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Anonimo - la Critica della Morte overo l'Apologia della Vita (1690) - parte prima - note di Massimo Marra

L'incisione di Aniello Porzio che orna l'antiporta dell'edizione del 1690 de La Critica della Morte.
Nelle edizioni successive il ritratto sarà utilizzato riflesso, e dunque con lo sguardo di Federico Gualdi da sinistra a destra, senza indicazione del nome dell'incisore.

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LA CRITICA DELLA MORTE OVERO L’APOLOGIA DELLA VITA ESPOSTA IN LINGUA FRANCESE DAL SIGNOR DI COMIERS
Prevosto di Ternan,
Trasportata in italiano a prode universale & aggiontoci un
Racconto
con alcune lettere curiose per gli amatori
della Scienza Ermetica.
Consagrata all’illustriss. Sig. il Sig.
AGOSTINO GALDADIN
Segretario dell’Eccell. Senato
In Venezia, 1690
Per Sebastiano Casizzi
Con Licenza de’ Superiori e Privilegio

Parte Prima

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Vai alla seconda parte de La Critica della Morte

Vai alla nota bibliografica introduttiva


Illustrissimo Signore,
A V. S. illustrissima che, figlio d’un padre il quale, nuovo Esculapio, pone in fuga la morte, sa con le sue virtuose e prudenti operazioni farsi la strada ad una vita immortale, consagro la Critica della Morte.
Il dubbio che il solo titolo sia per commuovere li Momi e gli Aristarchi, mi à tenuto un pezzo perplesso, tanto più ch’essendo ella questa la primizia delle mie stampe, dovevo trovarle il suo tutelare. La divozione finalmente, et il genio, mi anno anteposto per tale V. S. illustris., la qual prescelta da questo augusto Senato alla confidenza de’ suoi più segreti arcani, si acquista nella circospezione del custodirli, la predilezione del medesimo e la stima universale. Dovrei qui aggiungere il racconto degli applausi che la dotta erudizione di V. S. Illustrissima à ottenuto nelle Accademie più rinomate, ed estendermi nell’annoverare gli cospicui suoi antenati; ma l’angustia del luogo non me’l permette, e perciò riserbandomi a farlo in congiuntura di opere più rilevate, qui mi ristringo nel supplicarla a gradire questa benché picciola testimonianza di un altrettanto maggiore ossequio, e concedermi che io possa perpetuamente godere la fortuna d’essere, quale mi pregio, di V. S. Illustris.
Divotissimo et ossequiosiss. Servitore.

Sebastiano Casizzi.


IL TRADUTTORE a chi leggerà.

Capitatami per buona sorte frà le mani quest’operetta, al cui assunto è dato motivo il successo di un uomo grande a me ben noto, ò voluto, trasportandola dal linguaggio francese, che l’universale d’Italia ne abbia la cognizione, e nel medesimo tempo goda il profitto che dalla medicina in essa proposta puossi ricavare.
Il signor Prevosto di Ternan che ne è stato l’auttore, la intitolò Medicina Universale, ma trovandosi nel nostro idioma un’altro libro con titolo simile, per non confonderlo si è stimato bene di tramutarlo a questo, dandogli quello di Critica della Morte, overo Apologia della Vita: oltre che, in effetto, sostenendo il Signor Prevosto che al dispetto di cotesta interrompitrice dell’umane operazioni si può vivere più secoli, e provando con un gran numero di esempj istorici che Unusquisque est sibi suum Fatum, non si poteva più propriamente intitolarlo.
Osservato poi che nel fondamento della sua intrapresa egli è stato ingannato dalla Gazzetta di Olanda da lui citata, così nel tempo dell’accaduto avvenimento come nel nome e cognome del signor Federico Gualdi, mi è parso dovere di rendere alla verità un tributo obligato col racconto di tutto quello ò potuto ricavare appartenente al signor Federico Gualdi; fra le di cui altre cose, facendo strepito il ritratto, ne ò procurata una copia esatta e la partecipo al publico, donandola però precisamente al signor di Comiers, che credo sarebbe per averla più d’ogni altro cara, se la disgrazia non l’avesse privato della vista.
Le Lettere poi, che di codesto grand’uomo finora ò potuto raccogliere, sò bene che molto gradiranno agl’intendenti dell’Arte Ermetica, scorgendosi in esse de’ lumi vivacissimi per condurre alla cognizione di cotesto da tanti investigato arcano. E finalmente ci ò aggiunto la notizia di alcuni che vivono oggi giorno in età maggiore d’un secolo.
Spero dunque che non averò mal’impiegata questa mia attenzione, e cercarò in avvenire di non lasciare l’Italia priva delle più benne dottrine che dalla Francia, o per mezzo di quel linguaggio, ci verranno partecipate.


LA CRITICA DELLA MORTE OVERO L’APOLOGIA DELLA VITA.

Dio aveva creato l’Uomo per esser immortale, e per questo aveva, come si legge nella Genesi, piantato, nel mezzo del Paradiso terrestre, l’Albero della vita, il di cui frutto sarebbe stato la Medicina Universale et il rimedio sovrano di tutti i mali; ma il peccato commesso da Adamo, avendogli fatto perdere questo avvantaggio, non è restato agli Uomini che il desiderio di prolungare la loro vita, che anno sempre considerata come il più grande di tutti i beni transitorij.

Egli è per questa cagione che, volendo Dio impegnare i figliuoli a rendere a’ loro genitori ogni rispetto, unisce all’osservatione del suo comandamento la promessa d’una lunga vita, come si legge nel Deuteronomio: ut longo vivas tempore et bene tibi sit terra. Non si deve però immaginarsi di potersi procurare l’immortalità col mezzo della Medicina Universale, come si sarebbe fatto con l’uso del frutto dell’Albero della Vita. Così di tutti gli uomini non vi è stato che Enoc et Elisa che siano rimasti esenti dalla morte, essendo stati, come dice l’Ecclesiastico, trasportati nel Paradiso Terrestre, benché alcuni credano, come fecero gli Apostoli, che il medesimo favore sia stato concesso a S. Giovanni, per quello che si legge nell’Evangelio aver il Salvatore del mondo risposto a San Pietro con questi sensi: se io voglio che Giovanni resti in fin che io venga, che importa a voi? Insomma non si vede alcuno che si stanchi di vivere, anzi ogn’uno cerca i mezzi di prolungare i suoi giorni; e questo è un bene che si può sperare dalla Medicina Universale, il cui potere s’estende sopra li tre regni animale, vegetale e minerale.

Galeno ne dà un abozzo al publico in quel bel trattato dell’Arte di conservarsi in Sanità, doppo averla così felicemente praticata ch’egli non risentì alcuna infermità nel corso dei 140 anni che visse.
La voglia di vivere lungo tempo et in sanità, ch’è naturale a tutti gli uomini, vi à senza dubbio portato a dimandarmi ciò che io penso di cotesto uomo che la Gazetta d’Olanda di 3 aprile passato assicura esser sparito da Venetia, dove fece conoscere, d’un modo da non poterne dubitare, ch’egli avesse toccato l’età di quattrocento anni. Voi volete saper se ciò sia accaduto col mezzo della Medicina Universale, che, conservando l’umido radicale in una perfetta unione allontana la vecchiezza e fa sovente ringiovenire. Io dividerò la mia risposta in tre articoli. Nel primo farò conoscere che ci sono stati degli uomini che anno vissuto più secoli. Nel secondo parlerò delle cose che sono in noi e fuor di noi, e che contribuiscono a farci vivere lungamente et in sanità. Et nel terzo farò molte osservazioni curiosissime et utili sopra la pratica della Medicina Universale, a confusione della morte et a gloria della vita.
Benché noi nasciamo per morire, e che Tertulliano abbia detto che Dio per una gran misericordia, e non per collera, à reso l’uomo mortale doppo il suo peccato, nondimeno la Scrittura Sacra ci insegna che, avanti il Diluvio, la durata ordinaria della vita degli uomini era di settecento anni e più.

Adamo è vissuto novecento e trenta anni, Seth novecento e dodeci, Camam novecento e dieci, et così poco a poco diminuì la lunghezza della vita che Dio fisso doppo il Diluvio a 120 anni per ordinario. Intanto Arfaxad, che nacque due anni doppo il diluvio, visse 300 anni, e Sale suo figlio 433. Heber, figlio di Sale, da cui gli Ebrei hanno preso il nome, 467. Può esser che voi crediate che i loro anni non fossero solari ma lunari, solamente di 29 in 30 giorni, o che ciascuna delle quattro stagioni facesse una delle loro annate, come appresso li Caldei et appresso gli Arcadi, à riferta di Lattantio; o che al più non comprendessero che il tempo che il sole impiega a passare da un tropico all’altro, e per conseguenza non fossero che la metà de’ nostri. Ma quegli anni non potevano esser lunari, poiché se ciò fosse, molte persone vivrebbero al presente più che i nostri primi Padri, facendo cento de’ nostri anni più di 1200 lunari. Alfine essi erano composti almeno di dodeci mesi lunari, poiché Mosè, parlando del Diluvio nella Genesi, cap. 7 vers. 2 dice che Noè, avendo vivuto seicento anni, cominciò il Diluvio il 17 giorno del secondo mese. Et nell’8 Cap. v. 4 dice che il vigesimosettimo giorno del settimo mese, l’Arca prese terra sopra le montagne d’Armenia, e che il primo giorno del sesto mese la punta delle alte montagne cominciò a comparire sopra l’acqua; et nel v. 13 dice ancora che nell’anno 601 Mosè fa gli anni di dodici mesi, et perciò la differenza di quegli anni a’ nostri non sarebbe al più che di undici giorni, se quelli dodici mesi erano lunari.

L’istoria profana ci insegna in Homero che il principe Nestore, figlio di Neleo, aveva vicino a trecento anni quando andò al soccorso de’ Greci contro li Troiani. Anacreonte assicura che Arganthemio re de’ Tartessi visse 150 anni. Cinira, re di Cipro, cent’anni et Eginio ducento. Pietro Maffei nella sua Istoria dell’Indie attesta che, nell’isola Bengala, si trovò un uomo senz’alcuna indisposizione in età di 335 anni, il che prova col racconto che fece di tutto ciò che si era passato di memorabile durante sua vita, et che non si verificò esser conforme alle Cronache. Il gran Seneca spagnolo pervenne fino al 144 anno della sua età, et sarebbe vissuto molto più lungo tempo se l’ingiusto comando del suo discepolo Nerone non avesse abbreviato il corso della sua vita. Sotto l’imperatore Traiano Simon Cleofe, secondo vescovo di Gerusalemme, fu crocefisso nel suo 120 anno. Narciso, terzo vescovo di quella medesima città, visse 166 anni sotto Settimio Severo. Paolo primo Eremita visse 120 anni. S. Antonio abbate in Egitto 150, et Cronio suo compagno ne visse cinque in più. L’imperator Claudio avendo ben esaminato le prove dell’età di Tito Fullonis di Bologna in Italia, riconobbe ch’era nel suo 150 anno. Attila re degli Hunni morì di 124 anni. Pietro di Natali prova che S. Severino, vescovo di Tongrs. visse 375 anni et fu consacrato vescovo nel suo anno 197. Nicolò de Comitibus testifica che, fra li bracmani, se ne trovò uno di trecent’anni.

Egli è così facile alla natura il dare ad un sol’uomo tanti anni di vita quanti ne dà a molti insieme, come di dare ad un gigante tante forze e materia quando ne bisognarebbe per formare il corpo di molti uomini. Tale fu quello di Turgavv ne’ Svizzeri, vicino al lago di Costanza, che, combattendo sotto Carlo Magno contro li Sassoni ne infilò otto con la sua pica, et havendoli caricati sopra la sua spalla attraversò il Reno et diceva a quelli del suo partito: eccovi delle ranocchie d’Alemagna che io vengo da pescare, io non intendo punto il loro gracchiare.

Guido Bonato assicura che, nell’anno 1223, conobbe uno nominato Riccardo, già veccio di 400 anni, che provava incontestabilmente d’aver portato l’armi sotto Carlo Magno. Si parla anche communemente d’uno sopranominato Gio. de’ Tempi, che aveva portato l’armi sotto il medesimo imperatore, et che morì sotto Ludovico Settimo l’anno 1146; bisogna che avesse vicino a 360 anni, perché Carlo Magno fu incoronato imperatore nell’800.

Io tengo in mie mani il ritratto di un inglese vecchio di 152 anni. come che io professo di niente proponere senza buone pruove, dico che il curioso letterato S. Hubin, smaltatore del re, me ne à dato la stampa che aveva ricevuta dal signor Giacomo di Perron, nipote del cardinale di questo nome, vescovo di Angoleme e poi di Eureux, dove morì grand’elemosiniero della regina d’Inghilterra figlia d’Enrico IV, morto a Santa Colomba vicino Parigi. Questo inglese era di mezza statura e si chiamava Tomaso Park, figlio di Gio. Park di Winnington, della Parrocchia d’Alberbury nel Contato di Shrofine. Nacque nel 1483 et aveva 152 anni quando fu presentato a Carlo Primo re d’Inghilterra li 9 ottobre 1635. Egli provava aver veduto nove re d’Inghilterra, cioè Edoardo quarto, Edoardo quinto, Riccardo terzo, Enrico settimo, Enrico ottavo, Edoardo sesto, Maria, Elisabetta, Giacomo sesto e Carlo primo, padre del re che regna presentemente. Cotesto buon uomo benediceva Dio, fra l’altre cose, di ciò, che se bene aveva veduto durante sua vita tre diversi cambiamenti di religione nella sua patria, sotto Edoardo sesto, sotto Maria e sotto Elisabetta, non aveva nondimeno mai professato altra credenza che della fede Cattolica Apostolica Romana come la più antica, avendo visto nascere tutte le altre che le sono opposte. Confessava ingenuamente che, nell’età di 100 anni, fu chiamato in giudizio e convinto d’aver avuto un figliuolo d’una giovine, e per questa causa condannato a fare penitenza publica davanti la porta della chiesa, coperto d’un drappo bianco et una torcia in mano, secondo il costume del regno per riparatione di tale scandalo. Perdé la vista sei anni avanti la sua morte, che successe in Londra li 24 novembre 1635 in meno di mez’hora, senza che avesse sentito prima alcun dolore che lo minacciasse del suo fine. Si aprì il suo corpo, e tutte le sue parti interiori furono trovate sanissime fuorché li polmoni, che il sangue aveva come annegati e suffocati, il che li medici attribuirono alla mutazione dell’aria, essendo stato trasportato da un paese dove l’aria è assai pura e temperata in comparazione di quella di Londra, ch’è grossa e mal sana, sopra tutto a quelli che non ci sono accostumati. Nel medesimo tempo madama la contessa d’Arondel presentò alla regina d’Inghilterra una mammana in età di 123 anni, che due anni prima esercitava ancora la sua professione nel villaggio dove era nata.

Olao magno riferisce, nelle sue Istorie, che un vescovo d’Inghilterra chiamato David è vissuto 170 anni. Buchanam assicura che Lorenzo Autlando, in età di 140 anni, andava ancora a pescare né più gran rigori dell’Inverno. Voi avete veduto dall’Istorie sacre e profane che ò riferite, che in tutte le età del mondo, la vita di qualche uomo è stata di più secoli e che non è sempre limitata, come si dice appresso Mosè, a 70 overo 80 anni. Così come dice Salomone, Dio non à punto fatta la morte, che non è che un nome senza essenza, non essendo che la privazione della vita, et egli non gode punto della perdita de’ viventi. Il medesimo savio aggiunge che la vecchiezza è la corona della dignità. Essa è quella che rende i capelli bianchi venerabili, perché quelli che li anno bianchi sono utili et anco necessarij al bene dello stato per la loro lunga esperienza negli affari. Bisogna adesso mostrare quanto la natura delle cose che sono fuori di noi, come il luogo della dimora, la purità dell’aria e dell’acqua, contribuiscano a farci passare in sanità una lunga serie d’anni. Si dice con ragione che li motti sono li migliori maestri, perché c’instruiscono e ci riprendono nelle loro opere senza adulatione e senza interesse. Egli è a questo proposito che ci insegna l’epitaffio seguente trovato nella città di S. Gilles: vesci citra saturitatem impigrum esse ad laborem, vitalem semen conservare, tria ad producendam vitam saluberrima.

Per vivere lungamente
Vivi sobrio e castamente.

Il gran pitagorico abstemio Apollonio Tianeo si conservò in gioventù per più di cent’anni per la sua castità e per la sua sobrietà. Egli è sopra questi due medesimi principij che gli antichi anacoreti viverono sì lungo tempo in sanità, e per la sobriezza il gran filosofo Democrito godè d’una perfetta salute per il corso di cento e nove anni. Quello che Diogene Laertio dice della morte di questo filosofo è rimarcabilissimo: cioè ch’egli si conservò li tre ultimi giorni della sua vita col solo odore del pane caldo e preghiere di sua sorella, che temeva di non poter assistere alla solennità della dea Cerere se egli fosse morto avanti la festa.

Il vero celibato è anche utilissimo per vivere lungamente in sanità, benché Artaserse, re di Persia, avendo avuto cento e quindeci figliuoli, non sia morto che doppo il centesimonono anno di sua età, per la cospirazione di cinquanta de’ suoi figliuoli stessi.
Proculo imperatore de’ Romani si vantava che cento giovani polacche gli avevano partorito cento figliuoli in quindici giorni. Sopra tal’esempio una dama romana et un romano avrebbero potuto avere, al tempo di San Girolamo, una legione di figliuoli legittimi. Eccone la storia cavata da questo padre della Chiesa. Al tempo di papa Damaso si vide in Roma un uomo, vedovo della sua vigesima moglie, sposare una matrona vedova del suo vigesimo marito, al funerale della quale egli assistè coronato d’alloro con una palma in mano fra le publiche acclamationi che facevano gl’uomini, d’esser egli sopravvissuto a sua moglie ch’era, per altro, incomparabile.

La sobrietà e l’essercitio ci rendono ancora sani e robusti. Perciò gli Romani rimasero sorpresi in vedere la forza e la statura gigantesca de’ nostri antichi Galli, che essi dovevano all’astinenza dal vino, di cui non appresero l’uso che da Helicone Svizzero, che portò il primo in Francia la vigna, l’uva et il vino. La qualità degli alimenti contribuisce molto a rendere lunga la nostra vita. Gli lemosiensi, che la più parte non mangiano che castagne, vivono lungo tempo ritraendosene un nutrimento poco soggetto a corruttione e che non si dissipa facilmente. La buona complessione o la giusta temperatura dell’umor radicale e del calor naturale è una condizione necessaria per vivere lungo tempo. La troppa umidità soffoca il calor naturale et, all’incontro, il troppo calore consuma ben presto l’umidità.

Egli è perciò che dalla complessione sanguigna si deve attendere una lunga vita essendo il sangue caldo et umido. La forza, la vivacità et il fuoco della complessione colerica non possono lungo tempo sussistere col secco. La flemmatica à troppa umidità per esser digerita dal calor naturale, e la melanconica è troppo terrestre, secca e fredda. Egli è vero che la complessione colerica e flematica, una riparando il difetto dell’altra con la loro mescolanza, possono compartire e produrre una lunga vita; il che fa medesimamente la complessione sanguigna mescolata con la melanconica, perché il caldo et l’umido del detto sangue si temperano col freddo et il secco della melancolia, e da questa mescolanza di complessione si può sperare una lunga vita.

Il luogo della dimora contribuisce anche molto alla lunga vita. Nella numeratione che Vespasiano e Tito suo figliuolo fecero fare di tutta Italia, si trovò nella città di Velleiacio, territorio di Piacenza, quattro uomini ciascuno in età di doicento e vinti anni, e sei uomini di cento e dieci anni; e nel medesimo tempo ad Arimini vi era una femmina nominata Tertulla, vecchia di cento e trent’anni, ed un’altra a Faenza di cento trentadue.

Plinio dice, appresso Isigono, che li Cirni, popoli dell’Indie, vivono comunemente cento e quarant’anni. Pomponio Mela riferisce che gli abitanti della città situata a pié del monte Atho, vivevano due volte più che gli altri abitanti della terra. Onesicrate assicura che ci sono degl’indiani sotto la zona torrida che anno più di cinquanta cubiti d’altezza e che senza invecchiare vivono cento trent’anni. Ctesia accerta medesimamente che quelli delle Pandores che abitano ne’ Valloni vivono ordinariamente ducent’anni et anno questo di contrario al resto degli uomini, che durante la loro giovinezza anno li capelli bianchi et invecchiando li capelli aneriscono. Hellanico riferisce che in una contrada dell’Etolia, gli abitanti vivono ordinariamente ducent’anni a relatione di Damarte, vivuto trecent’anni. Se si crede ad Eforo, gli re degli Arcadi vivevano pure trecent’anni. Alessandro Cornelio dice che nell’Illirio un certo Dandone vivesse cinquecent’anni, e Xenofane nel Periplo passa più oltre quando dice che il re de’ Marittimi visse seicent’anni e suo figlio ottocento.

Olao magno al quarto libro delle sue istorie, ci insegna che ne’ paesi li più freddi del settentrione gli uomini ci vivono comunemente più di centosessanta anni, et al libro duodecimo dice che gli abitanti d’Irlanda godono ordinariamente d’una perfetta sanità oltre i cent’anni.

Herembergio asserisce, nella sua Storia naturale, che gli abitanti delle montagne di Iucatan vivono lunghissimo tempo, et nella contrada di Versina al Brasile, secondo la testimonianza di Antonio Pigafelta, gli uomini vivono per ordinario cento quaranta anni. L’età di cent’anni a rapporto di Luigi Bartama, è un’età assai comune per quelli dell’Arabia felice.

In Avergna li padri ci vedono spessissimo i figliuoli de’ figliuoli de’ loro figliuoli, et io ò letto altre volte che nelle nostre Alpi un solo uomo era il capo di tutto un villaggio composto di quasi cento fuochi, li di cui abitanti erano tutti discesi da esso. In fine nel 1660, essendo partito da Vernant col signor marchese di S. Andrea Mombrun capitan generale dell’armate del re, per gli affari del signor conte di Dona ad Orange, io ammirai nel villaggio d’Allieres, alcune leghe sopra Lione, il nostro oste e la nostra ostessa in perfetta sanità, vecchio ciascuno di centoquattro anni.
Io dunque ò fatto vedere per la storia sacra e profana, che in tutte le età del mondo ci sono stati degli uomini che anno vivuto più secoli, d’onde è facile il conchiudere che non è punto impossibile di vivere così lungo tempo com’essi, e che Luigi Gualdo vecchio di quattrocento anni non è un favola. Eccovi in qual modo la Gazzetta d’Olanda di 3 d’Aprile 1687 ne parla.

Estratto d’una lettera di Venetia de’ 7 marzo 1687.

Sono tre mesi che è disparso di qui un cert’uomo nominato Galdo, vecchio di quattrocento anni. Egli portava seco un suo ritratto fatto da Tiziano, che è morto già cento e trent’anni. Voi potete da ciò giudicare che cotesto grand’uomo à posseduto la vera medicina universale, per aversi potuto conservare in perfetta sanità così lungo tempo. Queste non sono novelle favolose; ci sono qui degli testimonij degni di fede che anno parlato con cotest’uomo, il quale non si è ritirato di là che perché si cominciava a parlare di lui come di un’uomo che possedesse la vera maraviglia d’una scienza così sublime. Li curiosi sono interessati a chiarirsi della verità di questo fatto e darne a noi avviso, a fine di farne parte al publico.

Io dico che cotesto Gualdo à potuto prolungare così lungo tempo la sua vita, o senza alcuna medicina, per un buon regimento di vivere, per un esercizio moderato e per il sudore, o per la medicina universale. Di tutti li proverbij il più vero è quello de’ latini: plures gula occidit quam gladius, ne periscono più per gli eccessi della bocca che per la spada. Egli è perciò che io comincio a prescrivere un regimento di vita a quelli che desiderano vivere lungamente in sanità, e dimando che siano venuti al mondo con un corpo ben organizzato, e che abbiano uno spirito sano in un corpo sano, e che essendo d’un umore allegro siano uomini senza passioni sregolate. Eccovi quello che si à da osservare per chi avrà questa felice constituzione.

Deve astenersi dal mangiare in un medesimo pasto diverse sorti di vivande et usare differenti bevande.
Deve bene masticare tutto ciò che mangia, perché la masticazione è una prima digestione col mezzo d’un umor acido ch’esce dalle glandule salivali, e piccioli buchi della mascella superiore che sono vicini a’ denti occulari.
Essendo a tavola mangerà alternativamente le vivande o frutti umidi e secchi, grasso e magro, l’agro doppo il dolce e le cose fredde doppo le calde et al contrario; perché per tal mezo l’eccesso della qualità d’una vivanda sarà corretto dalla qualità contraria d’un’altra.

Doppo aver bevuto largamente, o mangiato de’ pomi, mangerà del biscotto, e per rimediare al troppo vino, mangerà qualche cosa d’acido, o prenderà del succo di cedro agro dal quale sarà liberato nel momento stesso dal singhiozzo più fastidioso e più ostinato, perché viene ordinariamente doppo il pasto per la troppa replezione o per inanitione. Che, se si sente ancora scaldato dal vino, userà delle cose rinfrescanti e non prenderà niente di riscaldante, che causerebbe delle febri ardenti. Così l’acqua vita non è buona che per rinforzare lo stomaco et aiutare la digestione quando si è troppo mangiato; ma è dannosa quando uno è riscaldato per aver troppo bevuto, e, d’altra parte, benché l’acqua vita sia un eccellente rimedio topico o esteriore, il suo uso in bevanda essendo stato introdotto nell’America, quei popoli anno, come noi, abbreviato la loro lunga vita.

Non si deve fare alcun essercitio violento quando non ve ne sia la necessità, ma, come si dice, ad ruborem non ad sudorem, per eccitare solamente il calore naturale, et aprire li pori, affinché la natura si discarichi per transpiratione. Essendo assai riscaldato et oppresso dalla sete, si deve bene guardarsi di passare in un luogo freddo, di restare immobile, di discoprire lo stomaco, di cavarsi la pirucca e di bevere così subito. Si beverà più tosto del vino puro che dell’acqua, che potrebbe causare una puntura. Che se si trovasse in campagna dove non ci fosse vino, e non si potesse soffrire la sete più lungo tempo, si prenderà dell’acqua goccia a goccia interpolatamente, e non con frequenti sorsi.

Nell’uscire dal letto non si esporrà subito alla finestra né all’aria fredda, perché ogni cambiamento presto è pericoloso: omnis repentina mutatio periculosa.
Se nel rigore dell’Inverno si à il naso, le mani o li piedi come gelati, si deve guardarsi di presentarli al fuoco o di tuffarli nell’acqua calda, perché questi membri non anderebbero impuni dall’estremo d’una qualità ad un’altra contraria. Si entrerà dunque in una camera un poco calda, o in un stalla di cavalli al fine di richiamare poco a poco il calor esterno e moderato.
Una volta, viaggiando nell’inverno, io tuffavo ogni mattina le mutande di tela nello spirito di vino, et avvertivo che li miei stivali fossero sufficientemente larghi, a fine che il sangue potesse liberamente colare fino all’estremità delle dita de’ piedi, che movevo frequentemente.

Non si mangerà per la prima volta che poco di frutti novelli, affinché lo stomaco ci avvezzi poco a poco, per dubbio che una gran quantità di nuovo suco alimentoso, ecciti tutto ad un punto delle fermentazioni, dalle quali procedono tante febri nella novità de’ frutti, o all’ora che se ne mangia quando non si è usati a mangiarne.
Egli è vero che ci sono certi frutti de’ quali si può mangiarne in quantità, perché fanno meno suco nutritivo.
Si osserverà in fine che alla pronta mutazione di vivere sono ordinariamente consecutive della malattie pericolose alle quali quelli che viaggiano sono soggetti.
Per vivere lungo tempo, se uno non è pitagorico nel bevere, si deve almeno usare del vino moderatamente. La buon’acqua è la meno pesante, senza odore né sapore.

Noi siamo tenuti all’imperator Nerone dell’invenzione di bevere l’acqua depurata per distillazione e poi raffreddamento nel ghiaccio. Ella fa subito morire quelle semente o saccoccie di vermi che si generano nello stomaco. Il dotto signor Perraut dell’Accademia Reale delle Scienze, ne liberò una religiosa come per miracolo.
Il dormire essendo assolutamente necessario alla vita, il sonno, che è l’imagine della morte, deve essere dolce e tranquillo. Bisogna, come diceva Apollonio Tianeo a Fraotte re dell’India, non dormire per capo delle palpebre, ma dormire da’ pensieri; il che non può avvenire a quelli che bevono del vino, il cui calore e li fumi fanno movere continuamente e cangiare le specie, il che è causa che doppo il sonno si trovano affaticati da tante sciocchezze, in luogo che quelli che bevono solo acqua (io ne parlo per esperienza) dormono d’un sonno più dolce, e dormenno anno l’immaginazione così netta e tranquilla che vedono tutte le cose nella propria forma come devono essere, et il loro sonno non è né leggiero né pesante, né intorbidito da vane illusioni.

Per questa ragione (come dice Apollonio nel capitolo secondo della sua vita scritta da Filostrato) li Sacerdoti del divino Anfiarao ordinavano a’ sognatori che andavano al suo tempio nel territorio d’Atene, l’astinenza dal vino per tre giorni, perché i loro sogni della mattina essendo più purgati, essi ci credevano qualche cosa del divino, e ne davano delle interpretazioni.
Egli è però vero che un bichiero di vino preso subito che si posa la testa sul capezzale, agitando le specie co’ suoi vapori, impedisce la continuata applicazione dello spirito ad una medesima cosa e procura, per conseguenza, questo sonno; ciò che per il consiglio del signor Tellier, ministro di stato e poi cancelliero di Francia, io esperimentai nel 1660, essendo riscaldato dalle vivande di Quadragesima e per la fatica di andare e venire incessantemente da Avignone ad Orange per il trattato della reduzzione di quella piazza nelle mani di sua maestà.

Li medici, nella loro arte lunga che sovente procura una corta vita, fanno professione di tre cose che chiamano dignostica, prognostico e curatione. Per la diagnostica pretendono conoscere la causa, l’origine et il luoco del male.
Col prognostico e con la curatione danno ben spesso dei rimedij il cui effetto è contrario alla loro aspettatione, ma questo è assai, poiché bisogna, come dice la Sacra scrittura, onorare li medici per la necessità.
Eccovi contro il primo aforismo d’Hippocrate un’Arte breve per render la vita lunga.
Bisogna nel principio della malattia apportarci rimedio, come dice il poeta.
Principijs obsta sero medicina paratur.
Per la diagnostica si deve osservare che si sente di nuovo e di non consueto, sia nel tempo che si è in profondo riposo, sia quando si prende il suo riposo, sia quando si sta negli essercizij ordinarij. Si deve anche osservare se questo cambiamento o alterazione accade la sera dopo la fatica o la mattina nel levarsi, nel qual caso è più da temere, tanto più che il sonno et il riposo col quale noi ripariamo le nostre forze sono ordinariamente seguiti da maggiore sanità e vigore, se nelli tre primi casi si sente una certa gravezza in tutti li membri, e se l’appetito manca tutto a fatto.

Quando nella sua fatica ordinaria si sentono le forze abbattute, io dico che questa languidezza e gravezza di membri proviene dal troppo suco nutritivo che si trova nelle viscere di ciascun membro. Questo è perché non si può farnelo uscire che per insensibile traspirazione o sudore, che si procura aiutando il calor naturale col calor esterno, così il sudore procurato a tempo salva da una vicina malatia. Si dovrà stare per questo fine fermo et immobile sopra le reni per il corso d’un’ora in panni ben netti e caldi, fra due manti di piuma, col solo viso scoperto et non si uscirà dal letto che mezz’ora doppo aver sudato. Se si farà lo stesso per molti giorni, l’appetito et il vigore si ristabiliranno, si sentirà allegro e disposto in tutti li membri, perché per quel sudore, senza tormentare et infievolire la natura, si purgheranno le viscere da tutte le superfluità, il che non può avvenire per mezzo di alcuna medicina se non è per la medicina universale che insegnaremo in un altro articolo.

Per conservarsi in sanità si praticherà questa maniera di sudare tre volte l’anno: nell’autunno, nell’inverno et nella primavera.

Se l’appetito vi manca mettendovi a tavola nella primavera o nell’autunno, mangiate poco e fatte più esercizio dell’ordinario. Se vi manca tutto affatto e che voi vi sentite balzare il cuore in vedere le vivande, state vintiquattro ore senza mangiare, passeggiate et aiutate un poco il calor naturale. Mangiate pochi cibi che fanno molto suco nutritivo, de’ quali il troppo è ordinariamente la causa delle febri, come anco dell’epilessia a’ fanciulli, della quale sono esenti quelli che vomitano sovente, perché rigettano questo troppo suco nutritivo.

In fermentando et augumentando la quantità del sangue, causa la febre alli giovini; et li vecchi che costumano di condurre una vita regolata et d’osservare una specie di dieta, se prendono troppo alimento, si sentono subito la testa pesante, ch’è un segno precorritore dell’apoplesia, a causa che per una pronta e grande augmentazione di quel succo nutritivo il sangue, salendo abbondantemente con violenza al cervello, rompe i piccioli e più teneri rami delle vene, et questo succo seroso spandendosi nel cervello calca li nervi et impedisce il fluire degli spiriti che sono, come dice Fernelio, il veicolo del calor naturale, di cui l’estinzione causa la morte se non ci si rimedia prontamente con l’insagnia e col sudore; mentre per la sagnia si diminuisce la causa et il calore del letto fa che le vene del cervello s’ammolliscano distendendosi senza rompersi.

Dal primo presentimento del male, si deve correre a’ rimedij per prevenire et equitare una lunga malattia. Bisogna subito considerare la qualità dell’aria che respiriamo et degli alimenti che usiamo, sì come lo stato del nostro calor naturale, il quale vivifica tutti i nostri membri, a fine di riconoscere a quale constituzione d’aria e qual natura di alimenti cui siano più convenienti et di qual maniera si possa aiutare il calor naturale a scacciare la causa morbosa fuori delle viscere et al ventricolo di tutti li membri.
Per questo effetto scegliete un luogo dove l’aria sia tranquilla et calda, ma senz’alcuno odore fastidioso. Li luoghi esposti al vento sono mal sani, benché li luoghi troppo caldi e quelli dove l’aria è piena di cattivi vapori abbiano bisogno del vento per introdurci un’aria nuova. Così si dice della città d’Avignone: Avenio ventosa, sine vento venenosa.

Io ò rimostrato nel mio Uomo artificiale, overo profeta fisico della mutazione de’ tempi, che voi trovarete nel mercurio Galante del mese di Marzo 1683, quanto la scienza de’ venti sia necessaria per la nostra sanità, poiché al dire di Vitruvio nel capitolo 6 del suo primo libro dell’Architettura, li venti di mezzo giorno et di coro causano delle malattie incurabili, come tossi, stitichezza, dolori di nervi alle gionture agli abitanti della bella Metelino, metropolitana dell’isola di tal nome, che si sentono sollevati quando soffia il vento da tramontana.
Non ci sarà difficile d’apprendere che quando fa vento si sentono ravvivare li dolori delle piaghe et altri dolori, perché l’aria esterna essendo meno pesante, le umidità e l’aria interna ristrette nelle viscere e fra carne e pelle del membro afflitto essendo meno calcata, si dilatano d’avantaggio per la sua virtù elastica, o di risorta fanno forza et spingono le parti che la ristringono.

All’ora che le malattie sono lunghe, bisogna trasportare l’ammalato in un altro appartamento, aprire le finestre et inaffiar spesso con dell’acqua fresca la camera ch’egli avrà lasciata, cangiare di mobili et al fine ben purificare e rinnovar l’aria di quella stanza; doppo di che ci si ricondurrà l’ammalato. Questa è la cagione che la natura sollecita di conservarsi, imprime vene spesso agli ammalati il desiderio di cangiar di letto, il che non si deve rifiutargli.
Quando un malato comincia a star meglio, ordinariamente à voglia di mangiare qualche cosa agra. Però l’uso moderato di queste gli è salutare; la natura fa appetire le cose che le sono necessarie, e questo è tanto vero che ben spesso degli malati anno ricovrato la loro sanità per l’uso moderato de’ frutti o delle vivande che i medici gli aveano proibite.

In fine la dieta et il sudore fanno una specie di medicina universale, perché la natura in tutte le cose deve esser nostra maestra, et è da essa che noi dobbiamo apprendere li mezzi di conservarci in sanità. Nella fanciullezza, il calor naturale essendo superiore, getta fuori nelle varole (1) e nella fersa (2) per traspirazione o per sudore, ciò che tiene di succo nutritivo corrotto e di altre impurità.
e quando questo calore si trova indebolito et diminuito, noi dobbiamo eccitarlo a fine ch’egli produca le medesime operazioni et evacuazioni quando siamo in una età avanzata.
La danza, il giuoco della pilota, al caccia et gli essercizij d’arme eccitano il calor naturale a fare quella funzione di gettar fuori per sudore tutte le superfluità di tutte le viscere de’ membri. Egli è perciò che li villani che ordinariamente si affaticano, vivono più a lungo tempo e conservano la loro sanità, perché come essi non anno alcun disordine, non sanno cosa sia la podagra. Ciò fece dire a Seneca nel suo Ippolito, atto primo:
In penates varius tenuis subit Haec delicatas eligens pestis domos.

In effetto la gotta fugge ordinariamente le femmine e li poveri manovali, et alloggia nelle case dove si fa gran tripudio. Così egli è vero che nessun uomo di fatica mai si lamenterà come Herode: cum esse oportet, manus non habeo oportet progredi non sunt mihi pedes. Oportet dolere tunc et pedes mihi sunt et manus.
Come tutte le subite mutazioni sono pericolose, quelli che di magri divengono grassi devono prevenire la gotta col sudore.

Li flatti, la colica e l’idropisia si guariscono col sudore. L’appestato in cui la natura con lo sforzo che averà fatto à già cominciato a gettare fuori in buboni il veleno, sarà infallibilmente liberato col mezzo di un gagliardo sudore. Lo stesso dico per guarire i Leprosi, perché se si aiuta fortemente il calor naturale, questo finirà di gettar fuori tutte le superfluità et impurità. Perciò si tengono caldissimi quelli che hanno le varole o la fersa, aiutandosi il calor naturale con delle confettioni di giacinto e d’alkermes, o con la teriaca.

La paralisia, doppo anche perduta la parola, è guarita per un sudore abbondante. Lo stesso è dell’apoplesia, se si comincia da una pronta cavata di sangue. Bisogna fare lo stesso per il tremore della testa e delle mani, ch’è un indizio di qualche rottura di rami della vena del cervello, di cui il sangue stravasato, premendo i nervi nella loro origine, non permette che per intervalli la fruizione degli spiriti. Il solo rimedio è una buona dieta et il frequente sudore, a fin che quel sangue seroso sparso si dissipi. Io ò visto delle parti addolorate et afflitte da flussioni guarire, esponendole per più ore a’ raggi più ardenti del sole d’estate.

Il miglior nutrimento che si posa dare ad un malato si fa di buone vivande e di facile digestione, tagliate in piccioli bocconi, et gli ossi midolosi rotti ben minuti, et il tutto ben pistato in un mortaio di marmo et cotto poi a fuoco lento doppo averci aggiunto quello che si stimerà a proposito per farlo riposare e levargli i sogni, per tenere il suo ventre netto et anco per dargli il gusto d’agro, di dolce o d’altro conforme al suo appetito. Passato il tutto per una pezza di lino, voi ne averete, come si dice, la quint’essenza, di cui il malato userà per il suo mangiare et per il suo bevere, riducendola a sua voglia più spessa o più liquida. Quelli che vorranno ritenere e conservare ne’ brodi il sale volatile ch’è la parte migliore delle carni, ricorrano al libro della machina di maestro Papin per ammollire l’ossa (3), et si profitteranno dell’avviso che io ci ò aggiunto per facilitarlo nell’impressione del 1682 appresso il sig. Michelet.
Io vi parlerò poi della facile et sicura compositione della medicina universale.

Poiché l’Ecclesiastico ci assicura che ogni guarigione viene da Dio, e c’insegna che Dio della terra à creato la medicina, altissimus creavit de terra medicinam, egli è inutile il ricercare qui, per mezo di chi questa medicina è passata fino a noi. Et importa poco il sapere se l’abbiamo dalla Cabala degli Ebrei, se da Apollo o dal suo figlio Esculapio, da Ermete Trismegisto, da Raimondo Lullo, da Arnaldo da Villanova, da Ruggiero Bacone francescano inglese, da Teofrasto Paracelso, da Bantio Valentino, da Wanelmont o da qualche uomo del mondo o fratello della Rosa Croce. Basta che la sua composizione sia facile e di poca spesa, che i suoi effetti siano sicurissimi e che si possa anche persuadersi ch’ella serve per ringiovenire, il che parrebbe un vero paradosso se non avessimo nella Sacra Scrittura e nell’istoria profana de’ testimonij autentichi del ringiovenimento. Il profeta Re, nel Salmo 102, v. 5, fa due proposizioni di certezza e di fede. La prima che l’aquila ringiovenisce, e la seconda che la nostra gioventù può esser rinovata nel modo istesso che quella dell’aquila. Renovabitur ut aquilae iuventus tua.

Tutti li Padri della Chiesa credono fermamente che l’aquila ringiovenisce, ma sono di differente parere sopra il modo con cui cotesto uccello ringiovenisca. Non vi è che S. Agostino che, comentando questo salmo dice che l’aquila, nella sua vecchiezza, per aver il rostro superiore troppo uncinato, non può prendere che pochissimo o niente di nutrimento; ond’è che essendo già estenuata da una lunga dieta, si trova senza forze e senza vigore, ma doppio aver consumato, battendola in una pietra, l’estremità troppo adunca del suo rostro superiore, prendendo sufficiente nutrimento, pare che ringiovenisca e rinovi le sue forze. Il profeta Isaia parla di questo ringiovenimento dell’aquila nel cap. 40, v. 31, e Iob nel cap. 39 v. 26 dice lo stesso dello sparviero. Aldovrando, nel primo libro della sua Ornitologia, e Gesnero al quinto libro de Avibus parlano di questo ringiovenimento dell’aquila. Non vi è chi non sappia che li serpenti gettano le loro vecchie spoglie che si trovano ordinariamente nelle fratte. Io non dirò niente qui dello spoglio delle cicale, avendo visto succedere questo bel mistero sopra le mie mani alla città di Nion nel Delfinato, nel visitare il più bello et il più alto di tutti in suoi ponti di un solo arco, che passa da una montagna all’altra, et la sorgente inesausta de’ venti che escono ad ore regolare da una rocca e soffiano lungo il fiume sin verso la città di Orange. Si legge in Filostrato, al 3°, libro, c. I della Vita di Apollonio Tianeo che, nelle parti del monte Caucaso più scoscese et inaccessibli agli uomini, vi è una razza di scimie chiamate Pytiqui che fanno per gli abitanti la vendemmia o la raccolta del pepe. La carne di coteste scimie è un medicamento sovrano al leone, il quale essendo aggravato dagli anni o da qualche malattia ne guarisce et ringiovenisce mangiando uno di cotesti animali.

Se gli uccelli et gli animali possono ringiovenire, si può concludere non esser impossibile all’uomo il godere del medesimo vantaggio. Nel nascere il nostro temperamento è assai caldo et umido, et invecchiando diviene freddo e secco. Non si tratta, dunque, che di riparare l’umido radicale e rimettere nel primo stato la troppo siccità de’ vecchi per riprendere il medesimo temperamento della gioventù.

Ora bisogna provare che, in effetto, molti uomini sono ringioveniti. Medea, essendo sapientissima nella medicina, fece ringiovenire il vecchio Efone, onde sopra di ciò cantò Ovidio, nel settimo libro delle Metamorfosi, che Medea aveva fatto minuzzare e cuocere Efone, il che si deve attribuire a de’ bagni caldi ch’ella compose con minerali e molti semplici et erbe. Questo non è fuori credenza, poiché Pietro Martire Augerio Milanese, assicura nelle sue Decade che, nell’isola Bonica, vi è una fontana le di cui acque, bevute, ristabiliscono li vecchi nel loro vigore di gioventù, gli restano però li capelli bianchi e le rughe del viso non sonno scancellate o lisciate. Et in Lucaya vi è una simile fontana a riporto di Pietro Chieza, nel cap. 41 della 2 par. dell’Istoria del Perù. Si può anche vedere ciò che dice Herodotto nel suo libro quattro della virtù di simili acque, che anno dato luogo al nome del Fonte della Giovinezza.

Lorquemada, nel primo dialogo del suo Horti Floridi, assicura che a Taranto in Italia, nell’anno 1531, un vecchio di cento anni, avendo (come si dice) un piede nella fossa, ringiovenì tutto ad un punto et in tutte le cose, e visse ancora cinquant’anni. Lo stesso dice d’un altro vecchio di cui l’Istoria fu verificata dalli primi magistrati.
Valerio Tarentasio dice che, nella città di Monuedro, altre volte Sagunto, nel regno di Valenza in Spagna, aveva veduto una religiosa abbadessa la quale, essendo già decrepita, squallida e che puzzava di cataletto, i suoi denti le ritornarono, tutti a un punto, i suoi capelli si annegrirono, si lisciò la sua fronte et la sua gola apparve come di una figliuola di 15 anni; in fine si vide rinovata in giovine e bella fanciulla in tutte le cose.

Due storici moderni degni di fede nella loro Istoria di Portogallo, cioè Ferdinando Castaneda all’8° libro e Pietro Maffei all’11 libro, assicurano che un nobile indiano ringiovenì tre volte nel corso di 340 anni che visse. Questa istoria è autentichissima, poiché Menosza ci assicura nel Viridario, al 4 libro, Problema 17, che molti gesuiti anno visto, conosciuto e parlato a cotesto indiano tre volte ringiovenito, il che anno anche attestato con le loro lettere.
Noi vi parleremo della medicina universale e della sua composizione doppo che averemo fatto conoscere ch’ella non consiste nell’alchali, né nell’acido, che sono due estratti nuovamente posti in uno.

Se si vuol credere a Tachenio, et doppo di lui alla sua nuova setta Hippocrato Chimica, si può divenire tutto ad un punto e senza studio gran medico e farsi ammirare, perchè non si à che a conoscere le famiglie degli acidi, degli alchali e degli opiato. Dare dell’alchali quando il malato è come nel fuoco, a fine d’imbevere le sue parti ignee e trattenere il loro troppo pronto movimento, et al contrario ordinare degli acidi a fine di svegliare e d’eccitare il calor naturale al malato che si trova come assiderato nel freddo; et infine fargli prendere degli opiati per farlo riposare e dormire quando li dolori sono acuti e violenti. Egli è vero che molti si fanno ammirare per il pronto soccorso e sollievo che ne ricevono gli malati. Così io ò veduto guarire de’ catarri e delle flussioni per un gran sudore universale procurato con de’ rafani o rape, che quelli che vanno gridando in Parigi chiamano Tenerezza, pistati in un mortaro di marmo et applicati sotto la pianta de’ piedi. Ma la medicina universale non può consistere negli alchali, acidi et opiati, mentre questi non possono che placare li violenti sintomi e non levare la causa delle malattie che provengono dagli umori peccanti che sono ristretti nelle viscere o ventricoli de’ membri e giunture, che bisogna necessariamente far evacuare.

Se questi umori peccanti e maligni, o sostanze velenose sono spirituali e sottili, elle devono esser scacciate dai pori per insensibile traspiratione, se essi sono più umidi, si deve farli uscire per sudore. Che se sono umidi ma grossi si evacueranno per urina, e se sono più grossi che umidi usciranno per il seccesso ordinario o per vomito. Bisogna purgare senza violenza e senza indebolire il malato, fortificando la natura.

Vengo adesso alle qualità che si richiedono alla medicina universale. Il rimedio universale deve avere affinità e corrispondenza col nostro calor naturale e col nostro umido radicale, per mantenerli e ristabilirli, e per augumentare così le nostre forze abbattute, di modo che la natura senza patire scacci da sé medesima fuori della cavità delle viscere o ventricoli di tutti i membri del corpo, quello che ci è di straniero e di maligno, acido o alkali, o sangue fermentato et estravasato che causa delle pleuresie, catarri goccie e flussioni, di cui la causa proviene all’ora che, essendo riscaldati da qualche essercitio, o pure per parlar troppo gagliardamente o essendo nel letto, si assorbe a bocca aperta un’aria troppo fredda, o serena piena di vapori e di nitro, perché quest’aria non essendo stata intiepidita nel passare per il naso, che è il canale ordinario della respirazione, et impedendo per il suo troppo freddo ne’ polmoni la mescolanza perfetta del chilo e del sangue, ci si trova mescolata, e, fermentando nelle estremità della arterie, si travasa nelle cavità delle giunture, dove causa li dolori acuti per la loro acrimonia sopra li nervi, fino a che il calor naturale del sangue abbia fatto evaporare le parti acute, acri et ignee; et all’ora che si è assorbito cotest’aere troppo freddo nel tempo della digestione, la parte del chilo mescolata col sangue estravasato, causa la gotta nodale o chiragra, et il suo vaso non potendo evaporarsi forma questa materia gessosa.

La medicina universale deve dunque cacciare per traspirazione, sudore, overo urina, raramente per seccesso et ancora più raramente per vomito, tutto ciò che vi è di straniero e nocivo ne’ Ventricoli delle giunture di ciascun membro, il che non fanno le medicine ordinarie che scaldano, travagliano et affaticano, mentre esse non operano che per le loro parti maligne le quali, essendo unite alle loro simili del medesimo genere e specie, le strascinano con esse allora che la natura, sentendo il suo nimico rinforzato, s’irrita et ammassa tutte le sue forze per gettar il tutto fuori con sforzi violenti.
Bisogna di più che la medicina universale si possa dare in tutte le stagioni, a tutte le complessioni, a tutte l’età, tanto a fanciulli come a vecchi, senza che il preciso del più o meno della cosa possa nuocere. Ella deve guarire in poche parole le malattie più fastidiose. Ella deve anch’essere il rimedio supremo per tutti li mali esterni. Eccovila facile.


COMPOSIZIONE DELLA MEDICINA UNIVERSALE


Prendete Salnitro raffinato, mettetelo a fondere lentamente in un vaso di ferro e quando sia ben fuso gettateci sopra una picciola quantità di carboni di legno dolce, come Salice, ben pistati, li quali abbrugeranno subito e si consumaranno; e questi bisogna levarli poco a poco, fino a tanto che il Salnitro doppo la denotatione sia fissato o indurito, e che habbia il colore un poco verdastro, il che accade quando il carbone non si solleva come faceva prima. Ciò fatto versate il vostro salnitro fuso in un mortaro di marmo ben caldo. Essendo raffreddato, resterà bianco come un’alabastro e fragile come il vetro. Pistatelo subito e estendete la polve sopra una lama di vetro o piatto di Faenza, et havendolo coperto per paura della polvere, esponetelo un poco pendente a l’aria, ma in un luogo dove il sole, la pioggia, o la rugiada non possano darci. Metteteci sotto un vaso di vetro per ricevere il liquore oglioso che ne collerà, perché l’umidità dell’aria risolvendo li Salnitri nello spazio d’alcuni giorni voi trovarete due volte più peso d’oglio che non vi era di Salnitro se l’operatione sarà fatta in un tempo proprio, né troppo freddo né troppo caldo, ma temperato e umido, mentre quello attirerà il Salnitro invisibile che noi respiriamo con l’aere.
Quest’oglio essendo retificato è un potentissimo menstruo o dissolvente per estrahere l’essenza d’ogni sorte di misti.
Prendete dunque quattro o cinque parti di quest’oglio retificato et una parte del miglior’Antimonio, il quale si conosce da certa rossezza che tira all’oro vicino alla minera del quale egli si trova. Ridotto l’Antimonio sul marmo in polve finissima, ponetelo in un gran recipiente di vetro e metteteci l’oglio di nitro per di sopra.
Bisogna che li due terzi del recipiente restino vuoti.
Chiudete il recipiente così bene che non respiri punto, mettetelo in digestione a fuoco dolce o di lucerna fin tanto che l’oglio che sopranuota all’Antimonio apparisca di color d’oro o di rubino; all’ora cavate il vostro oglio et avendolo filtrato con la carta mettetelo in un altro recipiente di vetro col collo lungo e metteteci sopra altrettanto di buonissimo spirito di vino ben retificato.
Li due terzi per lo meno del recipiente restino vuoti; turatelo bene, mettetelo poi in digestione a calor lento per alcuni giorni fin tanto che lo spirito di vino abbia attratto tutto il colore dell’oglio o tintura dell’Antimonio. Così l’oglio di nitro resterà nel fondo chiarissimo e bianco, sopra del quale sopranoterà lo spirito di vino impregnato della tintura d’oro dell’Antimonio.
Levate lo spirito di vino e separatelo per decantazione.
L’oglio di nitro servirà sempre ad altre operazioni per cavare l’essenza dell’Antimonio, quante volte si vorrà.
Mettete il vostro spirito di vino in un lambico di vetro, distillatelo dolcemente fin tanto che ne resti nel fondo in circa la quinta parte, che riterrà seco la tintura dell’Antimonio, o pure distillate tutto lo spirito di vino, non lasciando al fondo che l’Antimonio. Così voi haverete in liquore, o in polvere, la Medicina universale con la quale si preserverà e guarirà da tutte le sorti d’infermità e malattie.
Se se ne serve in liquore se ne prenderanno cinque o sei goccie nel vino o nel brodo, o in qualche liquore proprio alla malattia.
Che se si adoprerà in polvere, se ne porranno tre, quattro o cinque grani, più o meno, perché se la dosa è un poco maggiore o minore, ella non può nuocere come fanno le altre medicine, che tutte anno delle qualità velenose.
Li malati si guariscono nella seconda o terza presa. Ma quando il male è ostinato bisogna aumentare la dosa anche ciascuna volta, e ciò fare tre volte la settimana.
Questa medicina guarisce le malattie più inveterate e più difficili, come la febre quartana, la febre etica, l’idropisia et anche il mal francese et il mal caduco.
Questa Medicina universale guarisce non solamente tutte le sorti di malattie interne, ma anco l’esterne, essendoci applicata in forma di balsamo, come piaghe, ulcere, cancrene.
Ella guarisce medesimamente la sordità e molti diffetti della vista, ma non di un’occhio estenuato et infracidito, come io ne ho uno dal 1666 in qua. Né la goccia serena per la quale ò perduto la vista dell’altro occhio, tutto per il funesto successo del veleno del primo Artista del famoso Scelerato Santa Croce, in vendetta dell’aver noi, col Signor Marchese di Sant’Andrea Mombrum, Capitano Generale dell’Armate del Re, impedito la fabrica del suo veleno in vasi di vetro ermeticamente sigillati nella Vetriera di Bosco Gifet, vicino la Nocle; ma tutta la ricompensa che io ho ritratta da questi gran servizij resi a tutte le buone Genti è di vedere che li Amici della cabala degli nemici del Genere umano, abbiano impunemente violato tutte le leggi per imponermi silenzio, riducendomi all’ultimo stato dell’Illustre Belisario (4).
In fine questa Medicina rimedia prontamente a tutte le malattie della testa, la quale essa conforta; dello stomaco, che fortifica ristabilendogli la virtù di ben digerire.
Ella è un vero oro potabile, poiché questa è la tintura aurifica dell’Antimonio, che è la prima essenza dell’oro. Ella, opera ordinariamente per insensibile traspirazione, spesso per sudore et urina, rare volte per secesso e rarissime per vomito. Così operando, naturalmente e senza alcuna violenza, il malato non è punto indebolito come dalle altre medicine. Perciò se ne può dare a tutte l’età, a tutte le complessioni, ed in tutti li tempi.
Usatene, e fatene parte al Publico, e sopra il tutto a’ poveri, e benedite Dio che à creata la Medicina.


RISPOSTA ALLE RIFLESSIONI E DUBBI DELL’ANONIMO SOPRA L’ETA’ DI QUATTROCENTO ANNI DI LUIGI GALDO.

La medicina universale per ringiovenire e prolungare la vita per molti secoli, è una cosa così importante a tutti gli uomini, che io mi sento obligato di chiarire li dubbij che le riflessioni dell’Anonimo potessero aver fatto nascere nello spirito del publico. Io devo dunque rispondere in poche parole, et articolo per articolo, al modo del cardinale d’Ossat.
L’Anonimo dimanda delle prove autentiche dell’età di quattrocento anni di Luigi Galdo di cui à parlato la Gazzetta d’Olanda il giovedì 3 aprile 1687, e si fonda sopra un passo mal esplicato del 3 versetto del capitolo 6 della Genesi; egli dice che all’ora che gli storici anno fatto menzione degli uomini che doppo il diluvio sono vissuti più di 120 anni, non anno fatto gli anni che di tre mesi.
Io desiderarei con esso poter dare delle prove dell’età di quattrocento anni di Luigi Galdo, così, autentiche come quelle di Sem, d’Arfaxad, di Sale, d’Heber et altri che la Sacra Scrittura nella Genesi, cap. 11 dice di aver vivuto doppo il Diluvio; cioé Sem 504 anni, Heber 464 etc..
Tutti li loro anni erano così lunghi come li nostri, e composti di dodeci mesi; il che io pretendo giustificare per il calcolo medesimo che Mosé ne à fatto nella Genesi, cap. 6 nell’Istoria del Diluvio. Io vorrei ancora, per sodisfazione dell’Anonimo, che Luigi Galdo avesse dato con scritti delle prove della sua età di 400 anni, così incontestabili come quelle che il censore dà all’imperatore Claudio dell’età di centocinquant’anni di Tito Fullonio di Bologna, o così forti come quelle che ò date dell’età dell’inglese Tomaso Park e dell’indiano tre volte ringiovenito a riferta delli due storici Castaneda e Maffei.
Non si può né anche mettere in dubbio ciò che il signor Rudbecks, professore nell’università di Upsal dice nella sua Atlantica, che in questo secolo si è visto e verificato che in Svezia un’uomo era vivuto centocinquantasei anni et un’altro duecentoquaranta, che aveva veduto fino la settima generazione. Io desiderarei al fine che, per un editto del re, tutti li curati facessero una relazione ben verificata della grand’età di molti de’ suoi sudditi.
L’Anonimo dice che Luigi Galdo, che à fatto vedere a Venezia il suo ritratto fatto da Tiziano, può essere e che sia un’uomo assomigliantissimo a quel ritratto, o che quel ritratto sia del pennello di qualche moderno che à imitato la maniera di Tiziano.
Questa possibilità d’un può essere, non è sufficiente dare una mentita a molti dottori testimonij oculari a Venezia, che averannno giudicato se quel ritratto sia d’un moderno, e questa supposizione non avrebbe dato cagione a Luigi Galdo di disparire dalla medesima città. Non si deve né anche considerare ciò che l’Anonimo dice, che un impostore volse ingannare li popoli per la sua rassomiglianza col loro re, perché intende parlare di D. Sebastiano di Portogallo, che fu creduto perso in Africa nella battaglia contro li mori. Questo D. Sebastiano però non passò per usurpatore della qualità di re, che fra quelli che ne lo volsero privare per usurparsi il suo regno.
L’Anonimo non osa negare apertamente che i nostri primi Padri abbiano vissuto molti secoli, ma dubita che i loro anni fossero così lunghi come i nostri, e dice che questa discussione ricercarebbe un giusto volume.
Io riduco questo giusto volume di discussione in poche linee cavate dalla Genesi, per dimostrare che gl’anni de’ patriarchi erano composti di dodici mesi, e così lunghi come li nostri. Moisé, che à fatto la Storia del Diluvio, dice nella Genesi, ca. 7 v. 11, che il Diluvio cominciò il 17 giorno del secondo mese dell’anno 600 di Noé; et al v. 24 che le acque coprirono la terra per il corso di cento cinquanta giorni; et al cap. 8 v. 3, che doppo cento cinquanta giorni le acqua cominciarono a diminuire et al 4 vers. Che il 27 giorno del settimo mese l’Arca di Noè si fermò sulle montagne d’Armenia, che il primo giorno del decimo mese le sommità de’ più alti monti cominciarono a comparire e che quaranta giorni doppo (ch’era per conseguenza il 10 giorno dell’undecimo mese) Noè inviò il corvo e doppo di esso la colomba per la prima volta, e poi sette giorni doppo per la seconda volta; il che fu per conseguenza il 24 giorno dell’undecimo mese, e che attese ancora sette giorni (il che è un giorno doppo il duodecimo mese) che finirono l’anno intiero. Conclude dunque Mosè nel medesimo capit. 8, v. 13, che il primo giorno del primo mese dell’anno 601 di Noè, la superficie della terra apparve secca, il che successe nell’anno del mondo 1657, ond’io concludo pure senz’altra discussione esser un’articolo di fede che gli anni de’ patriarchi erano così lunghi come li nostri, e composti di dodeci mesi.
L’Anonimo dice che la vita de’ patriarchi non era lunga che a fine di popolare la terra in osservazione del precetto Crescete e moltiplicatevi, che assicura essere il comandamento del Salvatore, e che la brevità de’ nostri giorni non è stata causata che per la corruzione del nostro Spirito divenuto carne.
Non ci sono che li Patripatiani che possano immaginarsi che il Salvatore del Mondo abbia fatto il comandamento di crescere e moltiplicare, perché se questo comandamento fu fatto ad Adamo et a Noè, come è espresso nel Testamento vecchio Genes., cap. 6 v. 25, e reiterato a’ suoi figliuoli nell’uscir dall’Arca, come si legge nella Genes. Cap. 8, v. 17, et il Salvatore non à parlato che nel Nuovo Testamento.
Questo è così vero che San Paolo, scrivendo agli Ebrei impiega subito li termini seguenti: Avendo Dio parlato altre volte a’ nostri Padri in diverse occasioni et in diverse maniere per mezzo de’ profeti, à parlato a noi in questi ultimi tempi per mezzo di suo figliuolo.
Quanto a quello ch’egli dice, che la brevità de’ nostri giorni non è stata causata che dalla corruzione del nostro spirito che è divenuto carne, egli ci deve esplicare come lo spirito degli uomini sia divenuto carne doppo il Diluvio, e come lo spirituale sia divenuto materiale per far poi, com’egli dice, che tutti gli uomini divengano prontamente mortali.

L’anonimo, per negare che Luigi Galdo abbia già vissuto quattrocento anni, dice che li patriarchi anno vivuto ben lungo tempo, perché Dio gli aveva dato una più gran quantità d’umido radicale. Che Adamo fu creato da Dio con un temperamento perfetto et che i suoi figliuoli lo riceverono da lui come sua eredità preziosa, che fu conservata nella loro posterità, che poi si è diminuita poco a poco.
Se questo discorso fosse buono, Adamo avrebbe vivuto più che alcuno de’ suoi discendenti, il che non è, perché la scrittura Sacra nel Genesi, cap. 5 v. 5 c’insegna che Adamo non è vivuto che 930 anni, e nel v. 20 dice che Iared morì in età di 962 anni, che sono 32 più che Adamo; et nel medesimo cap. v. 27 che Matusalem (che morì l’anno 1656 del mondo, et nel primo mese dell’anno del Diluvio) ne ha vivuto 969, che sono 39 più che Adamo stesso. Et Noè, che morì 350 anni doppo il Diluvio, vecchio di 951 anni, è vivuto 20 anni più di Adamo.

L’Anonimo dice che la vita de’ patriarchi era lunghissima perché la terra produceva degli alimenti di miglior suco, mentre (dic’egli) le acque del Diluvio et le inondazioni del mare non avevano ancora corrotto le sue viscere, che l’aere non era più puro che non è al presente, che le influenze de’ cieli erano più dolci e gli astri più benigni.
Tocca a lui il provare che gli alimenti fussero di miglior suco avanti il Diluvio, poiché al contrario la Sacra Scrittura ci dice nel Genesi, cap. 3 v. 17 che Dio, scacciando Adamo fuori dal Paradiso Terrestre, maledì la terra nella fatica degl’uomini et ordinò ch’ella non producesse che spine e triboli: maledicta terra in opere tuo, spinas et tribulos germinabit tibi: et ben lungi che le acque del Diluvio abbiano corrotto le viscere della terra, egli è per le piogge ch’ella diviene fertile aiutata dal calor del sole; testimonio anche l’inondazione del Nilo, alla quale l’Egitto deve la sua grande fertilità; et il riso, ch’è un buonissimo alimento, non cresce che nelle praterie acquose.
Benché dopo 35 anni io non sia novizio astronomo fisico, mi farà piacere di dimostrare che gl’Astri fussero più benigni avanti il Diluvio, che l’aria fusse più pura e che ci siano dell’altre influenze sopra la terra che il calor del sole et l’appressamento della luna sopra il nostro atmosferio; et mi sovviene che Salomone, il quale nel libro della Sapienza, cap. 7 v. 20 dice che Dio gli à dato la vera scienza di tutte le cose, non parla punto d’Astrologia né di influenza d’astri, ma solamente che Dio gli à insegnato la disposizione degli Astri et il loro movimento, ch’è la scienza astronomica.

L’Anonimo impiega male il decreto che Dio pronunciò nell’anno del mondo 1536, 120 anni avanti il Diluvio contra tutti gli abitanti della terra, in questi termini nel Genesi cap. 3 v. 3, che la vita degli uomini non sarebbe più che di cento venti anni.
Dio non pronunciò quel decreto: delebo hominem quem creavi, a facie terrae, che, per dinotare che in 120 anni ne i quali Noè fece l’arca, farebbe perire per le acque del Diluvio tutta la malvagia generazione provenuta dal maritaggio de’ figliuoli di Dio con le figlie degl’uomini; cioè a dire degli primogeniti che, essendo separati dal resto degli uomini et consacrati a Dio, senza conoscere padre né madre, come fu poi Melchidesech, per offrire continuamente de’ sacrificij a Dio, ruppero il loro celibato e fecero cessare il servizio divino; et come per la corruzione le migliori cose divengono le peggiori, corruptio optimi pessima, li figliuoli di quella perversa generazione furono giganti nell’enormità de’ loro delitti, essendo Noè restato il solo giusto con la sua famiglia. Così questa minacciante restritione della vita degli uomini a cento venti anni, come li quaranta giorni concessi a Nivive, non si deve intendere che del tempo che Dio concesse agli uomini per ravvedersi e per rientrare in grazia con la penitenza.
Io ò letto altre volte nella Cronologia di Funceio il medesimo sentimento nel modo seguente: hoc anno mundi 1536 incipiunt illi centum et viginti anni, quos deus dedit mundo pro tempore resipiscentiae.
Se il decreto di 120 anni fusse stato fatto contra gli uomini che dovevano vivere doppo il diluvio, egli sarebbe stato ben presto derogato da quello vien scritto nel cap. II del Genesi, dove Mosè dice che Sem, figlio di Noè, visse 402 anni doppo il diluvio, perché sarebbe vivuto 282 anni più delli 120 prescritti dal decreto di Dio.
Egli dice anco che Arfaxad, che nacque due anni doppo il diluvio, visse 338 anni, che sarebbe 218 più delli 120 prescritti dal suddetto decreto.

Che se l’anonimo vuol ancora sostenere che, benché sia portato dalla Scrittura Sacra, che quegli anni fussero eguali alli nostri et composti di dodici mesi, non erano però (com’egli dice) che di tre mesi.
Io gli opporrò che Mosé nel 12 v. del medesimo cap. 4, assicura che Arfaxad nell’età di 35 anni ebbe il suo figlio Sale; et da 35 anni a tre mesi l’anno, levandone tre anni per li nove mesi della gravidanza di sua moglie, non restarebbero che 32 anni composti di tre mesi, che non sarebbono che otto de’ nostri anni, e per conseguenza Arfaxad nel suo ottavo anno avrebbe generato il suo figlio Sale.
Mosé dice ancora nel medesimo cap. 4 che Sale visse 433 anni, e che nel suo trentesimo anno ebbe il suo figlio Heber; onde se questi trent’anni non fossero stati che di tre mesi ciascuno, levandone tre per li nove mesi della gravidanza, non restarebbero che 27 anni di tre mesi ciascuno, cioè sei anni e nove mesi de’ nostri, così che Sale avanti il settimo anno avrebbe generato il suo figlio Heber.
Aggiunge Mosé che Heber visse 464 anni, che sono 344 anni più del decreto di Dio de’ 120, et ch’egli ebbe il suo figlio Faleg nel suo 31 anno, che sarebbe avanti l’ottavo de’ nostri.
Al v. 24 del medesimo cap., Mosé dice che Nachor, in età di 29 anni ebbe il suo figlio Tare, onde se questi anni non fossero che di tre mesi, Nachior avrebbe generato Tare in età di sei anni e mezzo de’ nostri.
In fine se Dio con cotesto decreto positivo avesse fissato a 120 anni la lunghezza della vita degli uomini doppo il diluvio, sarebbe stato deluso dalla lunga vita di più milioni d’uomini. Basta di ricordare li 150 anni della vita di Tito Fullonio sotto l’imperator Claudio, li 140 di Galeno il medico, li 340 dell’indiano tre volte ringiovenito, li 150 e 156 delli due svedesi nel principio di questo secolo et, al fine, li 152 dell’inglese Tomaso Park, morto nel 1653.

L’Anonimo impiega il 10 vers. del Salmo 89, nel quale David non dà che 70 anni alla vita ordinaria degli uomini, aggiungendo che se quella de’ più robusti arriva a ottanta o più, ciò non è che per augumentare le loro pene et i loro dolori. Dies annorum nostrorum septuaginta anni, si autem in potentatibus octoginta anni et amplius, eorum labor et dolor.
Se Dio avesse fatto il suo decreto di 120 anni per gli uomini doppo il diluvio, David di sua auttorità averebbe abbreviato la vita degli uomini fissandola per l’ordinario a settant’anni et ad ottanta, se non è che il suo amplius, cioè a dire et plus, s’intenda per più secoli.
David moralizza in quel Salmo, et non à preteso di fare un’articolo di fede, oltre che à detto lui medesimo che ogni uomo è mendace nel Credidi, et, d’altra parte, se ciò che dice David, che la vita degl’uomini non sia che di settanta o ottanta anni, fosse un decreto, questo sarebbe stato violato da un milione d’uomini come li soprannominati Tito Fullonio et altri; ma particolarmente quel mastro Borghese di Parigi, che vi morì il febraro 1683 vecchio di 118 anni, trovandosi ancora assai bene pochi giorni avanti la sua morte.

L’Anonimo s’imagina che la Medicina sia nel suo primo lustro. Egli dovrebbe appoggiare ciò che gli resta con qualche probabilità; perché eccovi una prova in contrario. Adamo, essendo nato per essere immortale, non aveva bisogno dell’Arte della medicina. Così Dio non gl’insegnò punto il nome né la virtù delle piante, ma solamente il nome degli uccelli, degli animali e delle bestie della terra; et Dio per rimedio sovrano a tutti i mali aveva piantato l’Albero della Vita nel mezzo del Paradiso della voluttà. Onde Adamo non avrebbe avuto bisogno dell’Arte delli medici, se non fusse stato scacciato dal Paradiso Terrestre e se la sua entrata non fosse stata vietata dalla chiave di fuoco di un cherubino, per dubbio, come dice Dio nel Genesi, cap. 3 v. 22, che, in mangiando del frutto dell’Albero della vita, egli ne divenisse immortale: ne forte sumat de ligno vitae et comedat, et vivat in aeternum.
Il che è una pruova incontestabile che con delle cose naturali si può prolungare la sua vita per un a lunga serie di secoli. Di più, se Adamo avesse ricevuto da Dio l’arte della medicina, sarebbe venuta per tradizione a notizia del popolo d’Israele; il che non è, poiché Salomone nel suo libro della Sapienza, al cap. 3, ci assicura che Dio gli aveva dato la scienza delle virtù delle radici. Virtutes radicum.

L’Anonimo aggiunge che tutto ciò che possono fare l’arte et la medicina è di conservare il principio della vita et non di produrla di nuovo, non riparando mai gli alimenti ciò che si perde, nel medesimo modo, dice egli, che l’acqua rende il vino più debole augumentandolo.
Se il suco degli alimenti affievolisce, come l’acqua affievolisce il vino, ch’egli ne mangi di più. Aggiungere dell’acqua al vino non è aggiungere vino al vino; et mentre la natura cangia l’acqua in vino solamente per il calore, imbarazzando la materia de’ raggi del sole e fissandoli con l’acqua essendo filtrata a traverso de’ pori del ceppo della vite, perché la natura dell’Uomo non potrà ella cangiare una parte del suco degli alimenti e produrne di nuovo il principio della vita? Poiché col Matrimonio si produce a’ figliuoli questo medesimo principio di vita? Questa risposta è senza replica.
Io potrei riferire qui la testimonianza del R. P. Claudio d’Abbeville capuccino, nella sua Storia della Missione nell’isola di Maragnan in Brasile, stampata a Parigi alla Biblia d’oro l’anno 1614. Cotesto buon padre ci assicura nel capitolo 23 che, nel villaggio di Coyeup, si battezzò Son Orasou-Ac, che significa in loro lingua Cervo cornuto, già vecchio di 160 anni. Et al cap. 44 asserisce di aver veduto molti di quegl’indiani occidentali nell’isola di Maragnan vecchi di 180 anni, et nota a questo proposito che Ioada Pontefice visse 130 anni, Mardocheo 150, et che S . Simeone nell’età di 120 anni fu crocefisso. Si legge che la Sibilla Cumana vivesse più di 300 anni. Egli riferisce anco che Giovanni di Stamp, o de’ Tempi, vecchio di 361 anni morì l’anno 1140 al tempo di Godefredo Primo. Egli dice pure che li vecchi di Maragnan nell’età di 200 anni non anno quasi alcun pelo bianco, e non divengono punto canuti.
In fine, non sostanti le riflessioni et li dubbij dell’Anonimo, Luigi Galdo resterà vecchio di quattrocento anni, poiché si può condurre, augumentare, rinuovare il nostro umido radicale per le ragioni che io ò notificate e per tutto ciò che ò detto e riportato nelle tre parti del mio Trattato concernente la Medicina Universale, al che io rimetto al lettore, e lo prego di perdonarmi la lunghezza della mia risposta. Io l’avrei fatta più corta se avessi avuto tempo, e se la perdita della mia vista non mi necessitasse a servirmi di un scrittore (5).


IL FINE.

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NOTE:

(1) Lesioni cutanee sifilitiche. Per estensione tutte le lesioni cutanee patologiche, in questo caso una probabile allusione alla varicella.

(2) Morbillo.

(3) In effetti, ne La maniere d’amolir les os et de se faire cuire toutes sortes de viande del Papin, nella Nouvelle edition di Amsterdam, 1688, per i tipi di H. Deseordes, il lettore può reperire una aggiunta, a pag. 120 a firma del Comiers, in cui si commenta il libro e si delucidano le illustrazioni ad esso allegate.

(4) L’intero passo che va da “... ma non di un occhio estenuato”... fino a “... ultimo stato dell’illustre Belisario” è, da un punto di vista storico, al momento, un mistero. Non è reperibile nell’edizione originale de La medecine Universelle, ed appare una aggiunta del traduttore italiano (il Casizzi?), fin qui fedele nel seguire l’edizione francese del 1688. Non disponiamo di alcun elemento per identificare storicamente gli avvenimenti specifici cui fa riferimento il testo. Una traccia potrebbe essere rappresentata, con riguardo al quadro storico della vicenda, da quel Sant’Andrea Mombrun capitano generale dell’armate del re, evidentemente alleato del Comiers. Il nome rimanda forse a quell'Alexandre du Puy-Montbrun (1600-1683), per l'appunto marchese di Saint-André Montbrun, discendente di una famiglia nobile dalla illustre storia militare anche nelle guerre di religione (dal lato protestante) che in quegli anni troviamo a Venezia come generale delle truppe francesi impegnate contro i Turchi.
Di passata, facciamo notare come la riprovazione dell’estensore coinvolga anche un altro alchimista – il primo Artista del famoso Scelerato Santa Croce - evidentemente al soldo dei suoi nemici, le cui arti costano al nostro addirittura un occhio.
L’ultimo stato dell’Illustre Belisario, naturalmente, fa riferimento a Belisario, geniale generale di Giustiniano, nato intorno al 500, e comandante vittorioso delle truppe imperiali nelle campagne contro i Vandali ed i Goti. Accusato attraverso maneggi politici di tradimento nei confronti dell’Imperatore, egli cadde per breve tempo in disgrazia, per essere però rapidamente riabilitato in seguito. Tuttavia è assai diffusa una leggenda posteriore, che lo vuole accecato per volere dell’Imperatore ed abbandonato ad un destino di miseria e di solitaria sofferenza: Il dramma del leggendario condottiero abbandonato e vilipeso ha ispirato anche opere d’arte (si pensi al Belisario di Donizetti – su libretto di Cammarano – oppure al celebre quadro di Jacques-Louis David, Belisario che riceve l'elemosina, dipinto intorno al 1781).

(5) Ancora un accenno alla perdita della vista che non appartiene all’edizione francese del 1688. Anche le scuse finali per la lunghezza del testo appaiono un’aggiunta del traduttore italiano.


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