Et finalmente, colui il quale si riconobbe, conseguì il bene che è sopra l'essenzia. Ma colui il quale era compreso dall'errore dell'amore, quelli errava nelle tenebre, provando per il senso i mali della morte.
Allora io dissi: - Deh, perché peccano tanto li ignoranti, che per tale cagione sieno privati de la immortalità?
PIMANDRO - O Mercurio, e' pare che tu non abbi inteso a sufficienza quello che tu ai udito.
TRISMEGISTO: - Et se io non mi sono vantato di intenderlo, non dimeno pure lo intendo e ricordomene.
PIMANDRO - Io mi rallegro se tu tieni a mente quello che è detto.
TRISMEGISTO: - O Pimandro, io ti priego che tu mi risponda, perché cagione sieno degni di morte quelli che giaciono nella morte?
PIMANDRO - Imperò che la trista ombra è preceduta al propio corpo, la quale uscì de la umida natura, per la quale il corpo è posto nel mondo sensibile, e di questo finalmente n'è uscita la morte. Or dimmi, Mercurio, se tu intendi ben queste cose. E dimmi anco se tu sai perché cagione colui il quale riconosce sé medesimo diventa Dio, sì come disse il Verbo di Dio.
TRISMEGISTO: - Impero che il Padre di tutti, del quale è nato l'huomo, consiste di vita e di luce.
PIMANDRO - Rettamente parli: perché Dio è Vita e Luce e Padre, del quale è nato l'huomo. Se adunque tu comprenderai te medesimo essere composto di vita e di luce, ancora trascenderai a la vita e a la luce.
Questo mi disse Pimandro, e io a lui: - O Mente io ti priego che ancora mi dica in che modo io possa salire a la vita .
PIMANDRO - Esso Dio Mente comandò che l'huomo, partecipe della Mente, sé medesimo riconoscesse.
TRISMEGISTO: - Non possied'egli adunque ciascuno de gli huomini la mente?
PIMANDRO - Rettamente parli, o Mercurio, imperò che io Mente sono presente a quelli che sono buoni, pietosi, puri, religiosi e santi, e la mia presenzia conferisce loro aiuto, intanto che subito conoscono tutte le cose, onde si rendono benigno e propizio il Padre Dio; per la qual cosa, benedicendo, gli rendono grazie collaudandolo con solennità di Himmi. Certamente essi concedono il corpo alla sua morte e anno in fastidio le disoneste lusinghe de' sensi, a ciò che quasi chiaramente dimostrino quanto sieno mortiferi gl'inganni loro. Ma io, essa Mente, ancor usando l'ufizio di guardiano delle porte, non lascio conseguitare il suo fine alle insidie del corpo, imperò che continouamente io chiudo l'entrate onde sogliono entrare le disoneste lusinghe e ammorzo e spengo tutti gli incentivi della libidine. Et per contra io abito molto di lungi da li stolti, cattivi, pigri, invidiosi, iniqui, omicidi e impii, lasciandogli nell'arbitrio del Demone vendicatore, il quale, commovendo la forza del fuoco, affligge i loro sensi, e maggiormente arma l'huomo a commettere cose scelerate, a ciò che, fatto malvagio per più disonesta colpa sia degno di più acerbo supplizio; e infiammalo senza alcuna intermissione a le insaziabili concupiscienzie, e con esso combatte nelle tenebre e esamina il peccatore, e concita e accresce con maraviglioso modo l'impeto del fuoco nel suo tormento.
TRISMEGISTO: - Tu m'hai, o Mente, ogni cosa come io domandava diligentemente disposto; ma ancora rispondi a questo. Che debbe egli essere dopo l'ascensione?
Allora Pimandro disse: - Certo, principalmente, nella resoluzione di questo materiale corpo, il corpo in alterazione si risolve, e quella forma che innanzi avevi si nasconde nel tempo a venire. L'ozioso abito de' costumi è conceduto e lasciato al Demonio; i sensi del corpo, fatti parte dell'anima, ritornano nelle lor fonti per risuscitare, quando che sia, un'altra volta ne' loro atti; le virtù irascibile e concupiscibile, ne vanno in natura che manca di ragione. Il resto adunque dell'animo per l'armonia ricorre a le parti di sopra, e quivi rende l'ufizio, alla prima zona, di crescere e di scemare; alla seconda l'ordinazione de' mali e l'ozioso inganno; alla terza lo ozioso inganno della concupiscienzia; alla quarta la imperiale e insaziabile ambizione; alla quinta la maledetta arroganza e la temerità della audacia; alla sesta le fortune delle ricchezze pessime, e ancora oziose; alla settima zona la innestata bugia. Allora l'animo certamente spogliato dei movimenti dell'armonia, salendo ritorna a la ottava natura, avendo la propia possanza, e insieme con quelli che quivi sono, loda il Padre Dio, e essi ancora li conferiscono nel numero delle Potestati, e fatti Potestati fruiscono Dio. Et questo è il sommo bene di coloro a' quali tocca la sorte del riconoscersi, cioè diventare Dio. Ma che s'appartiene egli a te oltre a questo, se non che, avendo tu compreso tutte le cose, voglia di coloro diventare duca e guida, i quali sieno degni del tuo governo, acciò che l'umana generazione, per il tuo dono, consegua la divina salute?
Cotali cose e simili disse Pimandro, e ridussesi nel numero delle Potestati. Ma io, rendendolo grazie e benedicendo Dio Padre di tutti, mi levai su già fortificato da lui e ammaestrato di tutto l'ordine della natura, avendo ancora avuto contemplazione di sì chiara visione.
Cominciai già per questo ad annunziare alli huomini la bellezza della pietà e della scienzia, così dicendo: - O popoli, o huomini terreni che vi siete in tutto dati alla ebrietà e al sonno e alla ignoranzia, vivete sobriamente, astenetevi da la dissoluzione del ventre, voi che siate occupati dallo irrazionale sonno.
Ma quelli esaudienti si convennono meco d'un animo a' quali ancora così aggiunsi: - O huomini terreni, perché cadete voi precipitando nella morte, conciò sia che non vi manchi la facultà di conseguire la immortalità? Rivocate ora mai voi medesimi, i quali v'affaticate nella miseria, invilluppati nelle tenebre dell'ignoranzia. Partitevi da lo oscuro lume, seguitate la immortalità, fuggite la corruzzione.
Ma parte di loro, faccendosene beffe, da me si partivano precipitati nel cammino della morte, e parte inchinati ai miei piedi mi pregavano che io gli ammaestrassi. Sollevandoli io adunque fui fatto duca della humana generazione, e a coloro certamente dimostrai la ragione del conseguitare la salute, e infondeva ne li loro orecchi i sermoni della sapenzia. Per la qual cosa advenne che loro si sollevarono e uscirono fuori de le tempeste delle crudeli acque. Finalmente appressandosi il vespro et calando il sole con li suoi razzi in occidente, io comandava loro che rendessino grazie a Dio, la qual cosa che fatto ebbono, ciascuno nel suo proprio letto si posava. Ma io scrissi nelle secrete parti dell'animo il benifizio di Pimandro, e avendo acquistato da lui quello che io domandato gli aveva, in gaudio mi riposai. Imperò che il sonno del corpo era stato sobrietà dell'animo, e l'aggravamento delli occhi vero ragguardamento; e il mio silenzio, secondo adempimento di bonità, la manifestazione del sermone, processo di tutti i beni.
Queste cose m'accaddono attignendo da la Mente, cioè da Pimandro, Verbo della Divina potenzia. Onde che io, confortato dal Divino Spirito, fui fatto chiaro de la verità. Per la qual cosa, con tutte le forze dell'animo, io rendo grazie a Dio dicendo: Santo Dio, Padre di tutti, Santo Dio la cui volontà è adempiuta dalle propie potenzie, Santo Dio il quale a' suoi amici si manifesta, Santo se' tu che col Verbo tutte le cose facesti, Santo se' tu la cui immagine è ogni natura, Santo se' tu il quale giammai non fusti formato dalla Natura, Santo se' più potente che ogni possanza, Santo se' più grande d'ogni eccellenzia, Santo se' più buono che ogni laude. Ricevi i Santi sacrificii delle parole, le quali procedono da l'animo e dal cuore tutto a te dato. Tu che se' ineffabile e da essere solo predicato nel silenzio da colui che ha schifati gl'inganni contrarii alla vera cognizione, esaudiscimi e fortificami, et fa partecipi di questa grazia coloro i quali ignorantemente vivono, e che sono certamente per cognazione a me fratelli e a te figliuoli. Imperò che io ti presto fede e rendo di te testimonianza, io mi sollevo nella vita e nel lume. Tu se' Padre degno di venerazione, ma il tuo huomo insieme con teco desidera fruire la Santità, conciòsia che tu gli abbia conceduto l'arbitrio e la possanza di tutte le cose.

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