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Tripied, Del Vetriolo filosofico e della sua preparazione - nota introduttiva, traduzione e note di Massimo Marra

pagina on-line dal 22/04/2012

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L'edizione originale del Du vitriol philosophique et de sa préparation, pubblicato sotto lo pseudonimo di Tripied, uscì nel 1896 per le edizioni Chamuel. Nel 1976 lo scritto è stato ristampato a Milano per le edizioni Archè.

Il testo, pur conservando a tutt'oggi intatto tutto il mistero del suo anonimato, è da considerarsi proveniente da ambienti vicini ai circoli martinisti papusiani (si veda la ripetuta citazione del padre dell'alchimia occultista fin de siècle, Albert Poisson, l'altrettanto indicativo riferimento al chimico-alchimista e romanziere Louis Lucas, tra i riferimenti di Papus; si noti anche l'editore della brochure, Chamuel, pseudonimo di quel Lucien Mauchel (1876-1936), martinista della prima generazione ed allievo di Papus). La rivalutazione di testi spagirici e protomedici minori di dubbio valore ermetico, l'attenzione ad una pratica di laboratorio che cerca, con incerti risultati, di proporsi come chimicamente verosimile, la non sempre riuscita proposta di vecchie o nuove operazioni di laboratorio più o meno simbolicamente leggibili in chiave ermetica, rappresentano la manifestazione precoce di una tendenza dell'alchimia occultista fin de siècle che si perpetrerà, successivamente, nell'Hyperchimie di François Jollivet-Castellot.
Le fonti citate da Tripied sono tutte in francese, ed in maggioranza settecentesche.
Le note a fine testo, quando prive di ogni indicazione ulteriore, sono del testo originale; quando - ed è il caso, in linea di massima, di note bio-bibliografiche - sono seguite dall'indicazione [n.d.t.] debbono intendersi del traduttore.

Traduzione di Massimo Marra ©, tutti i diritti riservati, riproduzione vietata con qualsiasi mezzo e per qualsiasi fine.


TRIPIED
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DEL VETRIOLO FILOSOFICO E DELLA SUA PREPARAZIONE.

PRELIMINARI


Conciliare la profondità delle vedute
teoriche antiche con la giustezza e la
potenza della sperimentazione moderna
(Louis Lucas)

Non comincerò questo studio senza rendere un giusto omaggio alla memoria del compianto Albert Poisson, il cui trattato Teorie e Simboli ha portato la tanto necessaria chiarezza su tutti i libri alchemici dell'antichità. Grazie a lui, ora, si può aprire arditamente qualunque vecchio manoscritto ermetico e, se non penetrare senza indugi nei segreti che i nostri antichi hanno sempre gelosamente custoditi, almeno penetrare il pensiero che li ha guidati e provare a comprendere ciò che hanno voluto dirci coi loro scritti.
Dopo che avrete letto e meditato le differenti opere in vostro possesso riguardanti la "grande opera", qual'è il vostro pensiero dominante? O, se preferite, qual'è la domanda che vi ponete? Se non mi sbaglio, è la seguente: cosa si può voler intendere con questo mercurio dei filosofi di cui si dicono tante meraviglie? È un mito o esiste realmente? E, se esiste, come potrei trovarlo?
È questo, in effetti, il nodo della questione, ed in esso risiede tutto il segreto ermetico.
Secondo tutti gli autori che se ne sono occupati, il mercurio dei filosofi si trova ovunque. Esso è, dicono, in noi stessi, nell'aria che respiriamo, è l'azoth che dà nascita a tutte le cose; il che ci conduce forzatamente a credere che non può essere che la luce astrale d'Éliphas Lévy, il movimento di Louis Lucas, l'od del cavaliere Reichembach, la forza di Turpin. Ma, sempre secondo gli antichi, siccome è di essenza impalpabile ed invisibile, è necessario che, attraverso un certo artificio, l'artigiano lo riduca ad una forma tangibile, e questa forma è ciò che si chiama «la quintessenza». Di conseguenza, per trarlo da non importa qual soggetto, bisogna dunque ottenere la quintessenza stessa del soggetto, e non c'è bisogno di dire che in questa circostanza tale quintessenza non può avere un carattere universale e che sarà sempre determinata nel senso del detto soggetto sul quale si sarà lavorato.
Mi sembra già, in questo momento, vedere alzare le spalle a tutte le persone reputate gravi e sapienti, ed intendere ronzare alle mie orecchie certi qualificativi di cui il minore non può che essere "abstracteur de quintessence" (1).
L'alchimia, in effetti, è una scienza ancora tanto discreditata nella nostra epoca, che, chiunque vi si avventuri, può essere certo di vedere, un giorno o l'altro, sospettate le sue facoltà mentali. Ne volete una prova? Aprite il Larousse e cercate l'articolo Paracelso. Potrete leggere, nel mezzo di apprezzamenti più o meno agrodolci, questa frase superba: «riassumendo, era un folle, a cui la medicina deve semplicemente la sua terapeutica». Qui la parola semplicemente non manca di sapore, e, per conto mio, rimpiango amaramente che non si sia trovato, da quei tempi, qualche folle di questo calibro che riuscisse a fare, sempre per caso naturalmente, qualche nuova scoperta; la medicina moderna, sia detto senza offesa, ne avrebbe potuto trarre qualche profitto. Lo stesso dicasi per tutti gli altri, che essi siano un Oswald Croll (2) o Glauber. Potrete leggere tutta la loro vita, essi hanno brillato di vivo splendore tra i loro contemporanei, ma sempre per un malaugurato caso, sul declinare della loro esistenza, hanno tutti finito per prendere una cattiva strada.
Non importa, non è possibile oggi ad uno spirito non prevenuto, per quanto sia poco illuminato, il credere che tutti i grandi filosofi dell'antichità, i Paracelso, i de Locques, i Glauber e tanti altri, che sarebbe troppo lungo citare, non è possibile, dicevo, credere che tutti questi grandi spiriti siano finiti su una pista falsa e che dopo essere stati il ricettacolo delle conoscenze umane e dei maestri dalla parola indiscutibile, alla fine dei loro giorni, dimenticato tutto il loro sapere, siano potuti cadere - il che appare singolare - nella medesima follia e nella stessa demenza, benché abbiano vissuto in epoche del tutto distinte.
Se dunque è impossibile prestare fede ad una tale aberrazione di spirito che sarebbe stata comune a tutti questi sapienti, siamo naturalmente portati a credere che esista una scienza vera, nascosta, profonda, alla quale sono stati forzatamente condotti questi fedeli scrutatori della natura, che, a forza di veglie e di lavori, hanno infine decifrato l'enigma della sfinge e sono pervenuti a toccare la ricompensa di una intera vita di lavoro e studio.
Ma ritorniamo al nostro argomento.
Per ciò che riguarda i vegetali, è facile a chiunque conosca l'arte spagirica tirarne la quintessenza.
Così de Locques nel suo Rudiment de la Philosophie naturelle (3), Le Crom (4) nelle sue Expériences utiles et curieuses, ci danno la via da seguire; ma, per i minerali, è tutta un'altra operazione più difficile e lunga.
Dal momento che sono generalmente sprovvisti di ogni umidità, c'è bisogno preliminarmente di rammollirli e portarli ad uno stato che sarà il soggetto della nostra opera, e che chiameremo, come tutti gli antichi, col nome di Vetriolo.


DEL VETRIOLO FILOSOFICO.

Anzitutto, esistono due vetrioli, o piuttosto il vetriolo si può presentare sotto due forme: il vetriolo puro ed il vetriolo impuro o grossolano.
Per ben comprendere ciò, dobbiamo ritornare all'origine stessa della scienza ermetica, e non credo di poter far meglio che citare le idee di Paracelso sul puro e l'impuro di ogni sostanza. Secondo lui, in ogni cosa, vi è l'anima della cosa stessa che si chiama "l'Elemento predestinato". Questo elemento predestinato che si compone, sempre secondo lui, di sale, zolfo e mercurio, è come annegato e disperso in una massa formata di flemma e terra morta o dannata, e ci dà così il corpo tal quale lo vediamo. Ne abbiamo un esempio sorprendente nei vegetali. Cosa sono, in effetti, quegli alcaloidi diversi (chinino, aconitina etc.), se non i principi attivi di quei vegetali, i quali, una volta privati di questi principi, restano senza forza e senza azione?
Ora, nel caso del vetriolo, supponiamo che, attraverso l'arte spagirica, venissimo a sopprimere questa flemma e questa terra morta; avremmo così il vetriolo puro. In caso contrario avremmo un vetriolo impuro, e l'opera sarebbe tanto più lunga e difficile quanto più impuro fosse il vetriolo, o quanto minore fosse la quantità dell'elemento predestinato. Infatti è questo vetriolo che è la base dell'opera ermetica, la materia prima dell'arte, il sale che, attraverso una serie di operazioni il cui racconto sarà oggetto di un altro studio, prenderà la forma di mercurio o fuoco segreto, e, per mezzo di una intima unione del volatile col fisso, ci darà lo zolfo, il magnete filosofico che attira lo spirito universale ed il sale armoniaco di Artefio.
Tutti i corpi sono dunque composti di un principio puro e di uno impuro: di conseguenza, i metalli hanno in loro un grano di purezza, pur se seppellito sotto le nere fecce, e, quest'anima non ancora completamente fissata, è il grano puro che l'arte ermetica si propone di cercare ed elevare, nell'arte della trasmutazione, ad una condizione superiore.

DELLA MATERIA PRIMA.


La materia prima è stata perfettamente indicata da Basilio Valentino nel suo rimarchevole simbolo «Visita interira terrae, rectificando invenies occultum lapidem», simbolo le cui prime lettere formano la parola Vitriol.
Il vetriolo è l'inizio dell'opera; ma cos'è il vetriolo?
Saranno i vetrioli blu, bianco o verde, che sono i solfati o copparose della chimica moderna? Secondo Ripley questi sono i vetrioli dei folli, e ciò che in questo momento ci interessa è invece il vetriolo filosofico.
Il vetriolo filosofico d'un metallo si forma quando questo metallo si trova impregnato da una umidità della sua stessa natura, vale a dire da un liquore minerale al quale egli deve la sua nascita e la cui coagulazione e fissazione ha prodotto il metallo stesso, che, per mezzo di questo liquore, si troverà allora in qualche modo retrogradato, o piuttosto, secondo il lessico alchemico, reincrudito.
Prendiamo, ad esempio, l'ordinario solfato di ferro.
L'acido solforico è un liquore minerale ancora troppo lontano dal ferro per costituire una umidità della sua stessa natura, così il vetriolo verde che si trova in commercio non è un vetriolo filosofico. Ma, se attraverso dei processi che indicheremo, arriviamo a rammollire sufficientemente questo composto in modo da farne una pasta che si possa sottomettere a putrefazione, se ne genererà allora un nuovo corpo, nel quale SO4H si sarà riavvicinato al metallo e si troverà cotto per sua stessa fermentazione al punto da essere divenuto identico a ciò che era questo stesso metallo prima della sua coagulazione.
In questo caso, avremo dunque un Vetriolo Marziale; possiamo ottenere nello stesso modo quello di Venere, così come la vera materia tanto celata dagli antichi, che si otteneva da una pirite marziale alluminosa o, più brevemente, da solfato di ferro ed allumina; il che ci vuole insegnare Huginus a Barma, quando ci dice, all'inizio della sua Pratica: «prendete della vera terra ben impregnata dai raggi del sole, della luna e degli altri astri.».
Vediamo ora come si può arrivare a far putrefare questo composto.
Non è senza ragione che gli antichi chimici hanno considerato la putrefazione come la porta del santuario della natura.
È questa, infatti, la responsabile di ogni generazione, distruzione e rigenerazione. Ma, se i vegetali e gli animali putrefanno facilmente, di contro i minerali sono assai difficili da portare a questo stato, ciò nonostante possiamo arrivarci esaminando come la natura opera quando distrugge i minerali o le pietre.
Il calore e l'umidità sono i suoi soli agenti, perché, attraverso una serie di disseccamenti e umidificazioni successive, tutto finisce per spezzarsi, sbriciolarsi ed infine cambiarsi in una specie di pasta o poltiglia.
Fate arroventare al fuoco una pietra, estinguetela in seguito nell'acqua o, per far più presto, nell'acqua salata, ed essa si spezzerà in frammenti: reiterate l'operazione e la pietra finirà per ridursi in uno stato vischioso ed in acqua.
Applichiamo dunque questo procedimento al caso che ci interessa, vale a dire al solfato di ferro e d'allumina, e ridurremo le nostre materie alla consistenza pastosa richiesta per la putrefazione.
De Locques nel suo Rudiment de Philosophie ci dà il seguente procedimento:
«Si metta il vetriolo ad un calore assai moderato o nulla potrà ascendere se non la flemma» vale a dire che bisogna aver cura di non togliere l'acqua di costituzione «e quel tanto che rimane secchi come pietra spugnosa, gli si restituisca la sua flemma, si ridistilli, e tutto ciò per tre volte; alla seconda esso prende il colore di un bel smeraldo, ed alla terza diviene bianco come il burro. Si corrompa questa materia al letame durante quaranta giorni, poi si distilli lo spirito dolce che scende per venule come spirito di vino, poi lo spirito acido che distilla sotto forma di vapori bianchi, ed infine l'olio rosso con una forte espansione di fuoco senza la quale esso non ascende» (pp. 83-84 del 2° libro).
In queste righe de Locques non è stato abbastanza esplicito, il che gli capita, del resto, la maggior parte delle volte. Se si prende alla lettera e si mette il vetriolo tal quale a disseccare non si otterrà nulla di buono, perché quando si riverserà la flemma sul detto vetriolo, esso non si dissolverà affatto, e non sarà che la superficie ad essere attaccata dalle successive umettature e disseccamenti, mentre tutto l'interno della storta o cucurbita resta intatto. Avrete dunque perduto il vostro tempo e le vostre pene, il che mi è capitato la prima volta.
Invece, se dissolvete preliminarmente tutto il vetriolo in acqua distillata e acqua piovana, potrete a ciascuna coobazione ridissolverlo di nuovo, e con ciò bruciare sufficientemente la materia, in modo che nel giro di due o tre operazioni essa finisca per arrivare alla consistenza del burro o gürh; il tutto formerà un pasta omogenea che non avrete più bisogno di sottomettere a purificazione.
Eccoci arrivati all'entrata del Palazzo del Re; abbiamo in nostro possesso il vetriolo rosso, l'adrop, il vetriolo azocato, il leone verde di Ripley la cui preparazione è sempre stata nascosta con gelosa cura. È la sola materia che contenga in sé gli zolfi bianchi e rossi necessari alla pietra. È questo il vetriolo che, sia distillato con il solo salnitro, sia con salnitro e cinabro, ci dà quel mestruo olezzante di cui si parla nella clavicola di Raimondo Lullo, nel Tesoro dei Tesori di Paracelso e nel Composto di Alberto Magno, opere tradotte dal Latino in francese da Albert Poisson.
Questo mestruo puzzolente riduce i metalli nella loro prima materia, vale a dire in vetriolo filosofico, se, allorquando si sono dissolti i metalli (ferro e rame per esempio) si distilla secondo arte, il che vuol dire con piccolo fuoco all'inizio, aumentato poi poco a poco fino a che, alla fine, non divenga forte; si ottiene allora, da questi metalli, un liquore carico di zolfo volatilizzato che può, secondo il linguaggio degli alchimisti, tingere la luna che vi si mette a digerire qualche tempo, facendogli acquisire una buona parte della Corona del Re.
Si realizzerà così la scoperta già incontrata da Tiffereau della trasmutazione dell'argento in oro in modo singolarmente lucroso, grazie all'azione di questi zolfi più materiali e di conseguenza più efficaci dei raggi del sole del Messico, fossero questi anche dieci volte più ardenti.
Ma ritorniamo al nostro argomento.
Tra gli antichi filosofi, numerosi tra loro sono pervenuti al segreto ermetico prima di aver conosciuto questa materia unica; potremmo citare così Le Crom, che ha lasciato un Vade-Mecum molto suggestivo e nel quale egli dà la preparazione del sale dei metalli, che non è altra cosa che il vetriolo quasi puro dei metalli. Non posso fare a meno di riprodurre questa preparazione che si trova nel suo Nouveau traité des dissolutions (5) a pag. 34.
«... Mettete in delle terrine di grès qualche libbra di limatura di ferro, versatevi sopra del buon aceto distillato (6), e lasciate ad infusione la materia, rimestandola tre volte al giorno, fino a che l'aceto non sia ben colorato. Decantate, rimetteteci del nuovo aceto e continuate fino a che non abbiate abbastanza tintura. Se c'è un tempo freddo l'operazione si farà in un luogo un po' scaldato per aiutare la dissoluzione. Filtrate, mettete tutto il vostro aceto colorato in una o due cucurbite di grès piene a metà, e distillerete a sabbia dolcemente, fino alla siccità della materia. Coobate e ridistillate fino a sette volte, in maniera da bruciare la detta materia, in seguito pestatela in un mortaio imbibendola del suo mestruo, poi mettetela in una storta di vetro con l'aceto sopra, che vi galleggi d'un terzo. Distillate con precauzione e per gradi, fino a che non escano più né gocce né vapori. Rettificate tre volte la vostra distillazione per pulirla dalle sue lordure, poi bruciate la terra della nostra storta sul marmo, imbevetela della vostra acqua rettificata tre volte e mettetela in cucurbite di vetro con dell'acqua rettificata in quantità di quattro dita: coprite le cucurbite con altre collimanti, lutate le giunture e fate digerire a bagno di ceneri con un fuoco dolce per quaranta giorni. In seguito decanterete, ed il liquore evaporato vi darà il sale domandato. Lavate bene la materia per trarvi, quanto più possibile, tutto il sale che voi purificherete in seguito attraverso diverse dissoluzioni e filtrazioni nell'acqua piovana. Fate dissolvere di nuovo nell'acquavite per completare una buona purificazione del sale e fate evaporare a bagno maria.
Mettete questo sale in una storta di vetro ben lutato, e distillate a sabbia con un fuoco graduato fino a che non ne esca più nulla.
Rettificate il liquore che ne sarà uscito in una cucurbita di forma allungata: ne uscirà dapprima uno spirito sottile che non si attacca al capitello; quando vedrete che il liquore comincia ad attaccarvisi, cambiate recipiente ed avrete l'olio.».
Le Crom è il solo autore che io conosca che sia andato così lontano in una dimostrazione chiara e netta della materia prima, e non solo ci indica la maniera di ottenere un vetriolo pressoché puro, ma ci mette anche sulla via della trasmutazione che, per suo mezzo, si può facilmente operare.
Così, questo sale proiettato sullo stagno fino d'Inghilterra, dopo un'ora e mezzo di fusione in crogiolo ed una buona cottura d'una mezza ora all'incirca dopo la proiezione, rimescolando tutto vigorosamente, ci darà, dopo il raffreddamento nel fondo del crogiolo, una culatta che non sarà più di stagno perchè sarà cambiata in buonissimo argento.
«Che si faccia digerire - dice ancora - a fuoco dolce di ceneri tre parti del secondo liquore, ovvero l'olio, con una parte di argento fino dissoluto dall'acqua forte, precipitato per il rame e ben lavato e seccato; che si digerisca quest'argento fino a che abbia acquisito il colore del carbone, o piuttosto di un oro di partizione; che si separi questa calce nera dalla sua acqua versando il tutto in un filtro. Una volta seccata questa calce, la si metta in crogiolo, si troverà del buon oro per il peso dell'argento impiegato».
In più, questo sale di Marte è un medicamento che, sembra, non è da disdegnare, perché dodici o quindici grani fusi in una pinta di acqua di fiume, ci danno, sempre secondo lui, un'acqua minerale che agisce attraverso le urine ed il sudore, che ha azione molto efficace su molte gravi malattie.
L'aceto, per ritornare al nostro soggetto, è, in effetti, ciò che si potrebbe chiamare il grande agente dell'alchimia; siccome è un composto di zolfo e di mercurio, esso si insinua nel corpo dei metalli, si lega principalmente al loro mercurio ed al loro zolfo, e, sotto l'effetto della fermentazione, li rammollisce cambiandoli completamente nella loro propria natura (7).
In un vecchio manoscritto attribuito a de Bremens si trova una preparazione di quintessenze di piombo ottenute trattando il litargirio con l'aceto distillato. L'acetato di piombo così ottenuto in massa pastosa, dopo evaporazione, è messo a fermentare due o tre mesi, ed alla fine di questo periodo il tutto è precipitato in cristalli che si risciolgono e si fanno poi ricristallizzare. Si ha così un vetriolo di aspetto brillante e quasi madreperlaceo, le cui proprietà sono tutt'altre da quelle dell'acetato di piombo volgare.
Ma nella nostra chimica attuale l'acetato di potassio che si chiama anche Arcano del Tartaro, tartaro rigenerato, non è anche un vero vetriolo, quantunque molto impuro? Si può dire in effetti che l'aceto sia un liquido estraneo al sale di tartaro, volgarmente carbonato di potassio, poiché il vino che dà luogo all'aceto è il primo stato nel quale si è da principio trovato il tartaro, o pietra di vino, che si deposita per concrezione e che, in seguito calcinato, dà il sale di tartaro. Dunque, l'unione semplice di un fisso, come nel nostro esempio il carbonato di potassio, con una umidità della sua propria natura, come l'aceto, deve dare un vetriolo senza che sia necessario di farli passare preliminarmente per la fermentazione o putrefazione.
Distilliamo questo sale dopo averlo però evaporato fino a siccità e trasformato in una massa lamellare (terra foliata di tartaro degli antichi), scaldiamo fino al rosso scuro, ed otteniamo un liquido rosso nerastro che, rettificato per separarlo dai prodotti impuri ed empireumatici, ci dà l'acetone, o spirito del corpo, e l'olio, o anima, le cui porzioni più leggere che evaporano tra i 120° e i 150°, hanno già occupato i chimici sotto il nome di dumasina; spirito ed olio si avranno perfettamente purificati combinandoli con i bi-solfiti alcalini. Non ho bisogno di aggiungere che occorre ripetere sovente questa distillazione, se si vuole ottenere una quantità apprezzabile di liquido, perché, nel caso di un vetriolo impuro, solo la porzione pura può dare qualcosa, ed questa non si trova in quantità se non nella proporzione di una parte su venti; oltre ciò, ogni vetriolo, nella distillazione, si decompone in fisso, che rimane nella storta, e volatile, che passa nel recipiente.
Nel nostro caso, il residuo della distillazione non è altro che una mescolanza di sale di tartaro primitivo con il carbone. Ho detto in precedenza che l'acetato di potassio era un vetriolo molto impuro; avete osservato quanto avviene quando, disseccato allo stato lamellare, lo scaldate fino allo stato liquido? Questo liquore è allora completamente nerastro; raffreddata e pestata in mortaio di marmo scaldato, la massa mostra una bianchezza da argento fino, ma ogni volta che ridiviene liquida essa riprende la sua colorazione nera, il che non succederebbe certamente se essa non fosse composta che di porzioni pure.
Prendete questa massa bianca dopo averla frantumata, mettetela ancora calda in un flacone abbastanza grande e versatevi sopra una quantità abbastanza grande del suo spirito, che è l'acetone. Fate digerire ventiquattro ore in un luogo caldo, scuotendo di tanto in tanto, e decantate; rimettete del nuovo acetone e continuate questa operazione.
Alla fine vi resterà una melma liquida nerastra che rappresenta la maggior parte della flemma e della terra morta di questo corpo, essendo stato il puro, sebbene ancora accompagnato da parecchia impurità, portato via poco a poco dallo spirito.
Ci si può rendere conto di ciò al momento delle decantazioni; così, quando avrete prelevato il vostro flacone dopo la digestione, in cui lo avrete scaldato dolcemente, mettetelo in un angolo fresco, e vedrete, nel giro di qualche tempo, formarsi dei sottili aghi trasparenti come il ghiaccio puro, attaccarsi alle pareti del vostro vaso. Ma devo ammettere che mi è stato impossibile isolarli, perché essi finiscono per dissolversi e sciogliersi nell'acetone fino a decomporsi nella distillazione.
Vedendo ciò ricominciai in un altro modo.
Misi in una gran bacinella due o tre chili di carbonato di potassio bianco e secco e vi versai su del buon aceto di vino, senza alcuna mescolanza di acido acetico.
Passata l'effervescenza, feci evaporare in un liquido bruno ed assai spesso che racchiusi in vasi di grès con copertura ben lutata, e misi a fermentare per due o tre mesi circa nel letame. Alla fine di questo periodo, il contenuto di questi vasi era evaporato e restava un miele denso; per raffreddamento ottenni una pasta bruna e striata, come costellata di fini cristalli molto brillanti e trasparenti, che stavolta non potevano essere che le porzioni pure del sale separate per putrefazione dalle porzioni morte ed impure.
La difficoltà era di toglierli da questa massa per isolarli; vi sono arrivato, benché imperfettamente, agitandola con l'acetone e subito decantandola. Ho ottenuto per questa via una certa quantità di questi bei cristalli, malgrado la necessaria perdita risultante dal rammollimento di questo sale a contatto col suo spirito nell'acetone; dopo la distillazione dell'acetone, colava nel recipiente un composto oleoso che, secondo me, non poteva essere che un mercurio, il mercurio di questo corpo, o, parlando in termini alchemici, un vero spirito di tartaro che, attraverso una nuova distillazione, si può ottenere puro e limpido.
Poiché siamo ora al sale di tartaro, profitteremo dell'occasione per ricordare che questo sale è sempre stato in grande onore preso gli antichi filosofi. Sul soggetto così si esprime Van Helmont: «se non potete aspirare a scoprire questo segreto del fuoco, - dice egli parlando del mercurio filosofico - apprendete almeno a volatilizzare il sale di tartaro, per fare per suo mezzo le vostre dissoluzioni».
Volatilizzare il sale di tartaro è facile a dirsi, ma come si fa?
Ho trovato, qualche tempo fa, alla libreria Chacornac, un libretto intitolato Suite de l'Alkaest del signor Jean de Pelletier di Rouen, 1706 (8), in cui si trovano «rivelato diversi luoghi delle opere di George Starkey, discepolo del Philalete, ed in cui si scopre la maniera di volatilizzare gli alcali, e di prepararne dei rimedi eccellenti, simili a quelli che si possono preparare con l'alkaest».
... Dopo aver mostrato, a pag. 60, «che il sale in generale, a parlare filosoficamente, nell'azione della furia di Vulcano, si impadronisce dello zolfo suo vicino, e poiché essi erano già in precedenza entrambi volatili, si fondono insieme e si fissano in un corpo alcali», questo autore aggiunge: «da ciò discende che gli alcali sono facilmente volatilizzati, la loro generazione non precedendo affatto da principi seminali, e non essendo che una simulazione volontaria del sale e dello zolfo, simulazione che il composto prende per meglio resistere alla violenza del fuoco». E più oltre: «ogni alcali può dunque essere reso volatile in diverse maniere che, tutte, producono eccellenti rimedi, ma la minore di tutte è quella che si ottiene con oli tratti per spremitura. Questi oli bolliti in liscive d'alcali sono un sapone, e questo sapone contiene poco sale volatile. Gli oli essenziali, a causa della loro volatilità, non si possono bollire con le liscivie, ma c'è una via più segreta, attraverso la quale questi oli ed il sale di tartaro sono ridotti non in sapone, ma in un sale volatile in forma di zucchero candito, che si discioglie in acqua ed in vino. Ora, tra tutti i Sali fissi, non ve ne sono di maggior virtù del sale di tartaro, e tra tutti gli oli, nessuno è più detergente dell'olio essenziale di terebentina, che è un olio chiaro, penetrante e, per sua natura, molto diuretico.
Ma notate che facendo il sale volatile con un olio essenziale, allorquando la digestione è perfetta ed esso si dissolve nell'acqua senza alcuna oleoginosità o grasso residuo, questa acqua sembra un vero spirito che, ciò nonostante, non è spirito di tartaro; infatti quest'acqua, essendo conservata, manterrà il suo gusto forte fino a che non ne rimane più che del sale, ed allora, se si riversa dell'acqua su questo sale, quest'acqua ottenuta di nuovo non avrà più gusto, e passerà in distillazione senza odore.
Ora, è questa sorta di sale che si deve distillare o sublimare, se si vuol ottenere lo spirito che Paracelso e Van Helmont hanno tanto apprezzato.
Ecco la maniera d'operare, che si trova alla fine del libro, a pag 177:
«Parti uguali di buon salnitro e di tartaro bianco: pigiateli molto minutamente a parte, setacciate, mescolate e fate detonare in un crogiolo, versandoli con un cucchiaio e ed accendendoli con carbone ardente. Resterà un sale bianco che prenderete caldo, pesterete grossolanamente e metterete in un vaso di terraglia a bocca larga e che abbia un coperchio; versateci sopra del buon olio di terebentina fin o all'altezza di due dita, stando bene attenti che questo sale, quando verserete l'olio, non prenda umidità, nel qual caso non avverrà l'unione. È per questo che bisogna che il sale sia ancora caldo quando lo si pesta e lo si imbeve d'olio.
Bisogna agitare questa materia due o tre volte al giorno con una spatola di bosso, tenere il vaso coperto in un luogo tiepido, ed aggiungervi olio a misura che quello che si è messo all'inizio diminuisca. Si continui questo lavoro per sei mesi, o fino a quando il sale non sia aperto, che abbia assorbito due o tre volte il suo peso in olio ed abbia preso al forma di sapone o grasso che, disseccato e dissolto nell'acqua, darà, per evaporazione, il sale volatile o vetriolo di tartaro desiderato.».
Questo sale, per distillazione secca, ci fornirà in seguito lo spirito di tartaro, il quale, aggiunto al suo sale fisso, compie tante meraviglie, secondo de Locques nel suo Rudiment de philosophie naturelle, quando parla di ottenere la "Quintessenza di tartaro".
Ci arresteremo qui per non uscire dai limiti che ci siamo dati, non volendo parlare in quest'opera che del solo Vetriolo filosofico.

SECONDA PARTE

Sin qui ci siamo occupati di ciò che gli antichi definivano la via umida; ma ce n'è un'altra che si chiama via secca e che è stata seguita da Geber e da qualche filosofo arabo come Avicenna, etc..
Contentiamoci di dire che l'opera della Pietra può indifferentemente cominciarsi per l'una o l'altra via, benché per il seguito, queste due vie devono essere considerate alternative, come ci è stato ben detto da Eliphas Levy nella sua filosofia ermetica.
Abbiamo visto nei precedenti capitoli che l'ottenimento del vetriolo per via umida è abbastanza facile anche se, d'altra parte, l'opera è un po' lunga; ma la via secca - ben più corta, è vero - è perciò stesso più difficile e necessita di un laboratorio e di una attrezzatura dispendiosa che non si può trovare alla portata di tutti.
Essa consiste nel calcinare la materia, in modo che di tutte le fecce, ridotte in cenere, non ne resti che un grano, principio puro che resiste al fuoco essendo della sua stessa natura, incombustibile come l'amianto e che, a forza di calcinazioni, finisce per risolversi completamente quando, in seguito è trattato con l'acqua. È di questa operazione che parla Hermes quando dice rex ab igne veniet, ac conjugio gaudebit, ac res occulta patebunt.
Si vede dunque che non si tratta che d'essere attrezzati ed assistiti, per poi, dopo qualche saggio e brancolamento, poter riuscire abbastanza facilmente. Ma non bisogna dimenticare, secondo il signor di Nuysement «di reiterare le calcinazioni e queste liscivie, perché se si vuole arrivarvi attraverso una sola e continua calcinazione, possono succedere due cose: o che la forza delle fiamme sublima e costringe alla fuga la parte migliore di ciò che si cerca, o che questo grano o principio puro si vetrifica con le fecce; invece la reiterazione delle calcinazioni e soluzioni provoca due benefici: l'uno è che la cosa calcinata acquisisce, per assuefazione al fuoco, una sottigliezza e permanenza singolari; l'altro è che ciò che sovente è disciolto acquisisce penetrazione di impronta rapida, sottile e di potente virtù. Tali sono le vie ordinarie per trarre le sostanze pure dai loro escrementi corrompenti, e per elevarle dalla pesanti densità terrestri alla purezza ignea».
Ecco un processo che si trova abbastanza lungamente descritto nel Discours Philosophique di Sabine Stuart de Chevalier, a pag. 167.
«Dopo aver riconosciuto la materia della pietra, bisogna pestarla in mortaio per facilitarne la calcinazione. Si può, senza timore, calcinarla al forno di riverbero ed anche in un forno di vetro, perché la materia della pietra è come la salamandra che non teme il fuoco.
Traete in seguito il sale fisso dalla calce lisciviando, fate bollire la liscivia fino a ridurla della metà, riempite il vaso con pari quantità di liscivia e fate ancora bollire fino a ridurla della metà; bisogna ripetere questa operazione - di calcinazione e lisciviazione, suppongo dica l'autrice - fino a otto volte». Bisogna mettere ogni volta da parte i cristalli formati per raffreddamento, che sono il sale sciolto in acqua, o vetriolo, e ricalcinare solo le parti fisse che si dispongono sul fondo del vaso.
«Dopo di ciò - dice l'autrice - avrete un sale perfetto, quello che i filosofi chiamano acqua che non bagna le mani; senza tale acqua nulla potrebbe crescere al mondo. Ecco uno dei più grandi segreti dei filosofi, ecco lo spirito universale corporificato di cui ci si può servire per guarire le malattie più pericolose.
Questo solo sale preparato, è il vero sale della terra, che agli occhi, non sembra che un'unica e sola sostanza, ma che ne contiene invece tre differenti con i quattro elementi.
1° Esso contiene anzitutto uno spirito volatile e fisso al contempo, benché non sia che di natura intermedia.
2° Esso contiene una sale ammoniaco o volatile.
3° Esso racchiude una sostanza salina, fissa, alcalina. Ecco ciò che è contenuto nel sale dei filosofi.».
Crollius nella sua Chimica Reale, indica allo stesso modo il mezzo di trarre il vetriolo da Marte e Venere. Quando questi metalli sono stati ben calcinati a differenti riprese con lo zolfo, egli li tratta con acqua piovana o rugiada, nella quale il seme puro si scioglie e dà, per evaporazione, un vetriolo. Rinvio il lettore al suo libro per più ampi chiarimenti.
In questi due esempi, si è potuto notare che il principio puro necessita di una lisciviazione completa con l'acqua piovana o la rugiada, e la ragione è che in queste due acque si trovano, in grande quantità, lo spirito universale o il movimento diffuso di Louis Lucas, il quale, incontrando con questa operazione non solo un magnete, ma un matrice pura, vi si insinua e vi si incorpora con la necessaria umidità, e del grano fisso ne fa un vetriolo, il che si vede facilmente attraverso ulteriore distillazione.
De Respour, nel suo Rares expériences sur l'esprit minéral (9), ci fornisce il seguente procedimento: egli anzitutto tratta lo zinco con l'antimonio, poi, continuando a scaldarlo, sublima questo zinco, che si cambia allora in ossido o pompholiz, o fiore di zinco, che egli preleva con una spatola di ferro dal forno, a misura che si produce, e che chiama « cenere metallica dello zinco d'antimonio ».
«Mettete poi - egli dice - una parte di ceneri metalliche con due parti di salnitro puro in un vaso di terra, che metterete al fuoco per lo spazio di dodici ore, rimestando qualche volta con un bastone quando vedrete gonfiarsi la materia: bisogna che il calore sia tale che il vaso non divenga per nulla rovente.
Avendo lasciata raffreddare la materia, rompete il vaso e riducete la massa in polvere grossolana, poi riempitene dei crogioli che metterete, uno dopo l'altro, sul fuoco, e farete il fuoco più forte che potete. Quando vedrete che il crogiolo comincerà a vetrificarsi, levate il piccolo coperchio e guardate se la materia è di color di porpora, cosa che si manifesterà quando la materia sarà come offuscata per mancanza di fuoco; l'altro segno è che, poco prima, vi apparirà sopra una bella stella. Ritirate subito il vostro crogiolo per tema che, avendo oltrepassato il momento necessario, lo spirito mercuriale non sfugga in forma di fumo, ed in modo che, posto fuori dal fuoco, esso cessi di esalare; se dovesse esalare, la materia rimarrebbe d'un colore grigio, e non potrebbe prodursi in sostituzione alcun altro spirito: a voi il riuscire in questa operazione, che non è poi difficile.
Quando avrete ritirato dal forno la vostra materia ed essa sarà raffreddata, avrà il colore di lacca scurita che dà sul porpora; questa operazione io l'ho compiuta in un'ora, ma i moderni non ne vengono a capo che in tre ore.
Essi hanno denominato questo prodotto salnitro rosso: non sta a voi che di sperimentare ciò che gli antichi ne hanno detto, poiché ora sapete produrlo. Lo si lascia dissolvere da solo, se si vuole, ed in questo modo si separa dalle fecce in forma di gomma; quando questa gomma, dopo la sua separazione, si congiunge ad un'altra gomma, ossia a quella del Sole, allora esse divengono come acqua corrente sotto lo splendore metallico: questa gomma è anche chiamata ambra, a causa della sua virtù attrattiva dello zolfo corporale, o sapone, poiché pulisce i corpi, e sperma, a causa del suo odore. La si è anche chiamata vetriolo, volendo dire vitri-oleum o olio di vetro, poiché essa si ottiene, come vi ho mostrato, per fuoco di vetrificazione.
«Dopo che il crogiolo, vetrificandosi, si è raffreddato, la materia appare come una rosa avviluppata da foglie verdi, ed a causa di ciò è stata chiamata rosa.
Il sale che se ne trae con acqua comune ha innumerevoli virtù: esso volatilizza tutto ciò che è fisso e fissa tutto ciò che è volatile; esso elimina il veleno tanto del sublimato quanto dell'arsenico e di ogni altra cosa pericolosa. Ridotto, nel modo che apprenderete in seguito, esso dissolve l'oro e l'argento come l'acqua calda scioglie il ghiaccio, senza alcun rumore o alcuna combustione, risalendo per l'alambicco. In breve, compie tante belle cose che i libi di chimica sono pieni dei suoi effetti.»
Infine, de Locques, nel suo Rudiment, parla anche della maniera di portare il carbonato di potassio o sale di tartaro allo stato di vetriolo per via secca.
«Se esporrete - egli dice - il tartaro ai raggi del sole durante il giorno, ed ai raggi della luna durante la notte, esso si coagulerà e risolverà più volte, pervenendo ad un così alto grado di penetrazione e sottigliezza, che nulla si può immaginare di più prezioso in ragione della sua incredibile virtù...».
Ma è, questa, un'esperienza, che io lascerò di gran cuore a coloro che vorranno provarla.


TERZA PARTE.

Ho riportato pressappoco tutto ciò che ho potuto riunire presso i filosofi al riguardo del vetriolo o materia prima, e si può vedere, attraverso queste diverse citazioni, che, col giusto tempo, con molta pazienza e cura, si può certamente arrivare a procurarsene una notevole quantità.
Ho anche parlato, in precedenza, del mestruo puzzolente e di un'acqua forte che cambiano l'argento in oro, e non posso meglio chiudere questo studio che indicando il procedimento per procurarseli., Resta ben inteso che per queste operazioni bisogna servirsi di vetrioli metallici, non potendo, i vetrioli di tartaro, esserci di alcuna utilità.

Estratti d'un manoscritto intitolato
Della vera conoscenza della natura e della ricerca dei suoi segreti.
1° Fissazione della luna, verità preziosa.
Prendete:
Vetriolo romano rubificato 4 libbre
Sale di nitro raffinato 6 libbre
Allume di piume deflemmato 1 libbra
Allume di rocca deflemmato 1 libbra

Fate di queste materie un'acqua forte, avendo cura di sigillare bene le giunture della storta con il recipiente, affinché gli spiriti non evaporino.
Non ho bisogno di aggiungere che il recipiente deve essere largo, ed il fuoco regolato in modo assai dolce al principio, deve insensibilmente aumentare durante tutto il corso dell'operazione, per divenire, alla fine, forte. Per quanto riguarda il vetriolo, si conosce il modo di prepararlo; per l'allume di piuma, invece, allume a base di magnesio ed ossido di ferro, se non si riuscirà a procurarsene, lo si rimpiazzerà semplicemente con allume di rocca, sempre ben deflemmato, ovvero sbarazzato da tutti i suoi equivalenti d'acqua di cristallizzazione.
In seguito, una volta ottenuta l'acqua forte, prendete:


Antimonio minerale macinato 1 oncia
Mattone rosse pestato 1 oncia
Verderame (acetato di rame) 1 oncia
Cinabro comune 1 oncia
Arsenico 2 once

il tutto ben pestato, ed incorporateli insieme.
Metteteli in una storta ed aggiungetevi la suddetta acqua forte, distillate una sola volta dando, alla fine, quattro ore di gran fuoco di fiamma; in seguito mettete su ciascuna oncia di questa acqua ventitre grani d'argento.
Lasciate sedimentare, versate la parte limpida per inclinazione, e per questa via la vostra acqua sarà purgata e deflemmata; in seguito dissecate la calce di luna e fondetela.
Prendete un marco d'argento (10), che è otto once, e tre marchi d'acqua forte comune (acido azotico ordinario), fate scogliere, in seguito fate evaporare i due terzi, ed ad una libbra dell'acqua suddetta aggiungete le otto once di luna dissolta, e mettete questo miscuglio in un matraccio sormontato da un'altro al contrario; lutate bene e poi mettete al fornello con sotto una lampada a cinque fili per trenta giorni; vedrete al fondo del matraccio la quarta parte dell'argento cadere in pagliette d'oro a 24 carati.
Prendete quest'oro ed aggiungetevi altrettanto peso di luna, che in precedenza avrete dissolto, lutate come la prima volta con bande di carta sgrossata, vescica di bue e luto di sapienza, e rimettete a fuoco di lampada per trenta giorni come sopra; in questo modo tutti i mesi avrete, per ciascuna libbra d'argento, quattro once di oro fino, e ciò è vero e ben sperimentato.
Questo fuoco di lampada deve essere in un vaso che gli serva da torre con qualche foro per respirare e per dare aria al fuoco di lampada; tale fuoco deve essere continuo e senza interruzione. La torre, o vaso, in cui ci sarà il matraccio, deve essere provvista di un coperchio che copra il tutto, ed il matraccio dovrà essere su di un treppiede di terracotta, con la lampada al di sotto.
In questo modo si possono moltiplicare i fornelli ed i matracci come sopra, in modo da fare una libbra d'oro al giorno, avendo la possibilità di rimanere sul posto per operare. È, a tutta prova, una miniera eterna. Quando la suddetta acqua si indebolisce, si deve rinforzare col procedimento descritto, con antimonio, mattone rosso etc., perché lavorando l'argento essa si debilita e si affatica.
Bisogna fare molta attenzione a fare le cose esattamente. Per fare l'acqua forte senza inconvenienti, bisogna dividere la materia in maniera da farne sei storte, si metteranno due libbre di materia sola in ciascuna storta, come ho fatto io. Quest'acqua si ottiene nello stesso modo dell'acqua forte ordinaria, ed alla fine, allorquando non si distilla più nulla, date per quattro ore fuoco di fiamma violento.
Quando avrete terminato quest'acqua graduatoria, per non fallire, fate come segue:
prendete una libbra di argento di coppella in graniglia, fatela dissolver in acqua forte ordinaria, una volta dissolta, evaporate le due parti dell'acqua per alambicco coperto, affinché gli spiriti non evaporino e quest'acqua possa in seguito servire ancora; dopo che sia evaporata toglietela dal fuoco e lasciate raffreddare dodici ore; la vostra luna sarà precipitata in cristalli; allora mettetela sull'acqua graduatoria che avrete preparato, e subito l'argento si metterà a lavorare nel modo descritto nella ricetta, e troverete la verità.
Se si volesse fare una più grande quantità d'oro, bisognerà arrossire il vetriolo romano come segue:
prendete la quantità di vetriolo romano che volete, sempre dopo averla rammollita e putrefatta, e mettetela in un orinale di terra che resista al fuoco, col suo coperchio e recipiente ben lutato. Gli darete lento fuoco di distillazione, e ne sortirà una quantità di acqua comprendente spirito ed olio; allorquando il vetriolo nell'orinale sarà in forma di calce, arrestate la vostra distillazione e rimetteteci sopra la sua acqua, distillando tante volte e coobando fino a quando il vetriolo non emetta più acqua e sia divenuto bianco. Allora aumentate di un grado il fuoco, ed esso diverrà tutto rosso: è il vetriolo rosso e rubificato. Toglietelo dall'orinale per servirvene e fare la vostra acqua, nel modo descritto in precedenza. Tutte le volte che rimettete l'acqua sul vetriolo, rimestate con un bastone per incorporarla bene. Si potrà anche trarre del sale dalle fecce dell'acqua forte, e con questo cementare la luna due o tre volte, ventiquattro ore per volta, ed in questo modo il sale addolcirà l'argento, il quale così preparato deve essere disciolto nell'acqua graduatoria fatta con il vetriolo preparato come si è detto; in questo modo avrete, in luogo di due once e mezzo d'oro per libbra d'argento, cinque once di oro perfetto ad ogni prova; soprattutto, badate a che l'allume di rocca di cui ci si serve sia ben flemmato; in questo modo arriverete al compimento di questo gran segreto.

2° opera lucrativa (manoscritto Mahot)
Prendete:
Vetriolo rubificato 4 libbre
Salnitro 3 libbre
Cinabro 250 gr.
Sale ammoniaco 250 gr.

Distillate in una storta a collo corto e largo, ad un fuoco lento di distillazione che aumenterete secondo arte, in un largo recipiente.
In quest'acqua forte, fate disciogliere dell'argento e, attraverso un orinale, distillate gli spiriti della detta acqua, ma non fino alla siccità della materia; coobate questi spiriti sulla materia dell'argento nel medesimo orinale come sopra, per distillazione, tre o quattro volte, ed all'ultima distillerete alla siccità della materia; quando la materia sarà ben secca, la pesterete e la laverete tre volte per edulcorarla, poi la seccherete, ricomincerete dall'inizio ed avrete una gran quantità di oro fino


3 - ACQUA CHE RISCHIARA LA NOTTE E CHE TINGE LA LUNA IN ORO

Tirate da un buon vetriolo lo spirito e l'olio, poi calcinate bene il caput mortuum, e traetene il sale con aceto distillato secondo arte; dissecatelo e polverizzatelo: in seguito, ripassateci sopra lo spirito e l'olio tante volte bruciando e ridistillando fortemente alla fine, che tutto il sale passi in acqua e liquore. Si mettono all'inizio 10 parti di volatile su di una parte di fisso, poi, quando tutto è distillato, si ricomincia allo stesso modo con dieci parti su una, fino a che tutto il fisso sia rimosso dal volatile. Quest'acqua rischiara la notte come una candela accesa, e se cocete in essa la calce della luna, allora la tingerà e fisserà in oro, ed allo stesso modo essa fissa l'amalgama e produce mercurio ed argento.
Tutte le volte che si dice: "prendete del vetriolo", resta ben inteso che non si tratta che del vetriolo di cui abbiamo dato la preparazione secondo de Locques; solfato di ferro, ad esempio, preliminarmente ridotto in burro ed in seguito sottoposto a putrefazione.
Per vetriolo romano, secondo Chambon nel suo Traité des metaux (11), si intende un vetriolo pietroso che si trova talvolta nelle miniere, il quale colpito da acciaio, produce del fuoco come la pietra focaia.
Ve ne è in quantità considerevole nelle miniere d'oro d'Ungheria, e quando si incontra di questo vetriolo nelle miniere, ciò è di buon presagio. Questo vetriolo si chiama romano non perché provenga ancora da Roma o dal suo territorio, ma per la sua eccellenza tra gli altri vetrioli. I filosofi l'hanno pure chiamato Usnea (Chambon).
Non ho bisogno di aggiungere che, nel caso in cui si dovesse pervenire a procurarsene, bisognerebbe sempre sottoporlo alla stessa preparazione del vetriolo comune o vetriolo verde, le cui proprietà, benché inferiori, non lo sono che di poco, e che ha almeno l'enorme vantaggio di essere sempre a portata di mano.


ESTRATTI DA LA NATURE DEVOILÉ

La salsezza è il principio ed il fondamento di ogni coagulazione. Nella terra è la cosa più prossima da poter essere convertita in pietra preziosa. Essendo così lo spirito d'una natura salina spermatica, esso è disposto, benché volatile, a coagularsi, e bisogna ben comprendere che l'acidità è lo spirito, o semenza universale che, attraverso la putrefazione e la fermentazione, ha preso una natura salina e coagulante.
I minerali traggono dunque origine dalla parti più fisse dello sperma universale, vale a dire dal salnitro e dal sale, e specialmente dai vapori corrosivi spiritosi di questi due, quando siano fortemente fermentati; in un parola, essi vengono dallo spirito del nitro e da quello del sale mescolati, che attaccano con violenza la terra mutata in pietra, la corrodono e ne fanno un gürth vitriolico o alluminoso.
Così come i minerali sono nati dallo sperma universale più fisso e spiritoso, bisogna anche che per la semenza o per lo spirito di nitro o sale, ciascuno si risolva e si riduca, secondo il suo grado, in un sale essenziale o vetriolo, e questo poi si risolva in vapore o in acqua corrosiva.
Questa acqua corrosiva è la chiave principale di ogni fortezza; così si deve sempre avere una buona quantità di spirito di vetriolo ed allume, perché essi sono l'umido minerale per tutti gli astri, rossi e bianchi. Gli antichi, saggiamente e con ragione, hanno posto il salnitro a fianco del vetriolo per acuire il vetriolo attraverso il salnitro, affinché meglio penetri i soggetti minerali; essi hanno tratto dal salnitro e dal vetriolo, per distillazione, un mestruo universale per il regime minerale. Per suo mezzo i metalli divengono volatili e per distillazione vi si sciolgono.
Questo mestruo, ordinariamente, è fatto da vetriolo e da una o due parti di salnitro. Dopo che si è calcinato il vetriolo, lo si mescola con il salnitro crudo, e se ne distilla un'acqua forte che fa il medesimo effetto, in qualunque maniera la si componga; ma questo non è un buon metodo, ed ecco perché: allorquando il salnitro è congiunto al vetriolo nel calore, il vetriolo, che ha uno zolfo bruciante, è contrario al salnitro, e ne scaccia prontamente lo spirito prima che esso abbia potuto ben attaccare e sciogliere il vetriolo. In questo modo lo spirito di nitro cola nel recipiente, e non porta con sé che una piccola parte dello zolfo vetriolico più volatile di cui anche l'acqua forte conserva l'odore fetido, e ciò che resta è vetriolo fissato, nel quantitativo che salnitro e fuoco hanno potuto produrre.
Il vero metodo è questo. Fate all'inizio uno spirito di nitro ordinario (A 205 HO); prendetene una libbra, versategli sopra una libbra di vetriolo puro (12) e calcinate a bianchezza (non rubificate, calcinate solamente fino al bianco); prendete ciò che avete ottenuto e mettetelo in una storta, e distillatene l'acqua forte alla sabbia, per gradi lenti, e solo fino al terzo grado, affinché il vetriolo non si calcini. Perché se voi distillate l'acqua forte violentemente sopra il vetriolo, invece di dissolvere il vetriolo lo fisserete. Quando l'acqua forte sarà finita, aggiungete ancora una libbra di nuova acqua forte, e versate il tutto sul vetriolo rimasto nella storta; fateli disciogliere e digerire insieme un giorno ed una notte; in seguito distillate lentamente e solo fino alla terza parte; il vetriolo rimarrà al fondo come del burro, grasso come olio. Esso è allora un gürth minerale, rigenerato e spiritualizzato, che bisogna ridurre in vapore liquoroso se si vuole che possa risolvere le cose della sua natura.
Riprendete l'acqua forte che è colata, aggiungetevi ancora un libbra di nuova acqua forte, di modo che vi siano in tutto tre libbre di acqua forte insieme ad una libbra di vetriolo; fateli sciogliere insieme e digerire di nuovo un giorno ed una notte: distillate in seguito ancora lentamente per gradi, e vedrete passare con l'acqua forte la maggior parte del vetriolo assai spiritualizzato; bisogna recoobare fino a che non passi interamente e più nulla resti al fondo della storta; allora si ripeterà il passaggio, senza ulteriori addizioni, una o due volte, e così si avrà il vero mestruo radicale, adatto a ridurre tutti gli astri rossi e bianchi nella loro prima materia, ed a renderli a sé simili.
Ma prima ogni metallo o minerale, essendo passato per il fuoco, deve essere specificamente preparato, e perciò bisogna rendergli i principi che gli sono stati tolti. Così prima, l'oro si calcina con lo zolfo, l'arsenico e l'antimonio; e la calce che se ne ottiene si scioglie facilmente col detto mestruo.
L'argento, il rame, il piombo ed il ferro, così come la miniera di stagno (13), si calcinano collo zolfo e si sciolgono con lo stesso mestruo, come anche il mercurio sublimato con zolfo e sale comune. Allo stesso modo vi si risolve il vetriolo. Anche l'antimonio ben mescolato con lo zolfo, al fuoco, fino a che lo zolfo sia bruciato, si scioglie nel medesimo mestruo.
Prendiamo ora, per esempio, una miniera, quella che vorrete, ed dopo averla polverizzata, fatela arrossire in un crogiolo con un fuoco più o meno forte, a seconda della sua fissità.
Quando sarà arrossita, aspergetela con una quantità di zolfo comune; mescolate bene l'insieme con un filo di ferro fino a quando lo zolfo non sia tutto bruciato: allora la miniera è pronta ad essere disciolta nel mestruo.
Prendete allora di questa miniera così preparata una parte e mettetela in un alambicco; versateci sopra tre parti del suddetto mestruo, e dirigete l'opera a fuoco di cenere; versate dolcemente, per inclinazione, ciò che è più chiaro e sciolto, e su ciò che non lo è versate ancora il triplo del suo peso in mestruo e fate digerire fino a che tutto sia sciolto e divenuto liquido chiaro. Allora la miniera è nel suo primo stato; distillate questo liquore alla sabbia con storta o alambicco, fino alla terza parte, lasciate raffreddare il residuo, e mettetelo in cantina affinché si cristallizzi: voi avrete un vetriolo, et materiam primam illius minerae renatam. Se risolvete ancora questo vetriolo in tre parti di nuovo mestruo, lo distillate e lo coobate per storta fino a che non sia tutto distillato, avrete un liquore vaporoso e primordiale che non può più essere retrogradato, che tocca con le radici il regno minerale e la testa quello vegetale.
Avete qui il minerale intero con tutti i suoi principi, perché esso non ha perduto né il suo zolfo, né il suo arsenico, né, la sua marcassite, al contrario nei metalli affinati che li hanno perduti nella fusione; e tutti i suoi spiriti vitali e nutritivi sono stati conservati. Potrete farne l'esperienza facendovi digerire dentro dell'argento.
Se volete coagulare e fissare questo liquore o olio minerale, bisogna cuocerlo e digerirlo a bagnomaria per tre giorni e tre notti, in una cucurbita bassa, col suo capitello e recipiente, per distillarne l'umidità superflua. Quando nulla sale più, rimettete alle ceneri, distillate dolcemente tutta la flemma o lo spirito debole; mettete il residuo in una fiala e fatelo coagulare alle ceneri. Se ne produrrà una pietra salina più fluida al fuoco dell'olio e che, all'aria, si congelerà come ghiaccio. Non c'è bisogno di tappare la vostra fiala, poiché non vi evaporerà nulla. In questo modo avrete la quintessenza minerale, ma assai corrosiva e nociva alla natura umana; essa non è buona che per la trasmutazione.
Abbiamo visto come l'acqua forte fatta dal vetriolo e dal salnitro possa ridurre i metalli ed i minerali nella loro materia prima, o vetriolo.
Andiamo ora a mostrare come possiamo servircene per fissare, aumentare e perfezionare direttamente i metalli.


METODO PER SERVIRSI DEI FUOCHI ACIDI PER LA FISSAZIONE, L'ACCRESCIMENTO E PERFEZIONE DI TUTTI I MINERALI
(Clef d'alchymie, pag. 83)

Se volete perfezionare il piombo, lo stagno e lo zinco, bisogna ridurli in graniglia, perché se fossero troppo minuti, si produrrebbe una ebollizione troppo grande nella dissoluzione. Fatta la vostra graniglia, mettetela in grandi cucurbite e versatevi su poco a poco i vostri fuochi concentrati quelli di nitro e di vetriolo sono i migliori per questa operazione. In poco tempo vedrete i vostri metalli ridotti in polvere bianca, che è la vera calcinazione filosofica che fissa e conserva tutte le parti del composto; ed essendo il vostro metallo ridotto in cenere bianca, separate il dissolvente per distillazione, in modo che il vaso contenente la materia arrossisca per un'ora almeno, affinché tutti gli spiriti si separino e passino nel recipiente, che deve essere ben lutato; troverete al fondo della storta la vostra cenere metallica, la quale, ridotta in metallo e passata per coppella, vi lascerà un considerevole profitto d'oro ed argento, particolarmente lo stagno e lo zinco. Questi due infatti non sono altro, quasi in tutta la loro sostanza, che uno zolfo d'oro crudo e volatile, che il mestruo ha finito di maturare e di fissare.
C'è da osservare che con il solo spirito di nitro si possono ottenere risultati assai apprezzabili, perché il nitro ha racchiusa nella sua potenza la vera tintura dell'oro, e facendola cuocere come si deve, gli si può dare una forma perfetta e comunicarla ai metalli che, avendo mancato di zolfo e di mercurio, non hanno potuto manifestare e mostrare ciò che invece questa medicina sviluppa e scopre in essi.

Per chiudere questo studio, non mi resta che da parlare di un solo vetriolo, ma questo vetriolo, o piuttosto il modo di ottenerlo, non si trova alla portata di tutti.
Al fine di spiegare la sua produzione, mi vedo forzato a risalire alla generazione del mercurio volgare, e perciò credo di non poter far meglio che citare testualmente il discorso filosofico di Sabine Stuart Chevalier su questo soggetto:
«....Abbiamo già detto che nel tempo in cui il mercurio volgare si forma nelle viscere della terra, esiste in primo luogo sotto forma di un'acqua limpida, ed aggiungeremo che esso cade in lacrime quando la natura lo produce nelle miniere; qui esso si fissa si cuoce e converte in metallo per l'odore dello zolfo più o meno puro che produce tutti i metalli perfetti ed imperfetti, a seconda del grado di purezza in cui questo zolfo si trova quando spande il suo vapore sul mercurio che è sul punto di metallificarsi.
Ma quando lo zolfo di natura non si trova al grado necessario di purificazione e ben impregnato dello spirito universale, non può produrre che metalli bastardi, dei minerali e delle pietre in luogo di oro ed argento.
Le miniere abbondanti sono sempre debitrici della loro esistenza ad una abbondanza di zolfo, che opera sempre una generazione metallica abbondante. Quando la circolazione dello zolfo viene ad essere interrotta, l'acqua metallica non si fissa e non si congela più, e refluisce dalle viscere della terra al di fuori. Non appena questa stessa acqua sente la crudità dell'aria, il suo calore naturale si concentra internamente, ed essa si coagula in forma di piombo liquefatto, conservando un movimento continuo, ed è ciò che si definisce mercurio volgare.
Per avere il mercurio filosofico, bisogna dissolvere questo mercurio volgare o acqua metallica, senza nulla diminuire del suo peso, perché tutta la sua sostanza deve essere convertita in acqua filosofica.
I filosofi conoscono un fuoco naturale che penetra fino al cuore del mercurio e che lo tinge internamente; esso conoscono pure un dissolvente che lo converte in acqua argentina pura e naturale; essa non contiene e non deve contenere alcun corrosivo.
Non appena il mercurio è liberato dai suoi legami ed è vinto dal calore, egli prende la forma dell'acqua, e questa stessa acqua è la cosa più preziosa che ci sia al mondo. C'è bisogno di poco tempo per far prendere al mercurio volgare questa forma.
Quest'acqua non bagna e non aderisce alle mani come l'acqua comune; quando la si mette con metalli imperfetti, non fa che separare in maniera meravigliosa tutte le impurità di cui essi sono saturi; si unisce ad essi, si rapprende e corporifica in sostanza metallica...».
È questo il vetriolo cui fa allusione Le Crom quando dice: «So che c'è una via ben più corta e ben più agevole per trarre il sale fisso dai metalli imperfetti con ancora più grande abbondanza, ma è un argomento che non farò che sfiorare, lasciandolo volentieri ai maestri dell'arte».
Sappiamo che, per pervenirvi, non abbiamo che da cercare questo dissolvente, questo fuoco segreto che deve liberare il mercurio dai suoi legacci, ed è ciò che sarà argomento della nostra prossima opera.

FINE


NOTE:

(1) C'è qui un gioco di parole intraducibile in italiano, poiché "abstracteur de quintessence" in francese suonerebbe come un nostro "ragionator sottile" [n.d.t.].

(2) L'originale riporta Oswald Cross, ma evidentemente si intende Oswald Croll (1560-1608). Si tratta di un evidente errore di stampa, il patronimico Cross non essendo associabile ad alcun rilevante alchimista.

(3) Les Rudimens de la philosophie naturelle touchant le système du corps mixte. Cours théorique... par Nicolas de Locques,... (Paris, G. Marcher, 1665). A questo dimenticato autore del XVII secolo si devono pure un Propositions touchant la physique résolutive (Paris 1661), Les Vertus magnétiques du sang, de son usage interne et externe pour la guarison des maladies (Paris 1664) ed un Elémens philosophiques des arcanes et du dissolvant général (Paris 1668). [n.d.t.].

(4) È, palesemente, uno dei riferimenti principali di Tripied. Si fa riferimento alle Plusieurs expériences utiles et curieuses concernant la médecine, la métallique, l'oeconomique et autres curiosités avec un traité du sel des Philosophes et un Vade-mecum philosophique par M. Le Crom (1718). Più innanzi si citerà, dello stesso autore, anche il Vade mecum philosophique, en forme de dialogue, en faveur des enfans de la science, nouvellement mis au jour, où l'on fait voir ce que c'est que la vraie quintessence. Avec un petit traité des dissolutions, et coagulations naturelles et artificielles (et une Dissertation philosophique sur le sel arabe et la poudre solaire). Par le sieur Le Crom (1719). Le Crom (come del resto, in alternativa, Crosset de La Haumerie) era il nom de plume dell'alchimista ed astrologo Francesco Maria Pompeo Colonna (1644-1726). Su Francesco Maria Pompeo Colonna, Ferguson (Bibliotheca Chemica) trae praticamente tutte le sue informazioni dalla Biographie Universelle del Michaud (Paris, 1844, tomo VIII, p. 661), di cui riportiamo integralmente, a questo punto, la poco benevola voce:

«Figlio naturale di Pompeo Colonna, principe di Gallicano, e nato in Italia verso il 1649, visita la Francia nel 1669, ritorna l'anno seguente in patria, per poi ripartire di nuovo poco dopo e fissarsi a Parigi, dove morirà nel 1726 nell'incendio della casa che abitava. È a lui che fa riferimento Voltaire quando racconta (Dictionnaire Philosophique¸ art. Astrologie) "che il celebre conte de Boulainvilliers ed un Italiano chiamato Colonna, che godeva di gran reputazione a Parigi, gli predissero, l'uno e l'altro, che egli sarebbe morto infallibilmente all'età di trentadue anni". Si sa che si sbagliarono di cinquantasei anni. Francesco Colonna aveva conoscenze assai estese, specie in matematica; pur non mancando di spirito, ciò nonostante egli si dedicava alle scienze occulte, e pressoché tutti i suoi scritti offrono prova di una credulità ben rara nel suo secolo.- Gli si devono:
1 .- Introduction à la philosophie des anciens, par un amateur de la verité, Paris 1698, in 12°. Quest'opera, in cui si trovano un gran numero di citazioni di Ermete Trismegisto, Bernardo Trevisano, Geber ed altri alchimisti, non è altro che l'Escalier des sages, ou Tresor de la phslosophie des anciens pubblicato a Groninga nel 1689 da Barent Comders van Helpen. Colonna non ha fatto che ritoccare lo stile.
2 - Les Secrets les plus cachés de la philosophie des anciens, découverts et expliqués à la suite d'une histoire des plus curieuses sotto lo psudonimo di Crosset de La Haumerie , Paris, 1722, ibid. 1762, in 12°.
3 - Abregé de la doctrine de Paracelse et ses archidoxes, avec une explication de la nature des principe de la chimie Paris 1724, in 12°. L'autore si nasconde sotto l'anagramma sum incola francos.
4 - Les Principes de la Nature, suivant les opinions des anciens philosophes, avec un abrégé de leurs sentiments sur la composition des corps Paris, 1725, due vol. senza indicazione di atutore, come pure senza indicazione d'autore è lo scritto seguente :
5 - Nouveau Miroir de la fortune, ou abregé de Geomaniie pour la récréation des personnes curieuses de cette science, Paris 1726, in 12°.
6 - Principes de la nature ou de la génération des choses, Paris 1751, in 12°, opera postuma e pubblicata, come del resto la seguente, da Gosmond, che fu suo amico ed allievo.
7 - Histoire Naturelle de l'univers dans laquelle on rapporte les raisons physiques sur le effets les plus curieuse et les plus extraordinaires de la nature, Paris 1734, 4 vol in 12°. Questa storia, ben concepita ma assai arretrata, specialmente dal punto di vista botanico, è dedicata al duca di Richelieu, che proteggeva l'autore. Ancora a Francesco Colonna si attribuiscono: Plusieurs expériences utiles sur la médecine métallique, etc. sotto il nome di Le Crom, Paris 1719, ibn 12°; Vade mecum philosophique sotto lo stesso pseudonimo, , ibid. 1719; Suite des éxpériences utiles ibid, 1723, in 12°. Nei Principes de la nature egli rinvia più volte ai suoi trattati chimici. Probabilmente egli designava con questo nome i due volumi pubblicato sotto il nome del signor Lecrom, che era una specie di farmacista che abitava in Rue St. Denis, a Parigi. Francesco Colonna ha lasciato manoscritti un Traité du mouvement ed un'opera intitolata: Raisons physiques de l'astrologie».

Nonostante alcune imprecisioni nella trascrizione dei titoli, la bibliografia riportata dall'articolo della Biographie è esaustiva. [n.d.t.].

(5) Colonna, Francesco Maria Pompeo (1646-1726), Suite des expériences utiles et curieuses. Nouveau traité des dissolutions et coagulations naturelles... par M. Le Crom , Paris: Vve Jollet et J. Lamesle, 1725. [n.d.t.].

(6) Non saprei mai troppo raccomandare, tutte le volte che ci si servirà di aceto distillato in alchimia, di vegliare attentamente a che non vi entri alcuna addizione di acido acetico.

(7) Le Crom.

(8) Si tratta evidentemente di una suite, un seguito dell'opera più conosciuta di Jean le Pelletier (1633-1711), L'Alkaest, ou le Dissolvant universel de Van-Helmont, révélé dans plusieurs traités qui en découvrent le secret, par le Sr Jean Le Pelletier,...Rouen, 1704. Allo stesso autore si attribuisce anche un La pyrotecnie de Starkey, ou L'art de volatiliser les alcalis, selon les préceptes de Vanhelmont, et la préparation des remèdes succédanées [sic] ou approchans de ceux que l'on peut préparer par l'alkaest. Par le sieur Jean Le Pelletier, Behourt, Rouen 1706. [n.d.t.].

(9) Rares experiences sur l'Esprit Mineral pour la Preparation et Transmutation des Corpes Metalliques. Où est enseigné la maniere de faire les Agens nécessaires, qui ont esté Jusques aujourd'huy inconnus et cachez au Public. Avec la connoissance du mouvement general & particulier du Monde Elementaire & de qui y est contenu. Par Monsieur ***. Tome premier. A Paris, Chez Emanuel Langlois, ruë S. Jacques, à la Reine du Clergé, Et chez Claude Barbin, au Palais, sur le second Perron de la Sainte Chapelle, 1668, seconda edizione a Leipzig, presso Christian Gottlob Hilsher, 1777. Ne è nota anche una traduzione tedesca di Johan Friedrich Henckel: P. M. von Respur, Besondere Versuche von Mineral-Geist zur Auflösung und Verwandlung derer Metallen... aus dem Frantzösischen mit Anmerkungen herausgegeben von Johann Friedrich Henckel,... Dressden und Leipzig: F. Hekel, 1743, ristampata per i tipi di Enghelhart Benjamin Schwickert nel 1772. Allo stesso autore si attribuiscono anche i C.LIII. Aphorismes chymiques auxquels on peut facilement rapporter tout ce qui regarde la chimie, mis en ordre par les soins et le travail de l'Hermite du Faubourg. Nouvellement traduit du latin en français par M. S. D. R., Paris: L. d'Houry, 1692.
Qualche ragguaglio su De Respour ci è dato dal Ferguson, che recensisce le due edizioni francesi e la seconda edizione tedesca della Rares Experiences nel modo seguente: «La prima edizione è quella del 1668. Il nome dell'autore è contenuto nel "Privilegio" ma, nonostante lo abbia assunto come vero, non posso sapere se le lettere S. P. M. siano realmente o meno le iniziali di Respour. Nella versione tedesca le iniziali sono P. M., così è possibile che la S. sia per Seigneur.
Il libro era divenuto estremamente raro quando fu tradotto da Henckel con note aggiunte, e venne pubblicato prima a Dresda e Lipsia nel 1743, riedito da Lehmann e pubblicato nel 1772. In seguito l'originale francese fu riedito a Lipsia nel 1777, con una prefazione di Keller, in cui si commenta la traduzione, le idee di Respour, ed il termine Zink che egli impiega. Questa parola sembra aver confuso anche Lehmann.
Nella sua prefazione Henckel dice che l'autore è originario delle Fiandre, ed è dell'opinione, a partire dal suo frasario, che sia un militare. Egli scrisse il libro all'età di 24 anni in francese, lingua di cui confessa di non essere pienamente padrone. Henckel pensa che le iniziali D*** sulla pagina del titolo mostrino che il libro sia stato editato da qualcun altro; ma non potrebbero essere semplicemente le iniziali di De Respour? Egli anche si chiede se il terzo libro, che presenta differenze stilistiche, sia o meno di Respour. Sembrerebbe che l'autore abbia composto, o progettato, altri libri che non furono pubblicati. È probabilmente questa la ragione per cui questo titolo appare come Tome premier. Sembra che a questo testo sia stata attribuita notevole importanza dai metallurgisti del tempo. Le prefazioni alle diverse edizioni dovrebbero essere prese in considerazione....» (Bibliotheca Chemica, vol. 2, p. 256). Ancora nell'800 i manuali di chimica riportavano la vecchia denominazione di Alkaest di Respour per un preparato di potassa ed ossido di zinco lisciviati (vedi ad es. il Cours de physique expérimentale et de chimie à l'usage des écoles centrales di Pierre Jacotot, Paris 1800, vol 2 p. 354). Il procedimento per ottenere l'alkaest di Respour, dissolvente universale dei metalli, reazione che produce una vivida fiammata ed una violenta liberazione di calore, è anche descritto nel tome 5 del Système des connaissances chimiques et de leurs applications aux phénomènes de la nature et de l'art di Fourcroy, Paris 1800-1801, p. 387.
Il testo di De Respour viene citato da Poisson (Théories et symboles des alchimistes, Chamuel, Paris 1891, p. 7) ed è probabilmente attraverso Poisson che il testo rientra nel bagaglio di letture dell'alchimista della Belle Epoque.
Ancora oggi, probabilmente proprio per la citazione l'importanza che Poisson e l'autore che si nasconde sotto lo pseudonimo di Tripied attribuiscono al trattato di De Respour, le Rares Experiences vengono ristampate da case editrici specializzate in alchimia ed esoterismo (ne è nota un'edizione anastatica del 2004 per i tipi MCOR ed un'edizione curata da Joseph Castelli e Michel Comte uscita nel 2006 per le Éd. Maçonniques e ristampata nel 2007 dalle edizioni Castelli). [n.d.t.].

(10) Il marco era una antica unità di peso, eguale all'incirca, appunto, ad otto once. Il marco era un'unità di misura che seguì, con un rapporto due a uno, nell'uso comune la libbra (1 libbra=2 marchi). Il più diffuso divenne il Marco di Colonia (233,85 gr), che divenne unità di misura per la monetazione nel Sacro Romano Impero della Nazione Germanica. Vi era però in uso, tra gli altri, anche un Marco di Parigi, equivalente a 244,75 gr., ed è a questo che, probabilmente, dando come valore equivalente relativo (ed approssimativo) otto once, fa riferimento il nostro hyperchimiste. Val la pena di ricordare infatti che, nei metalli preziosi, tradizionalmente, non si fa riferimento all'oncia comune (28,31 grammi), quella ancora oggi in uso nel sistema di unità di massa britannico, ma alla cosiddetta oncia troy, equivalente a 31,1035 gr. [n.d.t.].

(11) Traité des métaux et des minéraux et des remèdes qu'on en peut tirer... par M. Chambon, Paris, C. Jombert 1714, ristampato dallo stesso editore nel 1750. Il Ferguson (Bibliotheca Chemica, vol. 1, pp. 150-151) ci dà qualche ragguaglio sull'autore: «Joseph Cambon nacqua a Grignan, in Provenza, nel 1647, nel 1678 si addottorò all'università di Avignone (Aix secondo Dezemeris); stabilitosi a Marsiglia, fu obbligato a lasciare la città e viaggiò in Italia, Germania, Polonia, dove divenne medico del re Giovanni Sobieski, col quale rimase fino all'assedio di Vienna. Volendo conoscere i seguaci di Paracelso e Van Helmont, soggiornò in Olanda, attraversò l'Inghilterra e da qui passò in Francia. A Parigi, grazie all'influenza di Fagon, ricevette la licenza di esercitare, e praticò con gran reputazione la medicina, ma in considerazione del fatto che la Facoltà non accettava le sue promesse al riguardo dell'uso di rimedi segreti, egli non fu addottorato. Essendogli stato chiesto di visitare un paziente, un napoletano che era alla Bastiglia, egli perorò la sua causa e scrisse un memoriale di difesa al re. In questo egli faceva delle osservazioni sul duca di Savoia e sul duca di Borgogna, ed in conseguenza di ciò egli stesso fu spedito alla Bastiglia, dove rimase per due anni. Lasciò quindi Parigi e ritornò a Marsiglia, dove fu nominato medico sulle galere con l'aiuto del Conte di Grignan; ma, nel 1705, avendo fallito nel tentativo di salvare la vita della contessa di Grignan, affetta da vaiolo, abbandonò il suo incarico e si ritirò a vivere col fratello, che era decano del capitolo di Grignan. Era ancora vivo nel 1732. Egli scrisse Principes de physique rapportés à la médecin pratique, Paris, 3 parti, rispettivamente 1711, 1714, 1716, 12°; 1750, 12° e una o due dissertazioni». [n.d.t.].

(12) Il sale di Le Crom sembra assai indicato per questa operazione. Non resta più che calcinare a bianchezza. Ci si può ancora servire del vetriolo ordinario dopo la sua putrefazione. Lo si tratta per aceto distillato che non dissolve che le parti dure. In seguito si fa ben evaporare e distillare l'aceto. Il vetriolo restante è in seguito portato a bianchezza per distillazione degli spiriti, come si è già indicato. Ci si accorge che tutto l'aceto è evaporato e che il vetriolo comincia a distillare quando i fumi bianchi appaiono. Allora si cambia il recipiente.

(13) Si intende qui, per miniera, il minerale che ne è estratto. [n.d.t.].



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