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Decio Calvari, Un filosofo ermetico italiano del secolo XVII (Francesco Giuseppe Borri)

Pagina on line dal 27/02/2017

Su Decio Calvari (1863-1937), a lungo funzionario alla Camera dei Deputati e figura chiave dell’esoterismo italiano del ‘900, a tutt’oggi mancano approfondimenti critici di rilievo; fu tra i principali apostoli della prima ora della Teosofia in Italia, tra i fondatori a Roma della prima esperienza stabile di loggia teosofica italiana.
Il suo nome, sovente affiancato a quello di sua moglie Olga, anch’essa attivamente coinvolta nel movimento teosofico e spiritualista italiano dei primi decenni del ‘900, è per lo più legato alla lunga esperienza di Ultra, la rivista da lui creata nel 1907 che raccoglieva l’eredità della precedente Teosofia, espressione dei teosofi italiani; all’atto dell’allontanamento dei Calvari dalla Società Teosofica, intorno al 1910, con l’adesione di questi e di un nutrito gruppo romano a una scissione internazionale, l’Independent Theosophical League con sede a Benares, la rivista divenne progressivamente un rilevante punto di riferimento per una larga area di spiritualisti ed occultisti italiani, e tale rimarrà sino al 1930, anno in cui, cessata già da tempo la spinta propulsiva che aveva portato una eterogenea ma compatta compagine di autori a decretarne il successo, chiuderà per mancanza di abbonati.
Il testo che presentiamo qui esce nel 1907 per i tipi della casa editrice Ars Regia del dr. Sulli Rao, teosofo di stanza a Milano ed editore privilegiato del movimento teosofo italiano per tutti i primi del ‘900.
Lavoro compilativo se mai ve ne furono, il lavoro del Calvari, più apologetico che scientifico, si serve di una bibliografia già all’epoca scarna, invecchiata, di seconda mano, che fa a meno sia dei testi originali seicenteschi (che l’autore conosce e cita solo attraverso la lente critica di studiosi contemporanei come Ademollo e, soprattutto, De Castro) sia dei contributi più recenti che avevano apportato materiali originali ed interessanti sulla figura del Borri (si pensi ai lavori di Arturo Magnocavallo, apparsi tra il 1902 e il 1903 su quello stesso Archivio Storico Lombardo che aveva ospitato il lavoro del De Castro, e che riportavano documentazione da fonti manoscritte sia sui processi intentati a Borri e a suoi seguaci in Milano e Roma che lettere sincrone in cui era questione delle vicende dell’eresiarca milanese) (1).
L’urgenza del teosofo Calvari nell’operarsi per la riabilitazione dell’eresiarca milanese è già chiara in esergo, nella citazione che al Borri dedica il Glossario Teosofico di Madame Blavatsky, rafforzata dalla ulteriore citazioni che il Calvari propone più innanzi e che trae dall’edizione italiana di uno scritto della Besant, in cui la presidentessa della Società Teosofica si sofferma sugli spiriti elementari.
Il Borri era in realtà noto negli ambienti occultisti per il pastiche editoriale uscito durante la sua detenzione romana, La Chiave del Gabinetto, che presentava alcune lettere attribuite al Borri, che erano in realtà del tutto spurie: ignoriamo la provenienza delle quattro lettere di argomento alchemico, mentre sappiamo che la dissertazione finale sull’anima dei bruti non è che la traduzione de De l'âme des bêtes di A. Dilly, uscita a Lione nel 1676 (2). Le due lettere più famose, quelle sul commercio con gli spiriti elementari, non sono altro che una versione del Comte de Gabalis di Montfaucon de Villars, e sono quelle che rendono Borri vicino agli interessi della Blavatsky, che dagli scritti paracelsiani e dalla successiva tradizione estrae la ferma fede nella realtà fattuale delle entità elementari e della loro continua ed intima relazione con la sfera umana.
Infatti, nella dottrina dell’evoluzione cosmica della Blavatsky, all'interno della sistemazione gerarchica degli esseri spirituali, gli ultimi gradi, il sesto ed il settimo, sono proprio occupati dagli spiriti elementari: «... Il Sesto e Settimo Ordine partecipano alle qualità inferiori del quaternario. Sono entità coscienti ed eteree, invisibili quanto l'etere: come rami di un albero, esse partono dal primo gruppo centrale quaternario e si sviluppano, a loro volta, in infiniti gruppi collaterali di cui gli ultimi sono gli Spiriti della Natura o Elementali, esseri le cui specie e varietà sono incommensurabili...». (traduco in questo momento dall’edizione francese di The Secret Doctrine, H. P. Blavatsky, La Doctrine Secrète I.re partie: Evolution Cosmique - Stances de Dzyan, Paris 1906, pag. 202).
Blavatsky trae i suoi spiriti elementari dalla tradizione paracelsiana e, molto probabilmente, dagli scritti di Eliphas Levi, che costituiscono una delle fonti della creatrice della Teosofia (3). Altrove abbiamo rintracciato la storia di queste concezioni a partire dagli scritti attribuiti a Paracelso, via via, attraverso il grande successo del Conte di Gabalì di Montfaucon de Villars, sino alla tradizione occultistica ottocentesca e novecentesca (4). Alla notorietà “cabalistica” di Borri gli stessi ambienti aggiungevano il fascino del laico “martire del libero pensiero” che la tradizione occultista, erede dell’anticristianesimo di matrice massonica, attribuiva indistintamente ad ogni specie di perseguitato dall’Inquisizione, indipendentemente dal carattere ed dal contenuto dell’eresia contestata, delle idee espresse e della condanna comminata. Il fatto che il Borri, dai documenti in nostro possesso, propugnasse una monarchia assoluta del papato ed una religione che non disdegnava di affermarsi con lo spargimento di sangue, è, in rapporto alla sua persecuzione ed alla sua morte nelle carceri dell’Inquisizione, apparentemente secondario per l’immaginario occultista.
A tre anni di distanza dall’operetta del Calvari, tra il 1910 ed il 1911, a testimonianza del permanere dell’attenzione occultista per Borri, il Commentarium per le Accademie Ermetiche di Giuliano Kremmerz pubblicherà le lettere di argomento alchemico e quelle sugli spiriti elementari.
La trascrizione che riportiamo in questa sede corregge alcuni evidenti sviste e refusi dell’edizione originale.

Massimo Marra



NOTE ALL’INTRODUZIONE:


(1) A. Magnocavallo, Notizie e documenti inediti intorno all’alchimista Giuseppe Borri, in Archivio storico Lombardo serie terza, vol. XVIII, anno XXIX, Milano 1902, pp. 381-400; A. Magnocavallo, Ancora intorno all’alchimista Giuseppe Borri in Archivio storico Lombardo, serie terza, vol. XX, anno XXX, Milano 1903, pp. 483-490.
(2) Su ciò vedi la voce curata da Salvatore Rotta su Borri, Francesco Giuseppe per il Dizionario biografico degli italiani della Treccani (vol XIII, 1971). Pure un falso, costituito dalla manipolazione dei Discorsi sopra C. Tacito di Scipione Ammirato, erano le Istruzioni politiche al re di Danimarca, pure uscite nel 1681 a firma del Borri. Autore di entrambi i falsi era il libertino Girolamo Arconati Lamberti.
(3) Per il Levi, gli spiriti elementari possono rimanere invisibili o Incarnarsi in uomini: «... Questi spiriti non emancipati, schiavi dei quattro elementi, sono ciò che i cabalisti chiamano demoni elementari, e popolano gli elementi che corrispondono al loro stato di servitù. Esistono dunque in realtà le silfidi, le ondine, gli gnomi e le salamandre; gli uni erranti in cerca d'incarnarsi, gli altri incarnati e viventi sulla terra. Questi sono gli uomini viziosi o imperfetti...» (E. Levi, Il dogma dell'alta magia, trad. di Carlo de Rysky, Roma s.d., Athanor, pag. 49).
(4) M. Marra, Gli amanti delle Silfidi: gli spiriti elementari di Paracelso, dell’abate Montfaucon de Villars e del medico ed avventuriero Borri. in Anthropos & Iatria anno VII n° III, Luglio \ Settembre 2003, pp. 24 – 35.

Massimo Marra © - tutti i diritti riservati - riproduzione vietata con qualsiasi mezzo e per qualsiasi fine.

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Decio Calvari


UN FILOSOFO ERMETICO ITALIANO DEL SECOLO XVII
(Francesco Giuseppe Borri)


ARS REGIA
Libreria Editrice del Dr. G. Sulli Rao
Milano 1907



Francesco Giuseppe Borri, Grande filosofo ermetico nato a Milano nel secolo XVII. Egli era un adepto, un alchimista, un fervente occultista, e, causa la sua troppo profonda dottrina, fu condannato a morte per eresia nel Gennaio 1661, dopo la morte di Papa Innocenzo X. Riuscito a scampare visse ancora per molti anni, quando finalmente, riconosciuto da un frate in un villaggio turco, fu denunciato, reclamato dal Nunzio Papale, ricondotto a Roma e imprigionato il 10 agosto 1675. (dal “Glossario Teosofico” di H. P. Blavatsky, pag. 61).

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Non è facile parlare con esattezza dell’importanza che un pensatore o un riformatore religioso può avere nella storia quando delle sue teoriche o delle sue dottrine non ci è dato avere notizia ampia e precisa, quando della sua vita si raccontano eventi diversamente giudicati, quando de’ suoi libri non si ha certezza che davvero siano stati pubblicati per la sua iniziativa e sotto la sua direzione, e si conosce, d’altra parte, che li scritti incriminati e condannati dalla Chiesa, furono, con sentenza dell’Inquisizione, bruciati e dispersi.
Dalla mancanza di dati esatti per alcuni, e dal punto di vista dal quale riguardano i fatti certi altri, trae origine secondo noi, il modo col quale fu considerato Francesco Giuseppe Borri, milanese, eresiarca per la Chiesa, medico miracoloso pei malati, veggente e ispirato pei suoi discepoli, mago pel popolo, fanatico schietto ed audace o parabolano pieno d’ingegno e di sapere per gli scettici e gli eruditi.
Ma lo studio e l’analisi della vita di un uomo del quale «per lo corso di molti anni si è parlato e scritto in tutte le corti d’Europa» (1) dovrebbero possibilmente essere fatti con profondità di vedute, cercando di penetrare negli scopi intimi delle sue azioni, non guardando principalmente alla parte aneddotica e trascurando quella filosofica e dottrinale.
Riservandoci dunque in uno studio che seguirà l’attuale, di esaminare partitamente dal punto di vista occulto le teoriche di Francesco Giuseppe Borri quali sono esposte nei libri che vanno sotto il suo nome, e di dedurre coll’aiuto dei molteplici capi d’eresia imputatigli i punti di contatto con le dottrine teosofiche, riassumiamo per ora le diverse fasi della sua vita con le censure e le opinioni che più o meno direttamente vi si connettono, tenendo presente la storia contemporanea e la critica più recente.
Tutto questo forse sarà un’utile preparazione alla interpretazione oggettiva e imparziale di quello che pensò e operò, bene o male, questa strana figura di filosofo ermetico del seicento.


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La riforma, come tutti sanno, nel secolo XVI aveva messo a ferro e fuoco l’Europa: Carlo V e Filippo II, che nella perdita del potere assoluto della Chiesa vedevano minato il principio monarchico che loro stava a cuore, aiutarono i Papi nell’opera di distruzione, e Paolo III con la bolla 21 luglio 1542, l’anno stesso in cui fu convocato il Concilio di Trento, istituì definitivamente il Tribunale dell’Inquisizione.
La reazione cattolica in trentadue anni aveva nei soli Paesi Bassi fatto 50 mila vittime (1523-1555) e l’Italia fra i numerosi martiri della libertà di pensiero annoverava il Carnesecchi decapitato a Roma il 3 ottobre 1567, e Aonio Paleario, prima strozzato poi arso in Roma l’anno 1570: Tommaso Campanella, dopo aver languito per 30 anni nelle carceri di Napoli, veniva esiliato, e Giordano Bruno era bruciato vivo in Campo di Fiori il 19 febbraio 1600, reo di aver creduto all’immanenza del divino nella natura e alla pluralità dei mondi.
Poco appresso Galileo Galilei lanciava al mondo il suo Siderum Nuncius (1610) seguito dal Dialogo de’ Massimi Sistemi (1632) e la Chiesa, che pura tanto lieta accoglienza faceva sul principio al grande filosofo fiorentino, vide ben presto in quel Dialogo «un libro più esecrando e pernicioso delle scritture di Lutero e di Calvino!». Galileo è perciò sottoposto a inenarrabili torture morali e finalmente costretto ad abiurare. Ma le antiche verità divinate dai platonici e dai pitagorici e confermate da Galileo, venivano dalla Chiesa inutilmente inculcate e sepolte.
Tutta Italia nel secolo XVII scese così basso, che ogni descrizione è inferiore alla realtà: «Lombardia, Napoli e Sicilia, sotto il dominio spagnuolo, alla mercè di Governatori e di Vicerè abbietti, avidi e crudeli; Roma in preda al nepotismo, alle funzioni o alle feste, coi banditi alle porte e la corruzione che dilaga da ogni lato; Venezia decadente; I Turchi che infestano il Mediterraneo e scendono in Italia bruciando e saccheggiando le città, e facendone schiavi gli abitatori (2)… ». «Né la morale aveva di che invidiare alla politica: se i re assassinavano i sudditi, c’erano assassini anche pei re, il Clement uccise Enrico III, e il Ravillac Enrico IV. Il pugnale non faceva orrore neppure a Roma, e frate Paolo Sarpi lo seppe. Era il tempo dei bravi assoldati per servire l’iniquità dei Signori, era il tempo dei duelli mortali per questioni di preminenza e di etichetta; era il tempo dei banditi, della immoralità bestiale trionfante, dovunque fosse, potente e prepotente. Immoralità in alto e in basso, poiché il popolo si lorda di delitti atroci, e di vizi turpissimi non soffocati dal capestro o dal rogo, e la nobiltà ci offre la tragedia dei Cenci, e Bianca Capello è Granduchessa di Toscana. Venezia è piena delle orge della crapula in che abbrutiscono i discepoli dell’Aretino; i conventi, come quello di Suor Virginia de Leva, sono scuole di lussuria e di veneficio; le Corti d’Urbino e di Mantova, già onore della gentilezza italiana, non hanno più gentildonne, ma cortigiane, e in tutta Italia trionfa la brutalità più lurida, la perversione più sfacciata degli istinti.
L’arte stessa è tutta una rovina – Michelangelo e Tiziano si sopravvivono e in questi anni si spegne la loro geniale decrepitezza; ma da loro e per loro nascono la corruzione, l’esagerazione, la falsità e l’energia divenuta contorsione, l’audacia stravaganza, e impera oramai il barocco tumido e vuoto, che non ha più espressione ma smorfie, Le lettere, malate dal gongorismo imbecille che infierisce su tutta l’Europa, impazziscono nella ricerca di stranezze inaudite, nella caccia puerile ai concetti sbalorditivi, alle freddure scompiute, e il Marino è l’astro maggiore di questo povero cielo, dove l’Achillini, il Preti e mille altri, anfanando dietro alle vesciche sonore, alle ampollosità bislacche, sperano di meritare un posto alla lor volta. L’artificio e la falsità si accoppiano, e dalle nozze nefaste nascono i mostri che ora ci muovono al riso o alla noia, mentre allora destavano l’ammirazione sincera di un pubblico di matti. Solo la musica, vellicatrice degli orecchi avidi di nuove lussurie, rallegratrice delle feste o rinnovata compagna delle pompe ecclesiastiche, la musica che non fa paura né ai governi né alla inquisizione, esce di nido in quei giorni e comincia a spiegare il dilettoso volo. Ma tutto il resto non è che un mucchio di oscene macerie, un enorme sterquilinio in cui male si cercherebbe una piccola perla. Religione, politica, costumi, arte, tutto è lezzo di corruzione, fracidume di cimitero» (2).


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Premessa questa descrizione, che sarà bene di tenere presente quando si voglia dare una spiegazione razionale alla missione che il Borri credette di poter compiere in Roma verso la metà del secolo XVII, passiamo ad esaminare la sua vita che «a été melée de tant de bons et de funestes évenements» (3).
Francesco Giuseppe Borri nacque il 4 maggio 1627 a Milano da Branda Borri, «reputato medico milanese, di vecchia nobiltà appartenente a una di quelle caste consolari che signoreggiavano durante le libertà comunali (4). Da giovinetto lo troviamo nel seminario dei Gesuiti a Roma dove era stimato un vero portento per l’ingegno prontissimo e la «prodigiosa memoria» (5); ma un bel giorno, non si sa perché, non volle andare a scuola, i Gesuiti lo punirono ed egli si ribellò trascinando seco gli altri collegiali. Ritenuto pericoloso fu messo fuori dal seminario, ciò che dovette produrre una certa impressione in Roma, perché il diario di Teodoro Ameyden, citato dal De Castro, racconta il fatto sotto la data 16 marzo 1649.
A 22 anni il Borri è gettato così nel tumulto della vita romana «dove il costume seguitava ad essere oltre ogni dire scorretto» e il rispetto per le autorità molto meno che irrisorio: basterà ricordare il fatto straordinario menzionato nel Diario del Gigli (6) in cui si legge che «il 15 maggio 1647 una turba di ragazzi prese a sassate in piazza Santa Maria Maggiore il Papa Innocenzo X Pamphili, cosa non più veduta».
Il Borri ricco, pieno di ingegno e di carattere forte e vivace, dal 1649 al 1653 menò bella vita in mezzo alla società romana finché, dato fondo ai quattrini, si collocò come segretario presso il marchese Miragli, residente dell’Arciduca di Innspruck a Roma. Non sembra però, come si vuol far credere, che egli abbia in questi 4 anni completamente perduto il suo tempo, perché pare anzi che si applicasse seriamente alla chimica e alla medicina; secondo il Bayle che ebbe la notizia dal Baubrand, il quale conobbe in Roma da vicino il giovane milanese, il Borri a 26 anni era già venuto in fama pei suoi studi e aveva avuto occasione di «penetrare molti segreti astrusi e incogniti» di quelle due scienze.
Ora avvenne che nel 1654 (7) avendo incontratta disgrazia di rissa, come affermano i contemporanei, egli si rifugiò nella chiesa di Santa Maria Maggiore e d’un tratto apparve del tutto cambiato: divenne amante della solitudine, aborrì i piaceri mondani e si profondò negli studi teologici, ravvivati allora dalla lotta tra Gesuiti e Giansenisti, coltivò particolarmente l’alchimia e l’astrologia e ben presto si atteggiò a Riformatore della Chiesa. Le misere condizioni morali d’Italia descritte più innanzi, avrebbero davvero avuto bisogno di un soffio nuovo purificatore: la Roma papale col nepotismo più sfacciato dava di sé uno spettacolo miserando e Paolo V (Borghese), Gregorio XV (Ludovisi) e Urbano VIII (Barberini) arricchivan con tutti i mezzi le proprie famiglie. Innocenzo X (Pamphili) seguiva le orme de’ suoi predecessori peggiorandole col farsi mancipio della cognata Donna Olimpia, che imperava quale regina nelle vie, nei giardini, nei templi e nelle regge stesse del Pontefice, mentre il popolo che languiva nell’ozio e nella miseria veniva ogni tanto gratificato con qualche festa accompagnata dai relativi fuochi d’artificio, talvolta da fontane di vino e, più raramente, da moneta bianca. I preti non erano migliori del papa e l’Altrocchi, nelle note alla vita di S. Carlo, afferma che a quel tempo correva un proverbio che diceva «non esservi strada più dritta per dannarsi che quella che l’andar prete» (8). È dunque a meravigliarsi se in mezzo a un ambiente così fatto il borri sentisse la necessità di una riforma generale della Chiesa e con coraggio straordinario tentasse di attuarla, lavorando audacemente sotto gli occhi stessi dell’Inquisizione il più temibile e il più terribile Tribunale che sia mai esistito? Ma hanno ben compreso i critici vecchi e nuovi di lui la sua stretta parentela con Bruno e con Campanella, e la concezione veramente teosofica e non settaria, come si cerca di far credere, contenuta nel suo disegno di voler (9) «fare un solo ovile nel mondo» o secondo scrive il Cantù (10) di voler «rimettere la purezza nella fede e nei costumi», procurare «l’unione dei fedeli cogli infedeli»?
È senza dubbio vero che appena il Borri mutò tenore di vita e si raccolse nella meditazione (all’età di 23 anni secondo il Brusoni, e a 26 o 27 secondo altri) dovette notare con meraviglia gli «scandalosi abusi ed eccessi della cosa pubblica e dell’onor pontificio in Roma, provandone «inesprimibile pena» e concependo verso essi «profondo aborrimento»; ma questo non è tutto giacché nell’anima di lui si dovevano essere andati svolgendo sogni vasti e generosi se, come vedremo, non solo concepì, ma predicò quell’unità fondamentale della famiglia umana, «quell’unione dei fedeli cogli infedeli» che da sola basterebbe a provare la visione limpida della sua mente, troppo ampia per essere compressa da tutti i settari antichi e moderni che credono che la verità sia loro esclusivo patrimonio e non sanno misurare la forza di coloro che di tempo in tempo, con maggiore o minore successo, mettono a repentaglio la vita e gli averi, per propugnare i più alti ideali umani.
Ma il De Castro, il più equilibrato dei critici del Borri, scrive: «il disgusto che egli (il Borri) provò nella solitaria contemplazione dei mali chiesastici, lo recò anzi tratto a un esagerato ascetismo, sia per purgarsi dei trascorsi errori, sia per rimuovere da sé i vizi altrui e farne alcuna solenne espiazione. Mi ripugna credere, come taluno, che il suo ascetismo fosse finzione per svegliare meraviglia e attirare le anime. Era la sua un’indole ardente e appassionata, usa ad agire per convincimento e non per calcolo».
Il Borri, come abbiamo già accennato, ben presto divenne famoso in Roma per le sue cognizioni di medicina. È venerato dal popolo per le cure che prodiga gratuitamente ai malati ed è ammesso in seno alle case patrizie che lo accolgono con tutti i migliori riguardi. L’Alchimia, la Cabala, le Scienze occulte, sono oggetto costante del suo studio e del suo amore. La comunicazione col mondo invisibile gli è famigliare. Gli spiriti, i Serafini, e gli Angeli, secondo egli afferma, gli sono prodighi del loro aiuto, di notte lo rapiscono in cielo rivelandogli di continuo i più gelosi segreti, mentre una «fiamma interna di cui era dotato, gli serviva di contrassegno per riconoscere se le cose che diceva gli fossero suggerite da Dio». - «Umilissimo era il suo contegno, e come di uomo addolorato non solo per i mali che tentava di lenire o di guarire, ma anche per la corruzione che infettava il pubblico e privato costume».
«… incoraggiato dal buon accoglimento che gli si faceva, cominciò a dire che egli si sentiva forte abbastanza per intraprendere la cura dei mali chiesastici, che il tempo era a ciò maturo, e, ampliando via via le sue idee, nei più fidati colloqui dichiarò egli essere chiamato da Dio a sì nobile ufficio». – Si accinse perciò a dar principio alla sua missione: la riforma della Chiesa Romana.
Noi non abbiamo sott’occhio il sommario Processuale che si trova stampato in fondo al curioso e raro libro L’ambasciata di Romolo ai Romani ecc. Brusselles 1671 ( ) (11), nel quale sono riportate le notizie più importanti intorno ai fatti e alle opinioni del Borri, quali risultarono nel processo del 1661. Ma per quanto ha riguardo alla prima parte del nostro studio, può bastare quello che rileveremo brevemente dalle pubblicazioni del Brusoni, del De Castro e di altri, intorno agli scopi, alle dottrine e alle facoltà del Borri e all’organizzazione che egli diede al suo tentato movimento riformatore. Premettiamo però che non è possibile farsi così se non un’idea molto generale del nostro protagonista, idea che deve essere necessariamente monca e in parte falsa, specie se ci si riferisce alle sue teoriche, che, quali si trovano stampate nel sommario processuale, sono probabilmente il risultato delle malevole insinuazioni di suoi nemici, della presentazione imperfetta dei suoi seguaci e della interpretazione maligna e ignorante data ai manoscritti attribuiti a lui e capitati nelle mani dell’Inquisizione. Ci piace per la verità far notare tutto questo, perché durante il processo e la relativa condanna a morte del 1661 il Borri, come vedremo in seguito, si trovava fuori d’Italia, scampato miracolosamente ai segugi dell’Inquisizione, e si trovava pure nelle carceri del S. Uffizio a Roma quando dieci anni dopo vide la luce a Brusselles il libro sopra citato. Siamo anche lieti di constatare che il De Castro esclude che egli fosse un impostore preferendo di ritenerlo un allucinato. Il Borri asseriva che «s’avvicinava il tempo di fare un solo ovile del mondo» con a capo il Pontefice; voleva la Chiesa riformata e indirizzata per la retta via ritenendo che nello spazio di «pochi anni doveva farsi il sognato conquisto del Regno dell’Altissimo». Si chiamava Capitan Generale degli eserciti del nuovo Pontefice, professava un ardente desiderio di spargere il sangue per Gesù Cristo di cui si riteneva il difensore «e diceva che li suoi discepoli, nei quali affermava essere principiato questo regno, erano destinati Predicatori, per convertire quelli che ci avessero avuto disposizione».
La formazione di un solo ovile con un sol Pastore, l’unione dei fedeli cogli infedeli, la venuta del Regno di Dio sulla terra, ecco in poche parole riassunto il sogno audace di questo moderno eresiarca.
Detto in breve degli ideali del Borri, passiamo a riportare qualcuna delle più importanti dottrine attribuitegli dall’Inquisizione.
Egli sosteneva che «col nome di Primo cielo si esprimeva il Padre Eterno e per lo secondo s’intendeva il Figlio e per il terzo s’intendeva lo Spirito Santo – Il Padre essere il Cielo increato, il figlio il Cielo generato, e lo Spirito Santo Cielo inspirato, che sono tre sfere splendidissime».
Asseriva altresì che «avanti di produrre il Caos materiale Dio ne creò un altro constituito di sole qualità e produsse le potenze formatrici delli composti materiali quali sono delle sfere increate. Che Dio nell’opera della creazione del mondo elementare e di tutte le specie animali e nella distinzione degli elementi si serve del ministerio degli Angeli ribelli. Che le Creature ideali sono la materia prima della quale disputarono i filosofi». Dagli accenni fatti precedentemente si vede come il Borri ammettesse le gerarchie degli Dei coi loro diversi ministeri: egli si mostra soprattutto devoto agli Angeli e agli Arcangeli. Da quanto riferisce il Brusoni poi si comprende che uno dei capi di eresia più fecondo di disputa e di studio tra i seguaci e i nemici del nostro, dovette essere la Vergine, alla quale, noi propendiamo a credere, il Borri volle dare talvolta un significato ben più ampio e simbolico di quello che, forse, alcuni dei suoi discepoli non fossero al caso di intendere. Altrimenti come si può intendere «che Maria è figlia di Dio avanti la concezione del Verbo divino» ed ebbe nell’anima sua identificata la Deità? E che ciò fu benissimo conosciuto da Gabriele e può dirsi di lei «ab inzio et ante saecula creata sum; nella guisa appunto che si dice di Cristo che accisus est ab origine Mundi»?
A proposito di Maria i sacerdoti seguaci del Borri avevano aggiunto nel canone della messa «Unispiratam filiam». E a prova di ciò si portavano le parole della salutazione angelica, Gratia plena, le quali dovevano intendersi come se dicessero: Spiritu Sancto plena. Egli dava inoltre un’interpretazione propria a molti libri della Scritture.
Degli uomini disse che sono «animati dalla divinissima verità della vita generata e però sono inannullabili. Che Dio in questa vita concede ai Santi il medesimo dominio sopra le bestie che concesse ad Adamo vanti la colpa».
In quanto alle proprie facoltà il Borri affermava che per «lo dono delle divine rivelazioni gli riuscivano facilissimi i più alti misteri della –fede e portandone per esempio la risurrezione dei morti, disse mandato essere da Dio per ridurre tutto il mondo ad un solo Ovile ed un solo pastore». – sosteneva anche che pronunziando alcune parole egli poteva illuminare le persone e capire «molte cognizioni e profondissimi misteri e segreti della Sacra Scrittura». Asserì da Dio essergli stata mandata una fiamma interna che gli serviva per contrassegno di conoscere se le cose che diceva fossero suggerite da Dio, da cui gli venivano inspirati gl’insegnamenti che erano stati riconosciuti per veramente celesti da persone religiose di vita esemplare. Pubblicò altre volte d’aver veduto l’anime d’alcuni suoi compagni cinte di luci di vari colori che alludevano alla verità delle loro virtù. Professava di riconoscere dalla fronte delle presone le interne loro operazioni, avendo egli grazia di vedere in faccia di ciascuno l’Angelo custode in forma di luce rotonda». Durante la Sede vacante di papa Innocenzo X diceva che gli Angeli lo «ammaestravano di quanto si operava nel Conclave per la elezione del nuovo Pontefice».
Il Borri instituì una Congregazione segreta e le riunioni di lui coi suoi discepoli si facevano di notte. Prescriveva ad essi la meditazione e ne assegnava sovente i soggetti tratti dai passi delle Scritture, volendo che i risultati della meditazione fossero posti in iscritto. Nell’ammettere i suoi seguaci alla segreta congregazione adoperava formole iniziatrici e diceva loro che «erano chiamati e destinati a cose grandi» - li invitava al disprezzo dei pericoli, delle pene e della morte stessa, purché si fosse ottenuto il trionfo del Regno dell’Altissimo. Tanto forte era l’influenza del Borri su i preti suoi aderenti che era riuscito, in qualche parte, a far cambiare il canone della messa: ai membri dell’associazione poi, prescriveva delle regole da osservare e faceva loro emettere cinque voti. Il primo dei quali era di Unione fraterna. – Il secondo di segretezza inviolabile nelle divine cognizioni. – Il terzo di obbedienza a Cristo e agli Angeli. – Il quarto di povertà. – il quinto di ardentissimo zelo nella propagazione del Regno dell’Altissimo. Ad alcuni fece anche aggiungere il sesto, da spendere la vita propria per questo fervore.
A cose finite, quando cioè il novo assetto della Chiesa e del Mondo sarebbe avvenuto, il Borri diceva ai suo discepoli che essi: «quali uomini esemplarissimi, dovessero mettere i beni in comune indossare particolare veste, un robone di pelle bianca semplice e liscio, aggiuntovi un cappuccio nell’inverno, i capelli per modo che fingessero una croce; al collo un cerchio di ferro con le parole: Pecora schiava dell’Agnel Pastore. L’abitazione e gli utensili si fabbricherebbero con la povertà di sola terra e paglia, della quale pure si fabbricherebbero calici e patene; cibo frugalissimo, costumi senza macchia, universale amore».
A Roma non si sa per qual ragione il Borri fosse tollerato, benché, come dice l’Ademollo (12) «i suoi maneggi politici, religiosi e alchimistici non potevano restare ignoti al governo». Anche nell’Ambasciata di Romolo ai Romani si legge essere strano che un uomo di questa sorte «habbia potuto fare un mescuglio d’heresie, e trovar seguaci del tutto humiliati a’ suoi cenni, con ferma risolutione di morir Martiri del Santo Officio». Ma sia come si voglia, nel 1655 Innocenzo X ammalò gravemente e morì in breve: il conclave per l’elezione del papa durò tre mesi, risultando alla fine eletto il Card. Chigi col nome di Alessandro VII (7 aprile 1655). Il nuovo pontefice, che era stato «severissimo segretario di stato sotto Innocenzo X», dette immediatamente un indirizzo migliore alle cose ecclesiastiche e naturalmente il S. Ufficio dovette forse far meglio il suo dovere; il Borri riconosciuta l’impossibilità di tentare un movimento qualsiasi, piuttosto che cadere nelle mani dell’Inquisizione si risolse improvvisamente di lasciare Roma, giacché, aggiunge il Sommario processuale, «la vigilanza di chi governa non permetterebbe che rimanessero occulti li segreti congressi dei suoi seguaci». Ma a proposito della fuga di Borri da Roma, troviamo curiosi particolari nel libro di Francesco Cancellieri intitolato «Dissertazioni epistolari di G. B. Visconti e Filippo Waquier de la Barthe sopra la statua del discobulo scoperta nella Villa Palombara ecc., Roma 1806 presso Antonio Fulgoni». (13). Secondo il Cancellieri avrebbe il Borri conosciuta per la prima volta in Roma la Regina Cristina di Svezia nel 1655, poco dopo la sua prima venuta nella Capitale del Cattolicismo, condottavi dai Gesuiti. Ma ben poche volte dovette il Borri recarsi a palazzo Riario alla Lungara (attualmente palazzo Corsini) dove quella donna bizzarra teneva i suoi ricevimenti e dove «era un continuo successo di serenate, di giostre, di spettacoli, di saltatori e di saltimbanchi. Corteggiata da una schiera di Cardinali, circondata da nobili spiantati e di ribaldi riparati nella franchigia del suo palazzo per salvarsi dai birri, tra i musici, i poeti e gli alchimisti» (14). Cristina di Svezia in mezzo alle altre sue occupazioni provò a ritrovare l’arte di fare l’oro. Fece perciò costruire nella sua casa parecchi laboratorii, invitando gli alchimisti ad andarvi a fare le loro operazioni. Tra questi era il Borri il quale sembra si presentasse alla Regina affermandole di possedere l’arte di trasmutare i metalli e lasciandogliene un saggio in due vasi che s’era fatti dare, e che riempiti d’un certo liquore erano stati ermeticamente chiusi con doppia chiave, una restata in mani della Regina e l’altra nelle sue. «Après longtemps, la reine, ne voyant pas revenir le jeune alchimiste, se fâcha d’avoir été raillée : elle fit ouvrir à toute force la cachette et s’empara des deux vases.
La reine trouva dedans la liqueur congelée; cependant elle avait été changée en or dans l’un et dans l’autre en argent; e tous les deux ces métaux étaient parfaits dans leurs qualités respectives» (15).
Il Borri dunque non s’era fatto più vedere a palazzo Riario e senza dubbio egli dovette far comprendere ai suoi seguaci la necessità sua di allontanarsi da Roma, se non voleva cadere nelle mani dell’Inquisizione. Pare infatti che travestitosi da pellegrino si recasse un giorno nella villa del Marchese Massimiliano di Palombara all’Esquilino, passionato alchimista anch’egli, già stato conosciuto dal Borri nei ricevimenti dati da Cristina di Svezia, e dopo aver parlato con lui domandasse di vedere il suo laboratorio. Il Borri avendo riconosciuto che la grande opera nel laboratorio del Marchese era molto avanzata «demanda de pouvoir coucher pendant la nuit dans une chambre à côté du dit laboratoire, pour être à même de surveiller l’oeuvre de temps en temps» (16). Ora avvenne che la mattina seguente, per quante ricerche si facessero, il pellegrino non fu potuto trovare e nel laboratorio, insieme con l’oro puro riversato al suolo, il marchese trovò alcune carte sulle quali erano scritte delle frasi e tracciati enimmi. Il Borri dunque era fuggito da Roma per far ritorno a Milano ove, come vedremo, continua nel suo lavoro di propaganda fino al 1659. Intanto il marchese di Palombara, in ricordo della strana avventura capitatagli, fece porre molte iscrizioni alchimistiche nella camera e sul muro esterno della sua casa di campagna, e nel 1680 una parte degli enimmi lasciati scritti dal Borri li fece scolpire sopra la porta principale della sua villa, e una parte sopra una piccola porta in marmo di rimpetto alla chiesa di S. Eusebio. Questa piccola porta detta alchimica, o magica, fino al 1871 si trovava ancora lungo il muro che chiudeva la via dell’arco di Gallieno all’Esquilino e conduceva a S. Giovanni in Laterano ed ora si può vedere benissimo conservata a fianco dei così detti trofei di Mario, nel pubblico giardino di Piazza Vittorio Emanuele. A titolo di curiosità diamo qualcuna delle iscrizioni che si trovano incise su questa porta. Nella sua parte superiore intorno a un cerchio che contiene due triangoli intrecciati, nei quali sta una croce cui si attacca un altro piccolo cerchio, e che alla sua volta ne contiene uno più piccolo, si legge: Tria sunt mirabilia Deus et homo Mater et virgo, Trinus et unus. E nel piccolo cerchio: Centrum in trigono centri. Sull’architrave è scritto in ebraico: Ruh Elohim (Spiritus Dei). Altre iscrizioni sono ai fianchi e alla base della porta, per esempio: Cum Solo Sale et Solo Sile – Sophorum Lapis non datur Lupis – Qui potentia natura arcana revelat mortem querit – Hodie pecunia emitur supria nobilitas, sed non legittima sapientia. Vi sono anche parecchi segni cabalistici.


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Sulla fine del 1655 dunque, a quanto sembra, il Borri, abbandonata Roma, si rifugia a Milano, dove seguita nel suo lavoro: alterna la sua dimora tra questa città e Pavia, acquista l’adesione di numerosi seguaci, continua a stare in rapporto cogli affigliati di Roma, e nelle sue riunioni segrete impartisce le istruzioni mistiche e incoraggia alla conquista del propugnato ideale. Egli fu lasciato indisturbato durante 4 anni e cioè fino al 1659 quando per la denunzia dell’abate Carlo Bartolomeo Piazza, l’arcivescovo Litta «informato dei maneggi di lui… fe’ trarre nelle proprie carceri uno degli adepti…». Il Borri non perdette il suo sangue freddo, incitato dai suoi compagni pensò per un momento a provocare una sommossa popolare per liberare il prigioniero, ma visto forse l’improbabilità del successo vi rinunziò. Intanto l’Inquisizione procedette ad altri arresti, senza riuscire a metter le mani addosso all’audace Riformatore, il quale a Milano come a Roma ebbe il tempo di porsi in salvo rifugiandosi questa volta nella vicina Svizzera. L’Inquisizione milanese citò ben tosto il Borri innanzi al suo Tribunale, ma non essendo egli comparso fu condannato in contumacia. «La sentenza recava la sua espulsione dalla Società cattolica, la privazione dei beni, arsi gli scritti; principi e vescovi dovevano, ovunque capitasse, arrestarlo; vietato, sotto pena di scomunica, dargli assistenza ed aiuto» (17). Vennero però arrestati alcuni suoi seguaci che furono fatti solennemente abiurare nella metropolitana di Milano il 26 marzo 1661. Dal Diario di Mario Cremosano si rileva che tra i devoti del Borri sottoposti incatenati alla funzione dell’abiura c’erano anche due sacerdoti e che un secolare detto il Mangino di Voghera a mezzo il processo negò con alta voce ciò che aveva confessato onde gli fu messo un bavaglio in bocca e le manette e lo levarono via l’ordine del P. Inquisitore» (17). Al popolo accorso numeroso alla funzione papa Alessandro VII aveva concesso un’indulgenza di 15 anni e altrettante quarantene. Subito dopo il processo e la sentenza di Milano l’inquisizione di Roma aprì anch’essa un processo contro il Borri e riuscite vane le intimazioni fattegli in data 2 Marzo 1659 e 2 Ottobre 1660, lo condannò in contumacia «rilasciando in mancanza della persona la sua effige al Cardinale pro-governatore e suo luogotenente criminale per eseguire in essa le dovute pene». Il 2 gennaio 1661 seguì nella chiesa della Minerva l’abiura di 4 seguaci del Borri alla presenza di molti prelati e di numeroso popolo e il giorno seguente, come risulta dal sommario processuale «l’effige del detto Giuseppe Francesco Borri dipinta al naturale in un quadro fu portata per Roma sopra un sacco accompagnato dalli Ministri di Giustizia nella Piazza di Campo di Fiori, dove dal Carnefice fu appiccata su le forche e dopo abbruciata con i suoi scritti».
Da Milano il Borri si rifugiò in Svizzera, di qui passò in Alsazia, donde dopo essersi fermato alquanto a Strasburgo, si diresse in Olanda, stabilendosi finalmente in Amsterdam. Tutti gli scrittori sono concordi nell’affermare che in questa città egli raggiunse l’apogeo della sua fortuna e della sua fama; per le sue cure meravigliose fu ritenuto medico insuperabile, un vero taumaturgo. Ai poveri prodigava i suoi aiuti e le sue medicine gratuitamente e tutti quelli che ricorrevano a lui se ne partivano guariti: «cavalieri e principi di Francia e di Germania venivano per le poste a consultarlo e conoscerlo» (18), il Senato di Amsterdam lo fece cittadino di quella città; agli onori si aggiunsero i lauti guadagni che, pare lo condussero a una vita tutt’altro che sobria e umile, quale aveva predicato ai suoi seguaci in Italia. Nacquero ben tosto negli scienziati e nei medici locali invidie e calunnie, rafforzate dal fatto che egli con la sua vita fastosa s’era creato dei debiti cui non poteva far fronte, ma anche ad Amsterdam, come già a Roma e a Milano, quando stavano per mettergli le mani addosso per arrestarlo, egli fuggì senza che nessuno potesse raggiungerlo. Arrivò infatti sano e salvo a Copenaghen dove riuscì ben presto a entrare nelle grazie di Federico III, cui promise oro abbondante per mezzo della trasmutazione dei metalli, e dal quale ebbe forti anticipazioni di denaro per attendere alla «grande opera». Olao Borich, alchimista olandese il quale godette pure delle grazie di Federico, non esita a chiamare il Borri «phoenicem naturae et gloriam non tantum Hesperiae suae sed Europae» (19). Intanto Cristina di Svezia che nel 1660 per la morte di Carlo X Gustavo, da Roma aveva fatto ritorno a Stocolma, d’onde s’era ritirata ad Amburgo, scoraggiata di non aver potuto ricuperare il trono perduto, ebbe vaghezza di rivedere il Borri nella speranza di ottenere dell’oro per mezzo del «fornello filosofico». Il Borri si recò infatti ad Amburgo presso di lei, ma dopo aver tentato invano di riuscire nella »grand’opera» spendendovi somme straordinarie fornitegli dalla Regina, fece ritorno a Copenaghen, dove il Re gli concesse le più alte onorificenze, lo fece proprio consigliere e ministro (20).
Il De Castro crede che siano di questo tempo le lettere contenute nel libro La chiave del gabinetto del cavagliere Giuseppe Francesco Borri, Colonia, appo Pietro del Martello, 1681; stampate cioè col nome del Nostro quando egli, come vedremo, si trovava in carcere a Roma. Secondo questo critico, che prende la notizia da Bayle, la data di Colonia è falsa perché le lettere contenute in quel volume sarebbero state stampate a Genova, se pure non è vero che siano proprio del Borri e «non una compilazione editoria per lucrare sulla sua fama». Noi non abbiamo per ora sott’occhio questo libro che, come già dicemmo, ci riserviamo possibilmente, di esaminare insieme col Sommario processuale, allo scopo di dedurre i punti di contatto che il nostro famoso alchimista possa avere con le dottrine teosofiche. Però dall’esposizione sommaria che di quelle lettere fa il De Castro e dalle poche citazioni del Cantù, ci pare di potere fin da ora asserire che nel libro La Chiave del Gabinetto una parte sia realmente dovuta alla penna del Borri e un’altra alla malignità e alla ignoranza dei suoi nemici: crediamo anzi che tutte le affermazioni che vi s’incontrano circa la vanità delle scienze occulte e le beffe che l’autore si sarebbe fatte sulla credulità altrui (21) non possano essere del Borri, che senza dubbio ebbe molti difetti, ma che possedette anche attitudini e facoltà per le quali non era in grado di dubitare dell’esistenza di certi fatti e di certe verità in natura.
Salvo forse il De Castro, che nell’articolo più volte citato, si mostra quasi sempre inclinato nell’ammettere almeno la buona fede da parte del Borri, in quanto ha rapporto con le opinioni e con i casi della sua vita, gli altri critici si lasciano per lo più trascinare dal concetto che egli fosse un impostore e un ciarlatano, e così non si occupano punto di quanto potesse esservi di vero nelle sue dottrine e nelle sue azioni, ovvero, con un sistema ancora più comodo, ma che dimostra sempre più la loro superstizione e la loro ignoranza, o lo giudicano un traviato, o negano ogni qualità seria in lui. La prima tra le lettere che si trovano stampate nel libro su ricordato si occupa «degli spiriti elementali, ondine, ninfe, salamandre, e fornì all’abate De Villars le principali idee del suo Conte de Gabalis. Le sette lettere successive riguardano la grand’opera e in genere le arti magiche, l’ultima è una dissertazione sull’anima dei bruti. Ma, aggiunge il De Castro. Le cure ermetiche non impedirono al Borri di approfondire gli studi medici, ed ebbero autorevole corso due lettere scritte al francese M. Berthelin. Una di esse parla della formazione, della struttura e della sostanza del cervello e del sottilissimo liquore che ivi si produce e nel quale, secondo lui, risiede l’anima ragionevole. L’altra lettera tratta della maniera di guarire parecchie malattie degli occhi, e particolarmente di alcune cure in proposito felicemente eseguite dallo stesso Borri».
Noi non possiamo entrare qui nel merito della questione, risoluta tanto facilmente dai critici non occultisti, i quali dicono l’esistenza degli spiriti della natura «fantasie da cervello infermo», ma teniamo però a far rilevare come il Borri d’accordo in ciò con le tradizioni occulte di tutti i tempi e di tutti i paesi, ammettesse l’’esistenza degli elementali del fuoco, dell’aria, dell’acqua e della terra, altrimenti chiamati Salamandre, Silfi, Ondine e gnomi. Per chi non lo sapesse l’ufficio di queste creature invisibili della natura, secondo la Teosofia, consiste nell’esercizio delle attività proprie dei loro elementi»; esse sono, in altri termini, i canali attraverso i quali lavoravano le energie divine in questi campi separati, sono l’espressione vivente della legge in ognuno di essi. Sono infine i «vezzosi figli irresponsabili della natura, che la scienza ha relegato freddamente entro i limiti dei racconti pei bambini, e che saranno rimessi al loro posto nell’ordine naturale dagli scienziati più saggi di un giorno avvenire. Solamente i poeti e gli occultisti credono in loro, i poeti con l’intuizione del loro genio, gli occultisti col potere dei loro sensi disciplinati. La moltitudine scettica ride degli uni e degli altri, e soprattutto degli occultisti, ma non importa, ai figli della sapienza, sarà un giorno resa giustizia» (21).
Un’altra questione importantissima trattata nella settima lettera della Chiave de Gabinetto è quella relativa all’anima dei bruti, noi l’esamineremo a suo tempo per vedere se e quanto le idee del Borri si avvicinino alle teoriche occulte.
Ma Federico III, il grande protettore del Borri, il 19 febbraio 1670 morì e gli succedette il figlio Cristiano V, nemico dichiarato dell’alchimista milanese, il quale, presentendo che tutti gli odi e le ire della corte si sarebbero scagliati contro di lui, credette bene di allontanarsi precipitosamente da Copenaghen diretto verso la Turchia (22). Attraversata la Germania e giunto in Ungheria, stava per passare il confine ed entrare nel territorio turco, quando a Goldingen, fu arrestato per ordine del conte del luogo il quale, pare, ebbe sospetto che gli fosse tra coloro che avevano preso parte a una congiura contro l’Imperatore d’Austria e fu perciò senz’altro spedito a Vienna. È curioso che Leopoldo I fu avvertito dell’arrivo del Borri mentre era in colloqui col nunzio pontificio, il cardinale Antonio Pignatelli (che divenne poi papa Innocenzo XII) il quale, al sentire il nome dell’eresiarca già condannato a morte dall’Inquisizione di Roma, chiese subito all’Imperatore l’estradizione. Sembra però che dopo che il Borri ebbe avuto un colloquio coll’Imperatore, la richiesta del nunzio pontificio sia stata limitata da una condizione molto importante, quella cioè che l’arrestato in ogni caso, non sarebbe stato sottoposto alla pena capitale. E fu portato infatti incatenato e sotto buona scorta a Roma, dove giunse il giorno stesso in cui si dava l’avviso dell’elezione del nuovo pontefice Clemente X di casa Altieri che, vecchissimo, regnò solo sei anni (1670-1676). Fu immediatamente rinchiuso in Castel S. Angelo in attesa, pare, dell’esecuzione della sentenza di morte che pesava sulle sue spalle. Ma sia per la promessa fatta all’Imperatore d’Austria dal Cardinale Pignatelli, come abbiamo sopra accennato, sia per la simpatia che il Borri seppe inspirare presso qualche prelato, il fatto è che la sentenza non fu eseguita e ciò malgrado che l’abate Piazza, quello stesso che a Milano l’aveva denunciato all’autorità ecclesiastica, si adoperasse con tutta la sua forza contro un eretico così pericoloso. Passarono circa due anni prima che si riaprisse il processo come si rileva dagli Avvisi di Roma del 7 maggio 1672, in cui è detto così: «È stata deputata una congregatione di tre prelati per la causa del Borri, che si trova carcerato in vita in questo Castel S. Angelo da un pezzo in qua, e che è stato ammesso adesso a nuove difese per opera di Monsignor Bottini, e credesi mediante un grosso regalo» (23). Al giudizi, scrive il Cantù, il Borri comparve ben in arnese «con un vestito di môaro fiorato nero con un’ongherina dell’istesso, ben fornito di guarnizione: la sua statura era alta, ben proporzionato di membra, capelli neri e ricci, viso tondo, carnagione bianca, sembiante maestoso» (24). C’è da credere che il Borri si difese molto bene innanzi ai suoi giudici, se nella nuova sentenza la pena di morte non fu confermata, avendo riportato nella votazione tanti voti favorevoli e tanti contrari, cavandosela col «carcere perpetuo, l’abiura pubblica e altri atti di umiliazione e di penitenza». Questa sentenza porta la data del 25 settembre 1672 ed ebbe esecuzione il girono appresso, domenica. Infatti negli Avvisi di Roma del 27 settembre dello stesso anno si legge:« seguì domenica nella chiesa della Minerva la scritta abiura del Borri, il quale comparve sul palco con intrepidezza e forse baldanza, mostrandosi veramente poco pentito: fu in ultimo pubblicata la sua sentenza, consistente nella pena di carcere perpetua, con la riserva di poter la congregatione minorarla ed anche levarla affatto» (25). Hanno un bel far credere il Mercurio d’Olanda e i critici ostili al Borri che egli svenisse due volte per la paura durante la funzione dell’abiura: tanto dagli Avvisi qui sopra riportati, quanto dalla Breve relazione della vita del Cavagliere Giuseppe Francesco Borri stampata nel 1681, e tutt’altro che favorevole al Nostro, si rileva che egli codesta paura molto probabilmente non l’ebbe. «Quando gli fu rimprocciato che voleva farsi Duca di Milano, levò gli occhi al cielo per isdegno e guardò con bieca guardatura il Cardinale Portocarrero».
Che più, lo stesso Ademollo, tutt’altro che tenero pel Borri, scrive: «Non è dunque vero che egli apparisse spaventato e pusillanime a segno da svenirsi due volte ecc.». Doveva essere invero un assai triste spettacolo quello dell’abiura, un insieme di serio e di grottesco, di ridicolo e di maestoso da produrre nello stesso tempo sdegno e dolore nell’animo dell’eresiarca schiavo dell’ignoranza dei suoi giudici, zimbello dell’incoscienza del popolo. Intervennero alla cerimonia, che, come di solito, ebbe luogo nella chiesa della Minerva, principi e baroni, cardinali e ambasciatori in gran pompa, compresi «i due inquisitori Casamatta e Pozzobonelli, quest’ultimo misericordioso al Borri, che aveva conosciuto a Milano. Il reo, vestito degli abiti dell’Inquisizione, tunica di tela nera senza collare scendente fino alle calcagna, sul petto e sul dorso dipintevi croci rosse, avvinto da catene le mani e i piedi, ginocchioni su un palco da patibolo, con un cero nella destra» fu fatto confessar delle sue colpe ritrattando parole e scritti, fatti e opinioni e chiedendo di essere riammesso nel grembo di Santa Romana Chiesa! E il popolo, che fin dalle prime ore del giorno aveva occupata la chiesa mangiando e bevendo allegramente su tavole imbandite sulle sedie o sulle balaustre degli altari, alla lettura dei capitoli dell’abiura gridava, nell’avidità di uno spettacolo atroce: «Al fuoco! Al fuoco!». Chi per poco conoscendo la grandiosità e la severità della chiesa della Minerva, si riporti con la mente alla terribile cerimonia da noi brevemente descritta, potrà comprendere fino a un certo punto il carattere tenebroso e orribile dell’abiura. Nel settembre 1687, vale a dire quindici anni dopo il Borri, e mentre questi era ancora vivente, un altro eretico, il famoso dottore Michele Molinos, spagnuolo, capo dei confessori di Cristina di Svezia, autore del quietismo, fu costretto ad abiurare pubblicamente nello stesso tempio. È curioso notare col De Castro e l’Ademollo che circa un secolo dopo la piazza della Minerva a Roma vedeva un altro spettacolo simile, come finale del processo contro il Cagliostro. «Per altro, nel 1791, torbida annata anche a Roma, la prudenza consigliò di non esporre al pubblico il Gran Maestro della Massoneria egiziana. Letto il processo, furono bruciati gli oggetti e le carte della setta, ma l’abiura del Cagliostro fu accettata in privato nel luogo della sua detenzione». Ed è più curioso ancora, osserviamo noi, che il trattamento usato dalla Chiesa a Cagliostro è pressoché lo stesso di quello che circa un secolo e mezzo prima aveva usato a Galileo Galilei quando, in mezzo a spasimi morali inenarrabili, il 22 giugno 1633 nella «gran sala dei Domenicani alla Minerva, gli era data lettura della sentenza che proibiva il suo libro (Il Dialogo sui Massimi Sistemi) e a lui infliggeva il carcere ad arbitrio nelle prigioni del Tribunale; e ricevevano stando lui in ginocchione, l’abiura impostagli che egli recitava di parola in parola e sottoscriveva».


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Il Borri dopo l’abiura fu ricondotto nelle terribili carceri dell’inquisizione dove, pare, restò fino al 1678, quando ammalato assai gravemente il Duca d’Estrées, ambasciatore di Francia a Roma, e disperando ormai i medici di salvarlo, per intromissione di un Cardinale si ottenne dal Papa il permesso di farlo visitare dal famoso eresiarca: «merito o fortuna il Borri guarisce l’ambasciatore, parve miracolo». Nella fantasia del popolo di Roma ed anche nella mente delle classi superiori egli era ritenuto «un mago, un misterioso dominatore di forze occulte». Il popolo che lo accompagnò fino a Palazzo Farnese, residenza dell’Ambasciatore di Francia, diede segni tanto manifesti di voler vedere il Borri che si dovette permettere a quest’ultimo di mostrarsi sulla loggia. «In veste lunga color verdesanto» egli, tra le guardie del Sant’Uffizio, apparve al popolo commosso, plaudente. Tutti volevano esser curati da lui (26). La guarigione del Duca d’Estrées fece dire al Pasquino che nel 1678 dovendosi operare un miracolo a Roma, doveva però esser compiuto da un eretico, e procurò al Borri la riconoscenza dell’ambasciatore di Francia, il quale gli ottenne dal Papa di cambiare la sua dimora nelle tetre carceri dell’Inquisizione, con la prigione di Castel S. Angelo. Pare che mercé altre cure e guarigioni ottenute, il Borri a poco a poco ebbe il permesso non solo di trasformare la prigione in un alloggio «un assez joli appartement qui consistait en trois chambres et un laboratoire» (27) ma di uscire liberamente per esercitare la sua professione, attendere alle ricerche ermetiche e frequentare le case patrizie.
Il bugigattolo dunque, che oggi i ciceroni mostrano al visitatore di Castel S. Angelo, fu per ben poco, se pur lo fu mai, la dimora del Borri. Sembravano ritornati i bei tempi della sua giovinezza e delle sue prime armi qui in Roma. A palazzo Riario con Cristina di Svezia e la sua corte, egli riprese le sue ricerche alchimiche passando intere notti accanto al «fornello filosofico», dame e cavalieri lo desideravano nelle loro case, attratti dalla sua fama e dalla credenza nei suoi poteri straordinari e misteriosi.
Egli era tanto entrato nella grazia e nella stima del bel mondo romano, che nel marzo del 1678 lo troviamo nominato negli Avvisi di Enea De Vecchi, per avere ottenuto dalla Principessa di Ratzowill un prestito di mille doppie, lasciando la garanzia di un filo di perle stimato cinquemila scudi. C’è chi crede che tali perle fossero di fabbricazione del Borri che, si dice, conoscesse il segreto per farle: infatti il Menagio, citato dall’Ademollo, scrive ch’egli «avait un secret pour faire les perles et c’était-là son revenu».
Parecchi furono gli anni passati dal Borri in una vera e propria libertà, ma con la morte della Regina Cristina di Svezia, avvenuta nell’aprile 1689, egli perdette, con suo grande dolore, una validissima protettrice; ne intese infatti poco dopo gli effetti, quando nel 1691 eletto Papa col nome di Innocenzo XII quel Card. Pignatelli che era nunzio pontificio all’epoca del suo arresto a Vienna (1670), lo obbligò a non uscir più da Castel S. Angelo come aveva fatto per lo innanzi. Nel 1682 un figlio di Cristiano V, già nemico accanito del Borri, come abbiamo veduto, essendo stato dichiarato dai medici affetto da male incurabile, partì, benché gravemente infermo, da Copenaghen, per venire a consultare l’eresiarca racchiuso a Castel S. Angelo, tanta era la fama che l’alchimista milanese godeva come medico prodigioso. Il Borri però fece sapere al Papa che non avrebbe intrapresa la cura del figlio del re di Danimarca, se non a patto di riavere nelle ore del giorno la libertà: e il Papa non avendo voluto acconsentire, il povero malato non poté nulla sapere dal Borri intorno alla propria infermità, eccettuato il consiglio di recarsi a Napoli e restarvi molto tempo. Poco andò però che il Pontefice stesso (1695) ebbe bisogno del Borri che, richiesto dell’opera propria a vantaggio di Innocenzo XII malato gravemente di podagra alle mani, ne operò ben presto la guarigione. Ma la riconoscenza del pontefice non ebbe tempo di manifestarsi al Borri, che colpito da febbri miasmatiche e non avendo potuto ottenere la china, come aveva chiesto, per curarsi, morì il 18 giugno 1695. Nel diario di Gaetano Ursaia citato dall’Ademollo si segna la morte nel giorno accennato e si aggiunge: «era questi (il Borri) medico eccellente e medicava con profitto quelli che se gli conducevano non potendo uscire da Castello».


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Così chiuse la sua lunga avventurosa vita Francesco Giuseppe Borri, milanese, giudicato in maniera diversa da critici antichi e moderni: l’Ademollo smentendo in parte quanto ha affermato nel corso del suo studio, conclude dicendo che il Borri fu ingegno violento, sì, ma grande e che al sapere che egli possedé si arriva soltanto per la via dello studio grave e profondo negletto dai ciarlatani, e che a lui non mancò. Il De Castro invece ammira in lui più che l’ingegno, la volontà, il vigore, l’audacia, le inesauribili risorse in tutte le contingenze più strane della sua vita: il Journal des Savants ne parla due volte, il 25 settembre 1669 e il 19 agosto 1683: il Barone Custodi nella continuazione alla Storia del Verri lo dice di «altissimo ingegno», e il biografo dei medici milanesi, Bartolomeo Corte, non disdegnò di ricordarlo nella sua opera accennando alle sue «cure prodigiose» (27). Ma l’accusa che tanto i suoi nemici del tempo, quanto i critici gli fanno più d’ogni altra, è di aver delirato e farneticato verso fini fantastici e, naturalmente, irrealizzabili. Se con questa accusa si vuol rimproverare al Borri l’ideale che egli vagheggiò nella prima parte della sua vita pubblica, quando avrebbe voluto fare degli uomini un solo ovile con un solo pastore, senza distinzione di fedeli e d’infedeli, noi diciamo che desidereremmo con tutto il nostro cuore molti sogni in questo senso venissero fatti tuttodì, perché ci dimostrerebbero in maniera assai evidente, che davvero gli uomini si vanno avvicinando, per mezzo di correnti di simpatia e di fratellanza, verso quell’unione che sarà la gloria delle razze avvenire. E i membri della Società Teosofica che hanno come primo oggetto della Società stessa la formazione di un nucleo di una fratellanza umana senza distinzione di razze, di credo e di colore, ascriveranno sempre a gran merito del Borri una così sublime aspirazione. E se è vero quel che scrive il Calvi, citato dal De Castro in Famiglie nobili milanesi, che cioè «il mare era troppo tranquillo perché un uomo, avesse nervi di acciaio e cieca fede nella propria missione, vi suscitasse la tempesta; sicché l’ardito inconsulto novatore si spezzò come canna in mano a robusto atleta», non è men vero però che il Borri mise in movimento una forza la quale se non riuscì allora a produrre il suo effetto, andò ad unirsi a tutte quelle passate e future che, dotate della stessa tendenza, produrranno quandochessia il risultato voluto. Non fa davvero bisogno di essere un occultista profondo per capire come tutte le cause ideali vanno di giorno in giorno guadagnando in varia misura terreno, non pel semplice fatto degli sforzi dei loro propugnatori d’oggidì, ma per quelli altresì di tutti i lavoratori noti e ignoti, grandi e piccini, di tutti i tempi trascorsi. Se qualcuno ha voglia di meditare su questa linea di pensiero, potrà forse capire in che cosa consista e dove sia riposto il segreto della forza della tradizione, sia filosofica, sia politica, sia religiosa.
Se poi al Borri si fa l’accusa di visionario, ciarlatano e stregone perché «incorreggibile» torna sempre allo studio delle sue «aberrazioni ermetiche» e passa intere notti accanto al «fornello filosofico», ovvero perché vede de conosce ciò che altri non conoscono né vedono, come si rileva dai poteri occulti di cui era dotato, rispondiamo che non saremo neppure noi quelli che possiamo convenirne. Tutti sanno che la scienza moderna non isdegna ammettere che vi sia qualcosa di vero nelle ricerche alchimiche, se non altro in base a quel principio dell’unità della materia che costituisce il sostrato filosofico delle speculazioni recenti di molti studiosi, come non isdegna di prendere in serio esame i fenomeni psichici di varia natura che vanno sotto il nome di telepatia, di chiaroveggenza, d’ipnotismo e di spiritismo. Ora i cultori di Teosofia che sono un poco famigliari con la costituzione occulta dell’uomo e coi suoi poteri latenti, riconoscono facilmente anche dagli scarsi accenni fatti dal Brusoni sulle qualità magiche del Borri, che egli doveva conoscere poco o molto l’uso dei sensi sottili de nostri corpi invisibili, altrimenti certi particolari su forme e colori non avrebbe potuti comunicarli ai suoi discepoli.
Concludendo non vogliamo negare gli errori e i difetti che il Borri poté commettere o avere: solo ci piace osservare che dei meriti che ebbe e delle facoltà che possedette mal può sentenziare una critica che non è in grado di capire con cognizione di causa l’importanza degli uni o delle altre. Il meno non può contenere il più, lo scolare non è sempre in condizione di giudicare il suo maestro.
E noi siamo certi che gli studiosi di un giorno avvenire, riconosceranno in questo filosofo ermetico del secolo XVII un anello non indegno della lunga catena di occultisti, che in tutti i tempi e presso tutti i popoli, talvolta esaltati e onorati, ma più spesso vilipesi, misconosciuti e calunniati, hanno lavorato e lavorano pel trionfo della Verità.




NOTE:


(1) Historia d’Italia di Girolamo Brusoni, Torino 1890, presso E. Zappata, p. 724 e segg.
(2) La Vita italiana nel Seicento, vol II, pag, 320 e seg. – Milano, Treves 1895. Guerrini, Alessandro Tassoni.
(3) Journal des Savants, 2 sett. 1669 e 19 agosto 1683.
(4) De Castro, Un precursore milanese di Cagliostro, in Archivio Storico Lombardo, serie III, vol. II, 1894.
(5) Ademollo, Un precursore di Cagliostro, Fanfulla della Domenica, 10 giugno 1880.
(6) De Castro, art. cit.
(7) Il Brusoni nell’opera citata fa risalire la conversione del Borri al 1650; noi preferiamo invece seguire la data del 1654 accettata dal De Castro.
(8) Citato dal De Castro nell’articolo sul Borri.
(9) Vedi Brusoni, Historia al libro citato.
(10) Gli Eretici d’Italia, vol III, Discorso I.
(11) De Castro, art. cit., in nota scrive: Questo libro è erroneamente attribuito al Borri che, quando venne stampato, si trovava nelle carceri del S. Ufficio; più ragionevolmente è attribuito a Gregorio Leti.
(12) V. art. cit.
(13) Vedi Bornia, Un monument alchimiquie de Rome, nell’Initiation del giugno 1895 n°9, pp. 224-260.
(14) Gnoli: Roma e i Papi nel ‘600 in «Vita italiana nel Seicento», Treves, Milano 1895, p. 112.
(15) Vedi art. del Bornia già citato.
(16) Bornia, art. cit.
(17) Il codice della Trivulziana, pubblicato dal conte Porro-Lambertenghi in Arc. St. Lomb. 1880, p. 263, citato dal De Castro.
(18) Cantù, Gli Eretici d’Italia, vol. III, Discorso I.
(19) Cantù, libro citato. Notiamo che il Cantù scrive Olao Barch invece di Olao Borich.
(20) De Castro, art. cit.
(21) Ved. Besant, Sapienza Antica, trad. ital, pag. 81, 82, 85.
(22) Quale ministro di Federico III il Borri era stato prodigo col Re di consigli e massime che, come la Chiave del Gabinetto, videro la luce in un volume intitolato: Istruzioni politiche del Cavagliere Giuseppe Francesco Borri milanese date al Re di Danimarca, in Colonia appò Pietro del Martello, 1681. Quest’opera per la sua indole ha poca importanza pel nostro studio; ma dimostra però la versatilità dell’ingegno e la cultura dell’autore.
(23) V. Ademollo, art cit. in «Fanfulla della domenica», 13 giugno 1880.
(24) Gli Eretici d’Italia – Discorso I.
(25) Ademollo, art. cit.
(26) Vedi Gnoli, art. cit. Roma e i Papi nel seicento.
(27) Scrittori medici milanesi. Milano 1878, in art. del De Castro.


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