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Jollivet-Castellot / Bornia - Storia dell'Alchimia (1900 - con una prefazione di Giuliano Kremmerz) - parte prima

Questa Storia dell'Alchimia, abitualmente attribuita a François Jollivet Castellot (Douai 1868 - Clairac en 1939), è in realtà ascrivibile anche, in buona parte, all'ermetista italiano Pietro Bornia. Come specifica anche il Kremmerz nella sua prefazione e come ribadisce in nota il traduttore stesso, al testo originale francese sono interpolate, segnalate dalla parentesi quadra, notevoli aggiunte di mano del Bornia. Non si deve considerare questa operazione del tutto arbitraria del Bornia. Pietro Bornia, sodale e collaboratore del Kremmerz, infatti rappresentava probabilmente, la traccia più evidente di una relazione che si può sospettare non superficiale ed episodica, tra il gruppo italiano raccolto intorno al Formisano ed il gruppo dei martinisti francesi di ascendenza papusiana raccolti intorno all'Initiation e a Le voile d'Isis (Bornia pubblicò anche su L'Initiation, si vedano ad esempio il saggio Clous gnostiques, pubblicato nel 29° vol. de L'Initiation, 1895, pp. 125-145). Non è dunque da escludersi che il Bornia inserisse le sue interpolazioni sul testo del Jollivet-Castellot con la piena approvazione dell'autore stesso, cui con molta probabilità dovevano accomunarlo i molteplici contatti dell'area martinista nel cui ambito doveva muoversi, del resto, l'intera Hyperchimie. Sul Bornia vedi anche l'introduzione al suo studio sulla Porta Magica di Roma presente su questo stesso sito.

Uscito in prima edizione nel 1900 nella Biblioteca Esoterica Italiana della Libreria Dekten e Rocholl, questa versione italiana del Bornia ha subito innumerevoli ristampe: ne ricordiamo una milanese del 1945 per le edizioni Spartaco Giovene, una viareggina del 1975 per le edizioni Rebis, una romana del 1981 per le edizioni Manlio Basaia (Edizioni del Graal), una foggiana della Bastogi del 1982, ristampata nel 1992.

Massimo Marra © - tutti i diritti riservati – riproduzione vietata con qualsiasi mezzo e con qualsiasi fine.

François Jollivet-Castellot ritatto nel suo laboratorio.

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François Jollivet-Castellot
STORIA DELL'ALCHIMIA

Prefazione di Giuliano Kremmerz

Traduzione di Pietro Bornia

Parte I

Vai alla seconda parte



Presento ai benevoli lettori un interessante sommario storico di F. Jollivet-Castellot, esimio chimico e alchimista francese, direttore del giornale l'Hyperchimie (La Chimica superiore o Alchìmia) e della Società Alchimica di Francia.
Esso prova luminosamente:
1) Che l'ermetismo ha avuto cultori e studiosi per una lunga e continua catena di secoli, dai tempi più remoti fino a oggi.
2) Che la crisopea non è arte vana, perché si hanno testimonianze stori-che irrefragabili di trasmutazioni avvenute.
Questo lavoretto fu tratto dall'Hyperchimie del '97 e del '98, sul quale fu pubblicato a puntate.
Questa maniera di pubblicazione a spizzico e a date fìsse gli aveva dato l'impronta di scritto affrettato e manchevole, perciò il Bornia, traducendolo nella bella lingua italica, ha avuto cura di controllare e, al caso, di rettificare nomi e date, e di aggiungere certo schiarimenti per completarlo e farlo sembrare composizione scritta d'un getto solo. Inoltre, siccome l'A. ebbe di mira più, gli alchimisti francesi, che quelli di altre nazioni, il traduttore aggiunse - generalmente alla fine di ogni paragrafo, che abbraccia un secolo di storia - aggiunse, dico, tutte quelle notizie che si potè procurare su ermetisti italiani e stranieri toccati di volo o non citati affatto.
Il Bornia rende così un servizio grande alla popolarità della scienza vera, dalla quale la superficiale e infeconda filosofia che si insinua nella gioventù allontana gl'intellettuali che della Verità dovrebbero assorgere apostoli.


Napoli, 1 febbraio 1900
Giuliano Kremmerz


SOMMARIO STORICO [1]

Le origini della scienza alchimica, della filosofia ermetica e dell'arte spargirica risalgono alla più remota antichità. Nelle fraternità iniziatiche perdura tuttora la tradizione che queste metafisiche trascendentali fiorissero splendidamente in seno alla misteriosa Atlantide ed alla vetusta Lemuria, i cui tempi, cinquantamil'anni prima di Cristo, lasciarono i loro segreti in retaggio ai santuari indiani ed egiziani.
Non potendo riferirci a epoche sì remote che il tempo, - che distrugge perfino le idee - con la sua forza rende incerte, ci limiteremo a scrutare la rivelazione egiziana, i cui sacerdotali documenti ci furono trasmessi sotto forma di geroglifici celati dal triplice velo isiaco...
La Scienza Sacra dell'Egitto, gelosamente custodita dai collegi magici, comprendeva l'integrità di quello che noi, al dì d'oggi, chiamiamo Occultismo; comprendeva cioè le varie branche della Perfetta sapienza: la teurgia, la taumaturgia, l'astrologia, l'alchimia [2] e la magia. Da ciò si vede ch'è impossibile considerare isolatamente lo stato d'una sola di queste cognizioni. Un intimo legame le rappiccava e le rappicca l'un l'altra, in virtù della legge dell'analogia, che regna sui tre piani dell'universo, e senza il cui aiuto si cade nelle sterili incertezze della specialità contemporanea.
Nessun iniziato si può confinare in una particolarità rigorosa, senza aver prima dato un colpo d'occhio al complesso della scienza d'Ermete e imparato a usare i segni di correlazione, che riuniscono in una sintesi perfetta i molti capitoli del gran libro della natura!
I santuari, applicando questo principio nella sua massima estensione, conducevano gli studenti fino al punto di percepire l'unità assoluta sotto le sue diverse forme. Da quel momento era possibile la comunione del corpo umano con la natura naturata o fisica [3], dell'anima con la natura naturale o provvidenza [4] e dello spirito con la natura naturante o divina. [5]
Questa triade si realizzava mediante la coscienza adeptale, quarto termine dell'essere, [6] involgente il ternario con l'intuizione o l'estasi.

* * *

Il vero nome della Scienza Occulta, [come l'espressero gli antichi Magi] è ermetismo. Il simbolismo di questa parola ci esprime una pregevole rivelazione. Difatti sappiamo che i sacerdoti egiziani dichiaravano essere Ermete figlio d'Osiride o di Misraim e di Iside.
Ora Osiride, il dio maschio, aveva per corrispondenza, nel piano fisico, il sole; nel piano astrale, il principio maschile, animatore o creatore; e nel piano supremo, [divino], l'Essere, colui ch'esiste, [Dio]!
Iside, poi, era la Natura feconda, sempre vergine e sempre pregna del Verbo, del Figlio di Dio, [sempre piena d'anima, d'attività, di vita]. Iside simbolizzava il principio femmineo, la realizzazione, il polo fisso e materiale del fluido astrale, della sostanza eterna, [dell'etere]!
Ma questo Verbo di Dio, figlio della Vergine [di Madre Natura], che poteva essere, se non Ermete? Ermete ch'è lo Spirito Santo Vivificatore o trasformatore senza posa di tutto, ch'è la Parola vitale, ch'è il Messia di tutti i secoli, ch'è la corporizzazione dei due termini precedenti? Ermete, cioè, per dirlo più semplicemente, il Sale [l'Anima], che possiede in se stesso il Solfo [lo Spirito] e il Mercurio [il Corpo]? [7]
Per queste ragioni riteniamo ch'Ermete non abbia avuto esistenza propria e umana e releghiamo la storia del principe salvatore di tal nome nel dominio della leggenda. Sì, Ermete fu un messia, fu il Verbo di Dio; ma questo messia fu, è e sarà di qualsiasi tempo, ma questo Verbo s'immortalizza tanto nell'eternità del passato, quanto in quella dell'avvenire, in un eterno presente!
Del resto il mito ermetico conferma queste considerazioni, che i veri adepti condividono con noi. Si narra ch'Ermete o Mercurio Trismegisto (si osservi che questo nome enuncia la legge del ternario) o Thoth (Tot), fu un principe - figlio d'un dio (Osiride) e d'una dea (Iside) - dotato di soggiunge che questo modello d'intellettualità, fin dal suo avvento al trono, ristabilì la religione, la morale e le leggi, conculcate dal suo popolo. Fu autore di quarantadue opere sulle scienze occulte e fu il vero padre del pensiero.
Tutto questo, in mancanza d'altre prove, c'indica l'impersonalità dell'eroe egiziano, l'impersonalità dell'essere collettivo, [il genio del popolo egiziano], del quale fu fatta un'umanizzazione della divinità. Mistero imperscrutabile del popolo ignorante, ma il cui purissimo esoterismo raccontava la evoluzione dei principi dell'universo!
Noi non abbiamo alcun motivo per negare che siano esistiti, nella cronologia dei faraoni, uno o due re, portanti il nome di Tot. Quello che c'interessa però di far rilevare si è, che il Grande Ermete, l'Iniziatore messianico per eccellenza, la Personificazione della scienza occulta, non fu che un mito emanato dai collegi sacerdotali, non fu che una rivelazione [8] scientifica [9].
L'evidenza di questo fatto apparirà più chiaramente, quando rammenteremo ai lettori che l'antichità considerò sempre le persone come non esistite e che non ne registrò mai i nomi nella storia; ch'essa segnò soltanto un succedersi di secoli; e che, di consueto, mise in vista soltanto qualch'epoca notevole, alla quale, secondo l'uso di que' tempi fu attribuita una vera esistenza individuale [10]. La bibbia intera, ch'è molto più recente dei libri ermetici (perché rimonta a soli mill'anni avanti l'era cristiana), poggia pure s'un tale processo, che per le nostre abitudini così minuziosamente analitiche è d'un sintetismo che confonde.
Quando si studiano gli antichi misteri, bisogna tener presente che la Scienza era pòrta agli studiosi sotto forma mitica (exoterica), o geroglifica (esoterica) e che i geroglifici stessi erano velati, stante il triplice significato che avevano [11].
Soprattutto, per parlare di ciò che concerne l'alchimia, - specializzazione fisica dell'ermetismo - i soli geroglifici possono essere decifrati utilmente, durante tutto il periodo dell'antico Egitto. Nel racconto dell'esistenza leggendaria d'Ermete e nel testo delle opere attribuite a lui troviamo la storia teorica e pratica della spargiria, e anche quella di altre parti della Scienza Sacerdotale. Disgraziatamente la più parte di questi preziosi manoscritti, ai quali i maghi avevano affidato le loro profonde cognizioni, andò perduta. Si sa bene, essi furono distrutti.
Questa, per la storia della teurgia, del misticismo e delle religioni, è una perdita irreparabile. Ma quel poco che fu custodito e trasmesso è bastato alle fraternità iniziatiche per tramandare inalterata la parola del passato [l'idea antica], parola che permette di penetrare fin nella cripta occulta e di sollevarne il velo, che nasconde il Bello agli occhi dei profani.


* * *

L'ermetismo apriva l'adito ai tre mondi universali, governati dalle stesse potenze, per mezzo del metodo analitico e deduttivo. La teurgia faceva pervenire fino al piano superiore, nel quale agiscono i principi. E il teurgo, reintegrato quasi in Dio, poteva evocare le sue forme angeliche, mediante lo spirito divenuto preponderante.
La magia apriva la porta che da accesso al piano astrale o delle leggi. Il mago, divenuto signore degli elementi della natura, [delle diverse specie dell'etere], li imprigionava e li volgeva al fine prestabilito. Il taumaturgo si giovava della forza astrale per affrettare le guarigioni ed equilibrare il dinamismo. L'evocatore disponeva circolarmente il medesimo agente. L'alchimista doveva chiamarlo in suo aiuto per cambiare l'orientazione degli atomi.
L'alchimia si rappiccava anche, più particolarmente della magia, al piano fisico, cioè al piano dei corpi materiali, al mondo dei fatti.
L'alchimista agiva sulla vita atomica e molecolare, sugli esseri delle famiglie vegetali (preparazione degli elisiri terapeutici) e animali; il terapeuta applicava i suoi sforzi all'uomo; l'astrologo studiava la posizione degli astri, cioè degli atomi dello spazio celeste, e le loro reazioni fluidiche sugli abitanti della Terra.
Ma ognuna di queste branche dell'ermetismo poteva e doveva, a sua volta, essere considerata in relazione coi tre precedenti piani [12].

Prendiamo, ad esempio, l'alchimia. Siccome aveva per scopo la realizzazione della Grand'Opera, così essa la estendeva:

1) al mondo intellettuale, dicendo all'uomo: "Innalzati fino a Dio per mezzo dell'estasi e della sublime comunione ch'esiste tra la natura e l'altruismo" [13];

2) al mondo astrale o psichico: l'apprendista doveva acquistare la santità, padroneggiando i sensi, ed entrare nel mondo astrale, liberando il doppio sidereo [l'anima] dalle strette corporee [14];

3) al mondo fisico, mediante la trasmutazione dei corpi e dei metalli, operata con la sintesi chimica. Quest'ultima facoltà dipendeva in certo modo dalle altre due: per ottenere l'oro perfetto, l'alchimista doveva saper già produrre l'oro filosofia) e l'oro astrale [15].

L'alchimia dunque studiava i principi, le leggi e i fatti, pel canale d'un sol problema, che doveva esser risolto in tre differenti maniere. Potremmo mostrare che nelle altre branche dell'ermetismo s'affacciava un quesito identico; ma sarebbe un inutile dilungamento: i lettori comprenderanno certo senz'altri chiarimenti.
L'investigazione suntuaria dei libri ermetici ci proverà in altra maniera la universalità della scienza egiziana.
Il primo di codesti libri conteneva gl'inni per onorare l'Essere supremo; il secondo era un trattato completo dei doveri reali (è risaputo che i re erano eletti dai santuari: essi dipendevano dunque dai maghi, dei quali avevano seguito i corsi [16] e dai quali avevano imparato le generalità dell'ermetismo; i sovrani possedevano l'iniziazione di secondo grado [17]; da ciò si comprende il potere ch'ebbe il sacerdozio antico, fin da tempi remotissimi.
I quattro libri seguenti erano destinati ai sacerdoti che s'applicavano all'astronomia e all'astrologia. Il primo trattava del grado dei pianeti; il secondo delle congiunzioni del sole e della luna; i due ultimi del sorgere e del tramontare del sole [18].
Altri dieci volumi comprendevano tutta la scienza dei sacerdoti, Ierògrammi, [Ierogrammati] o scrittori sacri. Il primo insegnava i caratteri geroglifici, cioè il sistema segreto di scrittura, usato dai soli iniziati [19].
Il secondo narrava la storia del mondo, dell'universo; esso considerava l'azione primordiale dei principi. Il terzo studiava la Terra co' suoi vari regni. Nel quarto erano trattate le leggi del corso solare e lunare. Il quinto si riferiva al moto dei pianeti; i successivi trattavano dell'Egitto, del Nilo e delle sue proprietà sacre; i rituali e i sacrifizi formavano il sommario dell'ultime opere.
In altri dieci libri i sacerdoti aspiranti alle supreme dignità della loro gerarchia trovavano le regole della disciplina ecclesiastica e del culto, che dovevano rendere agli dei. Offerte, inni, preghiere, cerimonie, feste, astinenze, purificazioni, espiazioni e funerali: tal era il sommario di questo codice sacerdotale.
Poi, in un'altra decade di volumi, erano trattati i problemi dell'alta teurgia, le leggi generali e particolari; essi s'intrattenevano sulla natura dell'anima e su quella degli dei.
Gli ultimi sei libri, riservati alla medicina, contenevano la descrizione del corpo umano, l'analisi delle malattie, l'esposizione dei rimedi; questi erano destinati ai preti che si votavano alla terapeutica.
Dopo questa esposizione della scienza colossale dei maghi egiziani, occorrerà anche affermare ch'Ermete, il dio trismegisto [comprendente cioè tre dottrine: la cosmogonia, l'androgonia e la teogonia], non dev'esser considerato altrimenti, che come il Verbo involuto nel mondo [il Christos] e incarnato in ogni individualità pensante, che lo costituisce e ricostituisce?

* * *


I Caldei ricevettero in deposito, nei loro tempi, la quasi totalità dei misteri egiziani. Però i loro sacerdoti non acquistarono tanto potere teurgico e contemplativo quanto i preti d'Ammone. Per lo contrario, conobbero a perfezione la pratica dell'astrologia e dell'arti psammurgiche, ch'eran riservate e rivelate ai soli iniziati, dopo prove terribili e noviziato lunghissimo. L'alchimia si sviluppò tra loro splendidamente: la ricchezza dei santuari caldei sorpassava di gran lunga le più immaginose creazioni della fantasia delirante: gli zaffiri, i diamanti d'acqua purissima, i rubini, gli smeraldi e i topazi fabbricati nei laboratori, sposavano le loro tinte all'oro rifulgente e all'argento selenico, che i dotti ermetìsti ottenevano artificialmente; le colonne e i capitelli degli ziggurat sfolgoravano di fuochi ardenti.
Mosè fu iniziato ai misteri dei templi egiziani: questo fatto è incontrastato [20]. Sappiamo anche che possedette i diversi privilegi dei grandi adepti: il potere completo sull'astrale, che gli elargiva il dono dei prodigi, chiamati dal volgo miracoli; e la possibilità di trasformare i corpi, anche servendosi della semplice bacchetta magica (influsso della volontà).
Mosè ricevette [da Dio] la missione di scegliere un modo per affidargli i geroglifici sacri; sicché la razza semitica conservò segretamente, nei suoi tre significati ermetici, la sparita scienza egiziana, che dapprima fu confinata nella scuola alessandrina e poi passò frammentariamente agli Gnostici, depositali postumi della tradizione esoterica. È ben vero che, alcuni secoli dopo Mosè, i sacerdoti ebrei non sapevano più interpretarla, ma è anche vero che il popolo, leggendo continuamente la Genesi, se la tramandò di famiglia in famiglia, insieme col Sefer Berescit. Più tardi lo Zo-Har lasciò in legato all'età future il simbolo primitivo della sfinge, chiamato con nome ebraico Kabbala.
La Cabbala è puramente originaria dei templi egiziani, essa fu trasmessa agli Ebrei da Mosè, che rappresenta il legame o il passaggio della tradizione egiziana ai Beni-Israel.
Ma la lingua sacra, nella quale erano scritti i libri iniziatici della legge mosaica, andò perduta; i copisti ignari la troncarono; i leviti non la conobbero più, né bene, né male; solo gli Esseni [21] divennero custodi del tesoro, alla condizione però di non divulgarne briciola ai profani, nel cui numero si trovavano a quell'epoca anche i sacerdoti. Le versioni della Bibbia, eseguite basandosi sulle tradizioni greche concernenti gl'incompresi manoscritti ebraici, o sui dati volontariamente incompleti degli Esseni, - versioni che rimontano a un'epoca, che va dai 300 ai 150 anni prima di Gesù Cristo, - offrono a mala pena la chiave del senso vero del libro [22]. Tali sono la celebre versione dei settanta e, dopo, quella di San Girolamo! I traduttori infedeli si sono curati soltanto di ridare, mal reso, il senso volgare. Qual significato può avere un'opera tale, privata dei suoi principali termini?
Gli Esseni [23], presso i quali Gesù soggiornò molto tempo e che custodivano la tradizione santa, ebbero per continuatori gli Gnostici, veri missionari della verità, erranti per ogni ove, i quali sposarono di nuovo le rivelazioni mosaiche a quella dei maghi egiziani. È per loro mezzo che noi, nelle nostre fraternità occidentali, possediamo ancora la Cabbala, giacché essi portarono la buona Parola tanto in Grecia, quanto nell'Arabia che nella Gallia, agli ultimi druidi. Sono stati essi ch'hanno salvato il Verbo dalla profanazione!
Mosè è dei nostri nella sua qualità di alchimista, giacché anzitutto la spargiria come sopra dicemmo, fa parte integrale dell'ermetismo, nel quale egli eccelse; poi perché egli rappresenta la corrente semitica dell'occultismo, della quale applicò tutti i principi; e da ultimo per la ragione che la Genesi racchiude numerosi esempi di cambiamenti molecolari: il Sefer-Berescit studia le forze multiple del cosmo, meglio dei nostri dotti contemporanei. Grazie a Fabre d'Olivet, possiamo commentare quella maestosa esposizione.
Nell'India la conoscenza dell'alchimia risale, similmente, a una remotissima antichità. La certezza di questo fatto c'è mostrata dai testi egizi, caldei e persiani, i quali affermano unanimamente la filiazione della Scienza Santa dall'Asia alla Terra delle Piramidi[24]- e dallo studio dello esoterismo cinese, che ci permette di risalire storicamente fino a ventimila anni fa.
Ma è tempo di lasciare queste considerazioni, che alla più parte dei nostri lettori devono riuscire troppo astratte. Difatti non è il caso di esporre una serie di nomi positivi, accompagnati da aneddoti comprovanti; invece siamo costretti a ripetere che in quei secoli da noi così lontani, che quando tentiamo di scandagliarli siamo colti da vertigine, un'epoca millenaria era considerata come un essere, veniva battezzata con un nome e prendeva posto nella cronologia. Lo studio d'una tal sintesi seriale, effettuato secondo la chiave simbolica dell'occultismo, sembra dunque, pel momento, incomunicabile a' nostri contemporanei e noi siamo costretti a giungere fino al quinto secolo prima di Cristo, fino a Democrito, per mettere il piede su un terreno positivo, cioè su un terreno tale, quale l'intendono i dotti del giorno d'oggi.


* * *

Democrito, che visse cinquecent'anni prima di Cristo, fu iniziato ai misteri egiziani nel tempio di Vulcano a Menfi. Nacque ad Abdera, città trace, posta sul lido egèo; suo padre, gran signore alla corte di Serse, re di Persia, lo confidò ai magi di quella nazione. Terminata la sua prima istruzione, Democrito risolvè di viaggiare, secondo l'usanza di quei tempi, per acquistare profonde cognizioni. Soggiornò breve tempo in Grecia e poi raggiunse l'Egitto, che per celebrità non aveva pari.
Si sa quanto fosse difficile l'accesso ai tempi, in ispecial modo agli stranieri. I sacerdoti, severi custodi di quei pii ritiri, mettevano in opera tutti i mezzi per respingere il neofito, e ciò praticavano non per allontanare i candidati al sapere, ma per trasmettere i privilegi sacri a' soli uomini di maschio e invincibile coraggio.
Democrito trionfò delle prove, parecchie delle quali erano pericolosissime, e perciò fu ammesso all'iniziazione [25]. L'insegnamento non si comunicava già in pochi anni. L'iniziato doveva armarsi di pazienza per ottenere, uno ad uno, i diversi gradi sacerdotali, dei quali era insignito soltanto dopo aver dato prove certe e progressive di virtù, d'intelligenza, di volontà e di facoltà extranaturali. Pitagora aspettò più di vent'anni il titolo di sacerdote. Dopo un sì lungo trascorso di tempo, ben si comprende come tutta l'umana natura dovesse essere rigenerata dalle pratiche mistiche, dalla pazienza e dal silenzio. Allora l'iniziato veniva giustamente chiamato il rinato, il nato due volte, o l'uomo nuovo. Democrito ebbe per maestri ostane e Pammene. Ostane impiegava puramente e semplicemente la vita ignea nell'arte della crisopea e, in uno dei suoi trattati, definì con termini eccellenti l'elisir filosofico o acqua divina, "che guarisce i vivi e resuscita i morti". In Egitto Democrito fece la conoscenza di un'Ebrea chiamata Maria, versatissima nella cabbala, alla quale si deve un libro sulla scienza ermetica [26]. E noi siamo debitori del Trattato dell'Arte sacra, che Democrito scrisse in quell'epoca, ai legami amichevoli che correvano tra lui e lei e diversi sacerdoti egiziani. Egli compose in seguito quattro libri sul colore dell'oro, dell'argento, delle pietre preziose e della porpora (Physica et Mystica).
Lasciato l'Egitto, Democrito si recò nella Caldea, dove s'iniziò alle cognizioni astrologiche; poi raggiunse l'India. In seguito tornò ad Atene, dove s'incontrò con Socrate; poi tornò alla sua nativa città. Là si consacrò a vari lavori spargirici, fabbricò pietre preziose e metalli artificiali. Morì all'età di centonove anni, durante le feste di Cerere.
Dei numerosi adepti dei santuari egiziani meritano speciale menzione Scimète, Cleopatra, Petasio e Pauseride.
Le opere di Democrito e degli alchimisti or ora nominati si trovano alla Biblioteca Nazionale di Parigi, sotto forma di manoscritti greci.

* * *

La filosofia fu conosciuta dalla Grecia. Essa inviava i suoi più eccelsi geni a istruirsi dai sacerdoti d'Iside e d'Osiride[27]; e parimente gli Egiziani si recavano nell'Ellade. Però, se vogliamo trovare colà qualche traccia di questa scienza, non ci conviene risalire oltre il secondo e il terzo secolo prima di Gesù Cristo. Ciò non deve maravigliare: la scienza alchimica non offriva alcuna attrattiva allo spirito leggero e soprattutto poetico de' Greci. Essa richiedeva meditazioni troppo lunghe e ricerche troppo faticose per convenir loro. Inoltre, bisogna aggiungere che i maghi non avevano piacere di confidare i loro segreti a codesti intelletti versatili sì, ma evanescenti, a codesti temperamenti alquanto timidi che alle prove iniziatiche erano presi da spavento. Queste ragioni ci spiegano anche il motivo per cui la Scuola Alessandrina, sebbene tanto brillante, rimase troppo superficiale per essere atta a ricostituire la scienza egizio-caldea nella sua integrità; vi dominò l'elemento greco.

[Alessandro d'Afrodisias, distillatore dell'acqua marina e inventore del lambicco, che visse sotto Caracalla, cioè tra il II e il III secolo dell'E. V., non può essere da noi che accennato, perché ci mancano notizie sul suo conto e perché non levò gran grido [28]].


Zosimo, Panapolitano [o Monipolita], [III sec. dell'E. V. ?], richiama, per primo, la nostra attenzione tra gli ermetisti di cultura greca usciti dalla scuola alessandrina. Tutti gli alchimisti ne parlano col massimo rispetto e lo chiamano la Corona dei filosofi.
Gli vengono attribuiti vent'otto libri alchimia, molti dei quali sono andati perduti. Ecco i titoli di alcuni dei pervenutici:
I. Memorie autentiche di Zosimo, Panopolitano, nelle quali si tratta del mercurio filosofico, della metafisica, dell'alchimia e degli stretti rapporti che corrono tra queste e l'altre branche della magia. Zosimo esprime completamente le idee degli Gnostici.
II. Del Tribicus (lambicco a tre punte). V'è data la descrizione dell'apparecchio, corredata di una serie di figure esplicative.
III. Un trattato sull'Evaporazione dell'acqua divina che fissa il mercurio.
IV. Il libro della virtù. Sulla composizione delle acque.
Quest'ultima opera è una delle più importanti del Panopolitano. I simboli, degni d'osservazione, offrono al ricercatore perspicace la massima varietà.
Tra gli altri scritti di questo filosofo, conservati manoscritti alla Biblioteca nazionale di Parigi, sono degni di menzione:
Un sommario dell'Arte sacra e divina della fabbricazione dell'oro e dell'argento;
Il primo libro del compimento, nel quale Zosimo afferma che il regno egiziano è sussidiato dall'arte di far l'oro [29].
Un Trattato degl'Instrumenti e dei Fornelli [30].
Zosimo visse quasi sempre ad Alessandria. Poco dopo lui, eccelse Olimpiodoro, nativo di Tebe, e quindi africano, medico e alchimista.
Nel secolo IV troviamo una delle più importanti notorietà alchimiche, degna veramente di richiamare tutta la nostra attenzione: il vescovo Sinesio.
Nato circa l'anno 365 dell'era cristiana, Sinesio fu nominato, nel 401, vescovo di Tolemaide, nella Cirenaica, per difendere quella città dai barbari. Indipendentissimo di spirito, iniziato di grande valore ai misteri ermetici, non accettò l'episcopato cattolico che a patto di custodire nell'anima sua l'esoterismo religioso dei simboli. Non credette ai dommi contrari alla filosofia; ammogliato e cristiano da poco tempo, intese conservare la sua sposa e le sue opinioni. Questi due privilegi gli furono concessi. Non per questo mancò a' doveri della sua carica: fu amato dal popolo per la dolcezza e la grazia che metteva ne' racconti exoterici e stimato dai sapienti per la splendida tolleranza d'iniziato, che gli faceva amare la verità, sotto qualsiasi velame fosse nascosta, e rifiutare di gettarne le brillanti perle "ante porcos".
A dirla corta, Sinesio fu Gnostico [31]. Fu amico intrinseco della celebre Ipazia, che professava filosofia platonica ad Alessandria e che fu lapidata dai Cristiani verso il 415 [32].
Il vescovo di Tolemaide, che morì nel 490, lasciò parecchie opere notevoli, tra le quali un libro sui sogni e sulla loro interpretazione od Onirocritica e un altro sull'alchimia, eccessivamente originale. Fu tradotto in francese col titolo: Il vero libro sulla pietra filosofale, del dottor Sinesio, abate greco (Parigi 1612). Noi ne abbiamo riportata molta parte nel nostro volume: Come si diviene alchimista.

Archelao visse, all'incirca, in quella stessa epoca [secolo V]. Scrisse pochissimo, ma non per questo non fu reputato uno dei più coscienziosi ermetisti che siano vissuti. Esigeva da' suoi discepoli, oltre alle cognizioni teoriche, anche il dominio completo sulle passioni e sui desideri sensuali. Però non la poté contro la decadenza della filosofia ermetica e della cultura ellenica, decadenza che s'andava allora accentuando in Egitto.
Il Tempio di Serapide, centro della civiltà greca ad Alessandria, centro della cultura gnostica e dei lavori terapeutici, alchimici e magici, fu distrutto dai Cristiani e dai frati, per ordine ricevutone dall'Arcivescovo Teofilo [33].
La biblioteca [34] fu bruciata e la Scuola alessandrina scomparve per opera del più odioso fanatismo [35]. Il serapèo di Menfi e il tempio di Ftà, che celavano i laboratori, scomparvero del pari in quell'epoca.
I filosofi perseguitati ripararono in Atene e di là si sparsero per l'Arabia, dove trasmisero le dottrine della santissima gnosi e il sacerdozio ermetico a un certo numero di adepti arabi, i quali, nel secolo XIII, illuminarono i Latini, iniziandoli alle loro scuole, basate ancora sui principi dei templi egiziani [36]. Peraltro gli Arabi mantenevano già da molto tempo relazioni scientifiche con l'Egitto e con la Persia.
Jeber abu Musa Giafar Es-Sofi, o più brevemente Geber [o Giaber], fu il più celebre degli alchimisti arabi. Nacque ad Haran, nella Mesopotamia [37], alla fine del secolo ottavo. In quell'epoca la civiltà orientale brillava del massimo splendore e Bagdad, divenuta il centro delle umane cognizioni, sostituiva quasi Alessandria.
Giaber compì gli studi alla scuola di Edessa, che godeva giustamente molta reputazione. Vera insegnata la più parte delle lingue: il greco, il caldeo e il siriaco, e v'eran commentate l'opere de' più dotti filosofi.
Giaber non solo s'assimilò le parole dei maestri, -poca cosa, invero - ma si fece notare per la sua iniziativa nella scienza alchimica.
Paracelso l'ebbe in grande stima e lo chiamò magister magistrorum (Maestro dei maestri) [38]. Difatti la sua Summa perfectionis abbraccia, in modo originalissimo, tutta la spargiria. Egli indica, in termini perfetti, le qualità richieste per l'adeptato: volontà, perseveranza e pazienza, e ne commenta gli effetti sull'opera.
Versatissimo nella pratica, Giaber constatò la maggior parte delle nozioni sperimentali, delle quali andiamo oggi tanto orgogliosi. [Trovò la preparazione dell'acido nitrico e dell'acqua regia... conobbe - forse - i preparati della potassa colla calce, del sale ammoniaco e dell'alcool, non che la pietra filosofale, il sublimato corrosivo, ecc. ]. A lui spetta anche l'onore d'aver diffuso nel mondo profano il gusto per la chimica volgare, cioè per l'exoterismo della scienza ermetica. Fece far passi giganteschi alle conquiste industriali, pur conservando accuratamente, mediante uno scelto cenacolo, i segreti tradizionali della pietra trasmutatoria.
Il Compendio di perfezione di Giaber si trova, in latino, nella Biblioteca Chimica del Manget. Fu tradotto in francese e inserito nella Biblioteca dei Filosofi chimici del Salmon.
Dell'altre sue opere, meritano d'essere menzionati: il Testamento e il Trattato dell'alchimia [Lapis philosophorum]. Gli vengono attribuiti cinquecento scritti, dei quali però molti si sono smarriti e molti sono, senza dubbio, apocrifi.
Nell'840 dell'era nostra, venne al mondo a Rages, presso Ecbàtana, rhazes, razes o razi. Era figlio d'un mercante, chiamato Zaccaria. A vent'anni si mise a studiare filosofia, poi scienze naturali e medicina. Il suo iniziatore fu Tabri.

Dopo aver viaggiato in Siria, in Egitto e in Spagna, Razi si fermò a Bagdad, dove lavorò lungo tempo nei famosi laboratori chimici, installati colà dal califfo. Per la sua scienza, in breve, fu nominato capo dell'ospedale di quella città. Egli vi fece cure notevoli, applicando le nozioni alchimiche alla medicina. Pur nondimeno le sue occupazioni non gli impedirono di dedicarsi al suo studio prediletto: l'arte spagirica. [Conobbe l'olio di vetriolo ossia l'acido solforico]. Scrisse un trattato completo sull'Alchimia, posseduto adesso dalla biblioteca di Leida. Morì più che ottuagenario, circondato da cure rispettose e amorevoli.

[Questo sapiente fu tanto stimato, che nelle scuole mediche, anche dopo che fiorì lo studio salernitano, si continuò un gran pezzo a spiegare le sue opere, che facevano autorità al pari di quelle di Aristotele e di Avicenna].

In seguito, nel corso del secolo X, comparvero Moriano e Calid.
Moriano era Romano. Studiò dapprincipio nella città eterna sotto gli occhi del padre e della madre. Ma, avendo letto le opere d'Adfar, famoso filosofo alessandrino, fu preso dalla brama di conoscere la scienza santa, sicché lasciò la famiglia e si mise sotto la disciplina di quel maestro egiziano. Quando costui fu morto, Moriano si ritirò in un eremo, dal quale uscì allo scopo d'istruire il sultano d'Egitto, calid, principe intelligentissimo e curioso. Realizzò dinanzi a lui la trasmutazione metallica, poi, sdegnando qualsiasi ricompensa, tornò al suo ritiro. Allora Calid, disperato per la sua partenza, lo fece cercare dai propri ministri e pervenne a trattenerlo a corte. Ne divenne fedele discepolo e fu da lui iniziato ai segreti misteri.

[Dopo costoro, meritano menzione Alfarabi e Gerberto d'Aurillac. Il primo fu un celebre filosofo arabo, che morì nel 950, lasciando ai posteri la prima Enciclopedia che si conosca e un Trattato di Musica. A lui si assegna da alcuni il fatto da noi attribuito a Moriano, cioè che insegnasse al sultano Calìd il segreto della produzione dell'oro.
Gerberto d'Aurillac o di Soisson, monaco del monastero di Bobbio [39], fu maestro dell'imperatore Ottone III. Fu l'uomo più dotto dei suoi tempi. Alcuni lo vogliono celebre mago, altri semplice magista. Iniziato alla scienza sacra in Spagna, diffuse in Italia, mediante i suoi confratelli, l'uso delle cifre arabiche; poi - secondo che narrano le cronache - fu innalzato al seggio pontificale in virtù d'un patto stretto col demonio. Silvestre II godé poco dell'eccelsa carica: eletto il 2 aprile 999, morì il 13 maggio 1003].

Avicenna [in arabo abu ibn Sina] ci costringe a soffermarci ancora tra gli ermetisti orientali. Nacque nel 980 nei dintorni di Scivaz, piccola città persiana, [o ad Afsenna, nel canato di Bocara]. Mostrò talento precoce nelle matematiche e nella più sublime filosofia.
Come tutti gli adepti di quei tempi, praticò quella medicina che deriva direttamente dalla spargiria e dovette una desideratissima reputazione a numerose e sollecite cure [fu detto Principe dei medici. Fu anche astronomo. Dante lo nomina nel IV canto dell'Inferno:

....... e vidi......

Ippocrate, Avicenna e Galieno,
Averrois che 'l gran commento [40] feo.
(v. 143 e 144). ]

La sua fama crebbe maggiormente durante i viaggi che fece nell'Arabia e nella Siria, regioni che percorse da nomade. Alfine si stanziò a Ispahan, dove morì [nel 1037 o 1057]. [Altri però lo vuoi defunto ad Hamadan nel 1073. Questa notizia è più attendibile dell'antecedente]. Lasciò parecchie opere reputatissime, due delle quali sull'alchimia: il Tractatulus alchemiae e De conglutinatione lapidum [Sulla medicina lasciò i Libri quinque canonis medicinae].


***

Avicenna è l'ultimo filosofo orientale, il cui nome meriti di passare ai posteri. L'Egitto rimase asservito e silenzioso, la Grecia indifferente, la Persia e l'Arabia s'intormentirono sempre più. Alla sua volta l'Occidente ricevette la scintilla della verità, che doveva brillare del massimo splendore, grazie a potenti adepti isolati quali un Ruggero Bacone, un Alberto il Grande, un Raimondo Lullo e un Arnaldo da Villanova.
La trasmissione del verbo s'effettuò per mezzo delle crociate; la guerra dei principi latini contro i popoli orientali permise ai dotti delle varie nazioni di Europa di comunicare con le scuole arabe. Parecchi di loro, entusiasmati della profondità scientifica dei centri che visitarono, ottennero, col lungo andare, di essere iniziati, per lo meno parzialmente a certi principi, notissimi anche in quell'epoca ai discendenti di maghi. Lo stupido fanatismo dei crociati, che incendiarono magnifiche biblioteche per l'unico motivo che racchiudevano opere pagane, ebbe peraltro questo di buono, che permise alle terre latine di trarre nuovamente utilità dalla scienza tradizionale [41].
Allora furono create delle fraternità: I Templari, i Rosa-Croce e gli Alchimisti sono continuatori degli Gnostici, dei Filosofi alessandrini e dei Collegi di Tebe e di Menfi. Quanti crociati, recatisi in Asia per distruggere i Mussulmani e per saccheggiare i loro preziosi santuari, diventarono, in fine, umili discepoli dell'ermetismo arabo! Strano effetto delle leggi naturali: il male genera il bene, come alla sua volta il bene può sembrare generi il male. Non stiamo forse per vedere questi ultimi adepti dell'arte per eccellenza, fatti segno a odio indomabile, esser costretti a sottrarsi agli occhi della cristianità, per terminare i loro incompresi lavori? Li troveremo anche fra breve, sia isolati che riuniti in piccoli gruppi occultissimi, perseguitati senza tregua dalla minaccia della tortura e dal rogo, in nome della Santissima Inquisizione!
Salutiamo prima di ogni altro, con rispettosa ammirazione, il frate francescano Ruggero Bacone, uno dei più vasti intelletti esistiti.
"Questo frate, - scrive Luigi Figuier, - disconosciuto e orribilmente perseguitato mentre viveva, è la più grande figura scientifica dell'evo medio. Nessuno ha espiato più crudelmente di lui, la gloria di essere stato superiore a' suoi contemporanei e di aver preceduto di più secoli il cammino dello spirito umano. Ruggero Bacone trascorse gran parte della sua esistenza in prigione. Ora stette in una cella, dove, sottomesso a severa sorveglianza, non poté né scrivere né far calcoli senza destare sospetti, che diedero motivo a un aggravio di pena; ora in una prigione, dove subì i più vili e indegni trattamenti, come uno dei peggiori malfattori. E quale fu il suo delitto? L'ardente amore per gli studi e per l'indipendenza del pensiero".
Ruggero Bacone nacque nel 1214 [a Ilchester], nella contea di Somerset. Dopo aver studiato all'università di Oxford, si recò a quella di Parigi, dove soggiornò fino al 1250. In quell'epoca tornò a Oxford e risolse di prendere l'abito francescano. Quella determinazione fu la causa di tutte le sue sventure.
La confraternita dei frati cercanti non si componeva che d'individui votati all'umiltà e al digiuno, la più parte di bassa origine, convinti dell'infernalità di qualsiasi scienza. Sicché quando sorpresero il loro confratello, matematico e astronomo, a studiare perseverantemente Avicenna e gli autori arabi, quando lo sorpresero a eseguire ricerche di laboratorio, circondato da oggetti che li facevano rabbrividire, lo presero in antipatia.
Bacone non conosceva la dissimulazione. Amante entusiasta della verità, osò proclamare essere l'esperienza e l'osservazione della natura le sole autorità invocabili nelle scienze. Allora il generale dell'ordine, san Bonaventura [42], lo condannò a lasciare Oxford e ad esser imprigionato a Parigi, nel convento dei Francescani.
Lo sventurato Bacone, [il Dottore ammirabile, Doctor Mirabilis, il fondatore del metodo sperimentale e il creatore dell'ottica, l'inventore della polvere da cannone e fors'anche del telescopio e degli occhiali per i presbiti], fu sottomesso colà a crudele sorveglianza. Non poteva inviare al di fuori nessuno dei suoi manoscritti. Grazie, però, a un frate, a lui affezionato in modo speciale, poté avvertire della sua prigionia il papa, allora Clemente IV, mente illuminata ma timida. Costui gli scrisse una lettera consolatoria (!) e, in cambio, gli chiese il libro che stava preparando. Malgrado l'assoluto isolamento in cui era, a furia di coraggio e di perseveranza, a dispetto delle dispute delle quali era oggetto, sebbene fosse stato sotto chiave, Bacone riuscì a comporre l'Opus majus ad Clementum quartum, cioè un in-folio di 477 pagine.
Fra Giovanni, discepolo amatissimo del celebre alchimista, portò a Roma l'Opus Majus quando fu terminato, cioè nel 1267.
L'anno stesso Bacone scrisse e spedì al papa l'Opus minus, seguito dal suo primo lavoro. Poi cominciò l'Opus tertium. Clemente IV risolve allora - nel 1287 - di dar l'ordine formale della scarcerazione dello sventurato fisico! [43]
Tornato a Oxford, Bacone pubblicò il Trattato di filosofia, nel quale attaccò vivamente il clero e i predicatori. Però Clemente IV era morto: lo sventurato frate fu carcerato nuovamente fino al 1292.
Le opere di Ruggero Bacone emanano, lo ripetiamo, da uno dei più vasti talenti, de' quali possa andare orgoglioso il mondo dei pensatori. Esse devono essere ammirate tanto più, in quanto che si sa in quali penose condizioni furono composte.
Nell'Opus Minus si trovano due trattati alchimia, pratico l'uno, speculativo l'altro. (Lo specchio alchimico [44]). Gli altri sono: Alchimia major; Breviarium de dono Dei; De leone viridi; Secretum secretorum, Epistola de secretis operibus artis et naturae ac nullitati magiae.
[Bacone morì nel 1294].
Nel 1193 nacque a Lawingen sul Danubio, nel ducato di Neuburg (Svevia) Alberto, discendente d'una illustre famiglia - [i conti di Bollstaedt] - che gli uomini dovevano battezzare col nome di Grande. [Fu chiamato anche Albertus Magnus, Albertus Teutonicus, Frater Albertus de Colonia, Albertus Ratisbonensis, Albertus Grotus]. A trent'anni entrò ne' domenicani. La sua intelligenza s'era sviluppata lentamente; ma, appena ebbe trovata la via luminosa, progredì più lui in sei mesi, che non altri in sei anni. Della lentezza non gli rimase che la più feconda maturità nello studio delle scienze.
Nel 1245, dietro consiglio ricevutone dal capitolo dell'ordine, Alberto si recò a Parigi per ottenere il diploma di magister. Soltanto l'università di Parigi, a quell'epoca la più celebre di tutto il mondo, poteva conferire quel titolo, dopo avervi professato almeno tre anni. Alberto fu accompagnato nella capitale francese da uno de' suoi allievi, da Tommaso d'Aquino, il quale in seguito illustrò pure il proprio nome e fece onore alla memoria del maestro. [Dante li menziona tutt'e due nel X canto del Paradiso:

Io [45] fui degli agni della santa greggia
Che Domenico mena per cammino,
U' ben s'impingua [46] se non si vaneggia.
Questi, che m'è a destra più vicino,
Frate e maestro fummi; ed esso Alberto
È di Colonia, ed io Thomas d'Aquino.
(v. 94-99).


A Parigi s'acquistò immensa fama. Tanti erano coloro che accorrevano per udirlo, che dovette far scuola in quella piazza, che da lui fu detta di maestro Alberto (Maubert)].
Noi abbiamo ragione di supporre che fu durante la residenza a Parigi ch'Alberto ricevette l'iniziazione alchimica. Difatti la capitale francese fu in quell'epoca, come pure durante tutto il medio evo, il vero santuario dell'ermetismo occidentale. L'arte spargirica e i suoi adepti visti, da una parte, di malissimo occhio dalla maggioranza de' teologi, non perdevano per questo, dall'altra, di prestigio presso la folla beffarda ma paurosa, in tutto ciò che concerneva la magia. Un certo numero di dotti e di pensatori aderivano, del resto, in pectore, alla dottrina occulta; però siccome non era bene proclamare ad alta voce tali preferenze, pel motivo del perpetuo rogo, la cui fiamma covava senza mai estinguersi, così erano rari coloro che non nascondevano le loro personali convinzioni.
Alberto, al pari dei veri spiriti forti, seppe conservare la propria indipendenza, senza celare il suo pensiero, giacché, mentr'era vivo, acquisì la pericolosa riputazione di «Stregone» o d'«Alchimista», sinonimi in que' bei tempi.
[Il nostro teologo e alchimista domenicano fu fatto vescovo di Ratisbona da papa Alessandro IV e, dopo morto, fu beatificato].
Dopo molti esperimenti trasmutatori e chimici eseguiti, Alberto scrisse il Libro dei minerali o del segreto dei segreti [47]. In esso difende senza ambagi, la dottrina ermetica e fa conoscere che i metalli sono composti di un'umidità oleosa e sottile, unita fortemente e incorporata con una materia sottile e perfetta. In quanto alla trasmutazione, da parecchi brani del suo strano volume si rileva ch'egli la praticò con esito felicissimo.
Non ci fermeremo sui diversi manoscritti, dei quali il Grande Alberto fu sagace autore [48]; la sua scienza sembra essere stata universale giacché egli scrisse tanto sugli animali, quanto sulla fisionomia, tanto sul carattere, quanto sulle meteore [Fu infatti uno dei più fecondi poligrafi del medio evo; fu il Giaber del mondo cristiano]. L'opera sua comprende ventun volumi in folio [49]; è però più che probabile ch'egli si sia limitato a dirigerne la redazione, perché un tal lavoro oltrepasserebbe le forze umane.
La morte lo colpì a Colonia nel 1280, a oltre ottant'anni.
Tommaso d'Aquino nacque nel 1225 (o 1227) a Rocca-secca, presso Napoli, da famiglia signorile e morì nel 1273 o 1274 a Fossanova (Napoli) [fu detto l'Angelo delle Scuole, il Dottore Angelico e l'Aquila de' teologi. A diciott'anni indossò la veste dei domenicani e recatesi a Parigi, ebbe a maestro Alberto Magno]. A costui spetta l'onore d'averlo divinato e preparato. Noi non racconteremo la vita del celebre teologo e filosofo, perché riteniamo sia cognita a' nostri lettori [50]. Perciò ci limiteremo ad assegnare a san Tommaso d'Aquino un posto tra gli ermetisti e a citare il solo suo Tesoro d'alchimia, libriccino che dimostra la sua filiazione spirituale da Alberto il Grande [51]. È però improbabile che l'autore della Summa totius theologiae si sia esercitato nella pratica dell'opera trasmutatoria. [Dante Alighieri trasse da San Tommaso filosofia e teologia. Lo citò più volte nella sua celeberrima opera (Purgatorio, XX, versi 67-69; Paradiso, X, versi 94-99, da noi più sopra riportati; XII, v. 109-111 e 142-144; XIII e XIV)].
Alain de L'Isle, oriundo olandese, detto il Dottore Universale, fiorì verso il 1250 [fu teologo, filosofo, poeta, storico e alchimista]. Morì, secondo si crede, a più di cent'anni, nel 1298.
Studiò all'università di Parigi, durante un lungo periodo della sua vita, periodo ch'è restato quasi ignorato. Di lui s'ha una Raccolta d'aforismi sulla pietra filosofale, che si trova nel Teatro chimico; lo stile n'è pesante e oscurissimo.
Arnaldo da Villanova - [non si sa bene se sia Villanova d'Italia o di Francia, ma è preferibilmente da ritenere sia di quest'ultima] - fu un ermetista d'incontestabile valore. Nacque tra il 1235 e 1250 - molto probabilmente nel 1245 - in Provenza [o nell'Italia settentrionale], studiò ad Aix e poi si recò in Spagna. L'iniziazione alchimica gli fu, senza dubbio, conferita colà, dove in altri tempi pullularono numerosi occultisti. [Il loro gran focolare era Toledo, che diede nome alla scienza sacra (scienza toletana)]. A venticinqu'anni, nel 1270, Arnaldo fu laureato in medicina. Dopo avere esercitato qualche tempo a Villeneuve, fu attirato a Parigi. Si ritiene che, dopo aver soggiornato in quella città per oltre un decennio, tornasse a Montpellier. [Fu a Firenze, a Roma e in altre città d'Italia. Nel 1285 si trovava presso Pietro, re d'Aragona].
[Arnaldo, detto Arnaldus Catalanus, oltre a essere medico, chimico e alchimista di molta reputazione, fu anche astrologo e teologo. Pregiò più le opere di carità, di altruismo, di scienza, che le pratiche religiose. Questo modo di pensare lo chiarisce iniziato. Di lui fu detto che appartenesse a una setta pitagorica, ampiamente diffusa in Italia, specie nella Puglia e nella Toscana [52]. Fu maestro a Raimondo Lullo. Morì nel 1313 in mare, presso Genova].
In un cenno come il presente non c'è concesso di dilungarci sulla sua scienza terapeutica; però bisogna segnalare il suo ardire, come medico. Egli osò affrancarsi dalle usanze ufficiali, in quei tempi molto più inveterate d'oggigiorno, e porre le basi d'un metodo, originale di certo e spesso anche razionale.
Arnaldo da Villanova professò chimica a Barcellona, nel 1286, e operò molte trasmutazioni di mercurio in oro, tanto in Spagna, quanto appresso in Italia. I titoli delle sue opere spargiriche, giustamente molto apprezzate dagli adepti, sono i seguenti:

1° La strada delle strade [53];
Flos florum (Il fiore dei fiori);
Lettera al re di Napoli;
Novum lumen (La nuova luce);
Rosarium (Il Rosario);
Domande sull'essenza e sull'accidente.

Si trovano nel Theatrum Chemicum e nella Biblioteca Manget [54]

Con Raimondo Lullo arriviamo a una delle pagine più singolari e agitate della storia dell'alchimia. Quest'adepto dev'essere da noi considerato qual maestro de' maestri, del pari che, un po' più in là, nel corso de' secoli, l'illustre Paracelso.
Raimondo Lullo levò alto clamore non solo nel secolo XIII, ma in tutto il medio evo: fu considerato come un prodigio.
Nato nel 1235 a Palma, capoluogo dell'isola Maiorca, da un nobile guerriero, compagno d'armi del re aragonese Giacomo I, Raimondo menò - secondo l'usanza d'allora -fino a quasi trent'anni, vita oziosissima e dissipatissima. Dapprima paggio alla corte di Giacomo I, poi siniscalco, occupava i giorni, o meglio anzi le notti, a conquidere, quantunque ammogliato, ragazze e maritate. Una di costoro, a onta delle ripetute insistenze del giovane, mostrava essere d'incrollabile virtù. Egli conobbe il segreto della sua resistenza quando, stancatala con continue dimostrazioni d'affetto, la bella gli diede un appuntamento. Durante il convegno ella si sgangherò la fascetta e si denudò il petto. E, mostrando all'amante una delle mammelle, rosa da schifosissimo cancro, gli disse: "Raimondo, puoi amarmi così?"
Lullo, spaventato da sì ripugnante spettacolo, fuggì via con la disperazione nel cuore. Fin da quel momento risolse di consacrarsi a Dio solo e di adoprarsi alla conversione degli Arabi al cristianesimo. Egli mise nello studio l'ardore tolto a' piaceri, s'applicò indefessamente per conoscere profondamente non solo la lingua, ma anche la storia della religione, la filosofia e le scienze degli Arabi.
Lullo completò gli studi a Parigi, dove trovò Arnaldo da Villanova. Quest'avvenimento ci spiega facilmente la sua affiliazione alla spargiria ermetica. Fu precisamente in quella città ch'egli scrisse varie opere, trattanti di tale scienza.
D'indole randagia e inquieta, Lullo non rimaneva a lungo in un sito; trascorse l'esistenza viaggiando in Italia e in Spagna; poi, desiderando sempre di convertire gli infedeli al cristianesimo, s'imbarcò per l'Africa, nel 1292. Ma, catturato dai Turchi, ricuperò a stento la libertà e dovè ritornare in Europa, bandito dall'Oriente. Adorando sempre la sua chimera, malgrado i fastidi e le peregrinazioni, ripartì dall'Europa nel 1304, all'età di settant'anni, e poi anche più in là, nel 1312: visitò l'Egitto, Gerusalemme e Tunisi, predicando il Vangelo. A Bugia, la folla esasperata lo lapidò. Sottrattosi a stento al furore popolare, morì alcuni giorni dopo, in seguito alle ferite riportate. [Ciò avvenne nel 1313].
Fu negl'intervalli di quella vita emozionante e d'estrema attività che l'eccelso genio trovò modo d'ideare e di comporre le stupende opere, descrivendo gli esperimenti a più riprese felicemente riuscitigli [55]. Di lui abbiamo: La Clavicola [56] - Il sunto dello spirito della trasmutazione (Compendium animae transmutationis) - La dilucidazione del testamento - e il Vade-mecum o sunto delle tinture [57]

[Nel secolo XIII si distinsero anche i seguenti alchimisti:
Cristoforo, di Parigi.
Taddèo d'Aderotto, medico e filosofo fiorentino. Costui fu il fondatore della scuola medica di Bologna, nella quale insegnava nel 1250. È menzionato da Dante nel canto XII del Paradiso:

Non per lo mondo [58] per cui uno s'affanna [59]
Di retro ad Ostienso [60] ed a Taddeo,
(v. 82-83).

Morì il 1295 e lasciò molte opere[61]. Fu seppellito in un bel sarcofago di marmo nell'atrio de' frati minori, a Bologna.
Vincenzo Di Beauvais o Vincenzo Bellovacènse. Fu un erudito domenicano, maestro dei figli di Luigi IX di Francia (re dal 1266 al 1270).
Pietro de' Bonifazi, signore provenzale. Di costui si legge nelle vite de' trovatori che, tentata invano ogni arte magica per acquistar l'amore di una dama, lasciò l'amore e si diede all'alchimia, e s'affaticò tanto che trovò una pietra, che aveva la virtù di convertire i metalli in oro.
Alfonso X, detto il Sapiente (El Sabio 1252-1284), re di Castiglia e delle Asturie. Fu principe dottissimo, amò i sapienti, coltivò le scienze con passione e si tenne in relazione coi maestri arabi. Si dice, anche, ch'abbia fabbricato oro [62]; alcuni però pretendono ch'esso provenisse semplicemente dall'alterazione del titolo delle monete. Questo celebre re di Castiglia, che scrisse sull'alchimia in termini simbolici e cabbalistici, cioè con caratteri geroglifici propri alla scienza ermetica, usati all'epoca sua, pretese anche di possedere il segreto della trasmutazione dei metalli e dichiarò di avere imparato quella scienza da un Egiziano, fatto da lui venire appositamente da Alessandria [63].
Egli rivelò - cioè velò nuovamente, rivestì di nuovo - i segreti alchimici da lui conosciuti in un poema (egli era anche poeta) che intitolò il Libro del Tesoro.
Al suo proemio seguono trentacinque ottave in cifre che vengono offerte come chiavi di tutta l'opera. Nessuno è mai giunto a interpretare quelle cifre.
Noi citeremo una quartina del poema, d'interesse storico:

La pietra que llaman philosophal
Sabia fazer, y me la ensenò;
Fizimos la juntos, despues solo yo;
Conque muchas veces crecio mi caudal.


(Io sapevo far la pietra chiamata filosofale; egli - l'Egiziano - me l'insegnò; noi la facemmo insieme, poi la feci da solo. Fu in tal maniera ch'aumentai le mie finanze).
Anche l'opera alchimica Clavis sapientiae, dove si scorgono le dottrine arabe, è attribuita al re cavaliere; non sappiamo però con quanto fondamento.
Ad Alfonso X si deve inoltre un monumento astronomico, le tavole che prendono nome da lui, che furono usate universalmente fino al principio del secolo XVI, cioè per tre secoli, perché datano dal 30 maggio 1252, giorno del suo avvento al trono. Queste tavole, le quali, anzi ch'essere opera personale del re, furono probabilmente quelle de' molti astronomi arabi di Granata, che vivevano alla sua corte, furono pubblicate per la prima volta a Venezia, nel 1492, in un volume in-4° [64].
Questo sovrano, possessore della scienza orientale, fu dal pontefice trattato da empio e scomunicato.
Griffolino d'Arezzo. Costui si vantò con un tal Alberto, di Siena, di sapere l'arte di volare e promise d'insegnargliela. Ma lo scolaro, accortosi d'essere stato corbellato, accusò il maestro al vescovo di Siena, che lo fece bruciare vivo come negromante. Pare che Griffolino fosse alchimista falso e disonesto. Dante perciò lo pone nella decima bolgia, mettendogli in bocca queste parole:

Io fui d'Arezzo, ed Alberto da Siena
. . . . . . mi fé' mettere al foco;
Ma quel, perch'io morì, qui non mi mena.

Ver è ch'io dissi a lui, parlando a giuoco:
Io mi saprei levar per l'aere a volo:
E quei, ch'avea vaghezza, e senno poco,

Volle ch'io gli mostrassi l'arte; e solo,
Perch'io nol feci Dedalo, mi fece
Ardere a tal [25] che l'avea per figliuolo.

Ma nell'ultima bolgia delle diece
Me per alchìmia, che nel mondo usai,
Dannò Minos, a cui fallir non lece.
(v. 109-120).


Sono anche probabilmente da assegnare al secolo XIII i tre alchimisti italiani Garello d'Aquila, Guido da Castello e Niccolo da Firenze.
Costoro sono menzionati come maestri famosi nell'arte di sciogliere e di comporre i metalli. Il primo (degli altri non si sa nulla) partiva l'oro dall'argento con acqua forte composta di allume di rocca, salnitro e vetriolo romano. Forse furono semplici alchimisti exoterici, cioè souffleurs, garzoni di laboratorio, chimici].


Nel secolo XIV la scienza ermetica brillò di luce più vivida, che negli antecedenti. Allora era consuetudine atteggiarsi vagamente ad alchimista e una quantità di persone si vantarono con amici di possedere il segreto della pietra, mentre, in realtà, ignoravano fin la prima parola dell'Arte per eccellenza.
Quel giochetto non offre nulla di serio alla storia dell'alchimia e i nomi dei presuntuosi non meritano d'essere rilevati.
Il papa Giovanni XXII, (Giacomo d'Euse o d'Huéze, Duéze, Dossa, Dossat, d'Usia e d'Osa, nato circa il 1244 a Cahors e pontefice dal 1316 al 1344), che fu sedotto -secondo che si dice - dalla ricerca della Grand'Opéra, scrisse, pare [66] verso il 1300 l'Arte trasmutatoria dei metalli e realizzò su vasta scala la fabbricazione dell'oro. [Difatti si narra che, mediante il processo descritto nel suo libro, ottenesse dugento verghe d'oro]. Noi non oseremo garantire né la legittimità dell'opera, né quella dei lavori pratici [67]. Giovanni XXII fu un iniziato? Il sommo pontefice romano fu un adepto? È da ritenerlo. ["All'Università di Montpellier e a Parigi, dove imparò teologia, diritto e medicina, egli si trovò a contatto con Arnaldo da Villanova e con Raimondo Lullo, e potè perciò essere iniziato da questi due celebri occultisti, dai quali riceveva lezioni" [68]] Egli però non si giovò affatto della sua duplice elevatissima posizione, né pel bene degli uomini, né per quello della verità. [Difatti, nel 1317 lanciò contro gli alchimisti la bolla Spondent pariter; nel 1320 ne fulminò un'altra contro gli Adoratori del diavolo, nome col quale designò complessivamente stregoni e albigesi, nel 1327 fece bruciare l'astrologo Cecco d'Ascoli e nel 1328 fece processare il carmelitano Ricordi come fattucchiere. I roghi dell'Albigese completarono la collana delle sue opere umanitarie [69]].
Al pari di Giovanni XXII, Giovanni di Meung, mediocre scrittore, non attirerà gran fatto la nostra attenzione. [Costui, secondo alcuni, scrisse il Romanzo della rosa e due trattati alchimia. Secondo altri, egli aumentò soltanto di diciottomila versi tale romanzo, dovuto alla penna di Guglielmo di Lorris. Il Romanzo della rosa è una epopea alchimica, della quale i letterati francesi vanno sì alteri da paragonarla perfino ai poemi italiani. Certo è, peraltro, che le rose colte dal Meung e da Dante provengono dallo stesso rosaio: la scienza segreta del Templari. Il Lorris, nel suo idillio bisenso, descrive

. . . . . . . un nobile castello,
Sette volte cerchiato d'alte mura; [70]

- analogo, cioè, a' sette gradi de' gnostici cantori d'amore (i trovatori di lingua d'oc, provenzali e italiani; i troveri di lingua d'oil, francesi [71]; i minnesanger o minne singeri tedeschi e i love singers inglesi), - le quali mura sono altissime - come la verità celata nell'albigesismo - e tutte dipinte di figure emblematiche - come i geroglifici ermetici o le abraxas valentiniane - e racchiudono un misterioso giardino - la gnosi o scienza sacra - in cui non è dato accedere se non conosciuti i sensi segreti di quei geroglifici - cioè le verità esoteriche. Giovanni di Meung, o Iehan di Meun, detto dopimi (lo Sciancatello), morì tra il 1310 e il 1322].
Giovanni di Rupescissa fu, come il precedente, alchimista incerto, talché meriterebbe d'essere classificato piuttosto tra i chimici. [Spacciavasi profeta, parlava di due anticristi e cercava di crescere col mistero nel concetto degli uditori. Clemente VI (1342-1352) e Innocenzo VI (1352-1362), lo fecero imprigionare per le sue prediche. "Un suo libro, il Vade mecum in tribulatione, sta in un codice cartaceo della Marciana. Un suo manoscritto tratta di alchimia medica col titolo De famulatu philosophiae, sive de consideratione quintae essentiae. Dice di aver studiato filosofia naturale per quindici anni; desidera il suo libro giovi ai poveri di Cristo, non ai tiranni od agli avari, ad conservandam vitam longo tempore; vuole si studi con religiosa attenzione, altrimenti si riesce solo falsificatori di monete; loda come conservatrice delle forze l'aqua ardens, anima vini, acqua vitae; e se un vecchio ogni mattina beva un sorso di quest'acqua con infusa essenza d'oro e di perle, torna come all'età di quaranta o cinquant'anni [72]].
A noi tarda di venerare la memoria del grande filosofo ermetico Nicola Flamel. Del resto, chi non conosce la storia della sua esistenza, consacrata tutta al lavoro, alla perseveranza e alla beneficenza? I suoi particolari si possono trovare nella Storia della filosofìa ermetica del Lenglet-Dufresnoy e nell'Alchimia e alchimisti del compianto Luigi Figuier. Contentiamoci di riassumere i punti salienti d'una biografia.
Flamel venne al mondo [a Pontoise] nel 1330, secondo che generalmente si crede. Abbracciò la carriera di scrivano pubblico, prese moglie e si stabilì a Parigi, nel quartiere di San Giacomo della Beccheria. Colà trascorreva i suoi giorni accanto a Pernella, senza ambizione, assorto dalle proprie occupazioni, quando uno strano manoscritto, che si procurò nel 1357, produsse un completo cambiamento nel suo sistema di vita. Quell'antico libro d'Abramo Ebreo, scritto con geroglifici, simboli e linee miniate, gettò il turbamento nello spirito di Flamel. Egli non ebbe requie fino a che non pervenne a decifrarlo; però, essendo ignaro dei primi elementi dell'ermetismo, le sue veglie diedero sterili risultati. Sprecò più di vent'anni in tali pazienti ricerche. Vedendo che con le sole sue forze non riusciva a decifrare il significato delle figure, risolse di consultare un dottore ebreo, capace di dargliene la spiegazione, e partì per la Spagna. Colà incontrò un rabbino, il maestro Canches, che lo mise sulla via e che s'esibì d'accompagnarlo in Francia; disgraziatamente però morì strada facendo. Flamel, basandosi sulle incomplete istruzioni del dotto ebreo, lavorò ancora tre anni prima di comporre la tanto cercata pietra trasmutatoria! Non fece che tre proiezioni di polvere, consacrando a opere benefiche l'immensa ricchezza acquistata in tal maniera. Lui e Pernella fecero lasciti a diverse chiese [73], innalzarono conventi e ospedali, contentandosi per loro stessi d'una modesta agiatezza. Pernella morì nel 1413; Flamel poco di poi, nel 1419 [o secondo altre notizie, nel 1418]. Il suo libro colla Spiegazione delle figure geroglifiche [74] è interessantissimo; permette una quantità d'interpretazioni simboliche relative all'occultismo in generale e all'alchimia in particolare. Gli vengono attribuiti anche il Sommario filosofico e il Libro dei lavoratori o il Desiderio agognato, ma pare siano apocrifi. [Il Libro rosso e altre opere sono da escludersi totalmente come sue].
["Nel secolo XIV visse in Inghilterra Giovanni Dunbaley, che scrisse la Rosa aurea, ovvero il Rosaio, serie di sentenze tratte da vari autori; egli, come gli altri alchimisti, riteneva l'oro componibile, cioè misto di mercurio e di zolfo. Fu probabilmente un semplice dilettante d'arte spargirica"]. ["Bonaventura d'Iseo, ghibellino comunque frate, solenne e grazioso predicatore, ingegno universale, fu il principe degli alchimisti italiani [75]. Fu adoperato, come ambasciatore e paciere, in importanti negoziati; tenne nell'ordine alti uffici, viaggiò molto, predicò, scrisse libri ascetici, e il sunto delle sue esperienze è un volume sulla natura e sulla composizione dei metalli, ove insegna molte ricette per preparare acque cosmetiche, medicinali, ecc. "].
[Capocchio, nominato dal nostro sommo poeta, fu di fama indegna. Di lui poco o niente si sa. Chi lo vuoi senese, chi fiorentino e compagno a Dante - che visse dal 1265 al 1321 - nello studio della filosofia naturale. Venne arso a Siena come falsario:

Sì vedrai ch'io sono l'ombra di Capocchio,
Che falsai di metalli con alchimia;
E ten dee ricordar, se ben t'adocchio
Com'io fui di natura buona scimia
(Inferno, XXIX, v. 136-139).

Valentino Basilio, frate benedettino d'Erfurt, in Germania, uno dei più celebri adepti che siano esistiti, illustrò il secolo decimoquinto. [Viveva nel 1394. Distillando il vetriolo col sale comune, scoprì l'acido muriatico]. Non c'è da dubitare: egli fu iniziato all'ermetismo in una delle fraternità alchimiche della Germania. Parigi pure possedeva a quell'epoca un centro tradizionale.
In quell'epoca già in tutte le terre latine si formavano gruppi di esoteristi, all'intento di conservare intatta la dottrina millenaria. [Figurarsi dunque se tali associazioni potevano mancare nella Germania [76], dove da due secoli s'era stabilito l'Ordine Teutonico [77], tanto affine al templario, dopo essere stato per oltre cent'anni a contatto degli Arabi, conservatori - come si disse - della tradizione occulta]. Le Dodici chiavi e l'Azoth filosofico di Valentino Basilio devono essere annoverati tra i migliori scritti alchimici [78]. Il loro studio non sarà mai abbastanza raccomandato a' neofiti, perch'essi non li indurranno mai in errore. Le Dodici chiavi, tradotte in francese, fanno parte della Biblioteca dei filosofi chimici.

Lo stesso secolo vide apparire Isaac [o Isacco], Olandese, autore dell'Opere Minerali.
Bernardo Trevisano, che nacque a Padova nel 1406, ci mostra anche una volta quanto possano la pazienza e il lavoro incessante. Fin dall'età di quattordici anni egli si consacrò alla spargiria e tentò le più svariate ricette, senza scoraggiarsi per gl'insuccessi. Veramente, il Trevisano non fu che un alchimista exoterico, ma fu tale disinteressatamente, sicché è degno della stima universale. Era ricchissimo e profuse tutti i suoi beni nei crogioli per cercare la pietra filosofale. [Ma, non potendola trovare da sé, ricorse a un cotal confessore di Federico III imperatore, in grido di possederla. N'ebbe una ricetta e gli parve toccare il punto col dito, ma eseguita appuntino, trovò l'argento diminuito nella storta. Non si disanima. Vecchio di settantadue anni va di luogo in luogo e capita a Rodi, dove delle molte sostanze non gli restava più un quattrino, sol gli restava la fede nell'alchimia. Si fa scolaro per tre anni di un frate, e seppe poi dal medesimo il segreto della scienza ermetica, che cioè: Natura contiene natura e natura si fa gioco di natura [79]], il che significa che non è possibile accoppiare un cavallo con una balena... un metallo con una pianta... Bernardo Trevisano ha lasciato tre opere: Il libro della filosofia naturale dei metalli [80]. - La parola abbandonata. - Della natura dell'oro [81]. Morì nel 1490.
Citeremo, per semplice memoria, i nomi di Norton, di Riplay, di Tritemio [82], d'Agrippa [83], [di Berigardo da Pisa [84] e di Giovanni van Eyck [85] che non è possibile considerare come seri adepti dell'ermetismo; così arriveremo al maraviglioso Paracelso, allo spirito, al carattere più originale, che si poté mai trovare, ma anche al più ardito e al più potente.
Quest'uomo ammirabile ebbe una quantità considerabile di avversari; nessuno fece progredire la scienza più di lui, la qual cosa ci spiega il motivo delle animosità delle quali fu e resta tuttora oggetto. Diciamo pertanto che la sua memoria principia a essere riabilitata; se si potessero leggere le opere sue, tradotte in volgare dal latino barbaro nel quale sono state scritte, Paracelso s'accattiverebbe, a colpo sicuro, la stima di una quantità di pensatori, che l'ignorano! Emettiamo il voto che qualche fervente occultista intraprenda presto la pubblicazione delle opere di costui, che fu uno de' più vasti ingegni della Terra.
Paracelso visse dal 1493 al 1541.
Venne al mondo a Einsiedeln, presso Zurigo, e si chiamò effettivamente Aurelio Filippo Teofrasto Bombast da Hohenheim; Paracelso fu un soprannome che gli fu dato in seguito.
Fin dalla giovinezza sentì trasporto per la medicina; ma appena ebbe sentore della scolastica che costituiva allora, come anche adesso, il fondo della scienza, risolse di rinnovare i sistemi tenuti e, basandosi sui precetti della spargiria, ricostituì la terapeutica razionale, integrale, l'omeopatia ermetica. Paracelso ci sembra una stupenda figura d'iniziato. Indifferente agli attacchi, che da ogni parte gli venivano lanciati, con la forza che da un'incrollabile convinzione, quel profondo alchimista si mise a scacciare dal tempio della medicina soltanto i mercanti che vi si trovavano.
Durante la malattia d'una persona egli, invece di rivolgere tutte le cure al fisico, agiva sul corpo astrale [sull'anima] del malato, ben sapendo che la dinamica governa tutto il corpo e che, mediante i suoi influssi o i suoi afflussi, si riconduce l'equilibrio normale. Il solfo [lo spirito], il sale [l'anima], il mercurio [il corpo]: tali erano i principi a' quali ricorreva, corporificandoli in droghe e in elisiri a convenienti diluizioni, per guarire l'anima e quindi, per mezzo di essa, il corpo che ne dipende, invece di curare direttamente il corpo, come facevano i suoi confratelli empirici.
Paracelso ["si educò nell'opposizione e ne' vasti confronti, perché da prima cantava nelle vie come Lutero, indi viaggiò persino nell'Egitto e nella Tartaria, onde, preludendo a Cartesio, scrisse la libertà e l'esperienza essere basi uniche alla scienza, e la natura essere il massimo alchimista, perché la vita è la trasformazione dei corpi per eccellenza"]; esercitò a Zurigo e poi a Basilea, dove la sua riputazione crebbe immensamente, con disperazione de' suoi colleghi, meno avveduti di lui.
In quella città [abbruciò, nel 1527, i vecchi libri di medicina per sostituirvi lo studio della natura [86]] aprì corsi; però la più parte degli editori fu allontanata da lui dalla maniera ardita ch'aveva di professare, dalle sue uscite originali, ma sempre giuste, contro la medicina di quei tempi, e dalla bizzarra e confusa maniera di esprimersi.
Versatissimo nell'ermetismo, Paracelso conobbe la trasmutazione dei metalli, praticò la palingenesi e si diede all'evocazioni astrali. Questi esperimenti ci dimostrano ch'egli possedè un potere adeptale poco comune in altri.
I suoi detrattori l'accusarono di libertinaggio e d'ebrietà; niente ci autorizza a supporre ben fondate queste accuse, suscitate da gelosia di professione.
Il Lutero della scienza - come lo chiama il Michelet - ritiratesi a Strasburgo, dove menò, a ogni modo, esistenza laboriosissima, vi morì [nel 1541] nel vigore dell'età, a quarantotto anni, consumato senza dubbio dal lavoro e dalla lotta.
Le sue opere alchimiche sono: Il cielo dei filosofi. - Trattato della natura delle cose. - La tintura dei fisici. - II tesoro dei tesori [87].
In medicina scrisse una chirurgia - [Opera medico-chimico-chirurgica] - che non è stata mai tradotta. Lo stile immaginoso e scorretto dell'autore e gli strani barbarismi de' quali è piena allontanano anche i più volenterosi lettori. Ma, quante sorprese! quante perle preziose celano quegl'inganni tesi alla pazienza e all'iniziativa dei neofiti!
[L'introduttore della chimica nella farmacia ci lasciò anche l'opere seguenti: De secretis natura mysteriis. - De spiritu planetarum occulta philosophia - Paradoxorum tomi XIV. Inoltre molte opere corrono ingiustamente sotto il suo nome] [88].

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NOTE

[1] Dall'Hyperchimie del 1897-98. Il traduttore ha distinto le sue aggiunte al testo con parentesi quadre e le sue note con speciali dizioni.

[2] dell'arabo al-Kimia - al Chimia o alchimia la chimica - e un de al-Kimisia, che dalla stessa parola collana raddoppiata richiedente l'accento tonico nella vocale della seconda sillaba. Dunque diremo sempre alchìmide, come gli Arabi nostri maestri in quella scienza, e come Dante. (N. d. T.)

[3] L'alchimia e la palingenesi. (N. d. T.)

[4] La terapeutica occulta e l'ermetismo. (N. d. T)

[5] L'estasi e la profezia.(N. d. T.)

[6] I primi tre termini dell'essere sono: la materia, l'anima e lo spirito.(N. d. T.)

[7] Dunque Ermete significa vivificante, animatore ed ermetismo vale vitalizzazione. (N. d. T.)

[8] Rivelazione, nel senso giusto della parola (rivelare [velare di nuovo] in opposizione a svelare).

[9] Forse esiste anche un grand'iniziato, chiamato Ermete; ma Tot dinotava, anzitutto, l'iniziazione egiziana, il Christos divino.

[10] Come da noi il Trecento, il Quattrocento, il Rinascimento, il Risorgimento, considerati nelle loro manifestazioni complessive. (N. d. T.)

[11] I geroglifici, veri pentacoli, avevano un senso positivo o materiale, uno comparativo o allegorico e uno superlativo o divino. Le scritture egizie erano tre: demotica o epistolografìca, ieratica o scientifica e geroglifica o ammonea. (N. d. T.)

[12] Piano, in questo caso, significa divisione del cosmo. (N. d. T.)

[13] Mediante la reintegrazione e il sacrifizio. (N. d. T.)

[14] Collo sdoppiamento, proiettando l'anima fuori del corpo. (N. d. T.)

[15] La trasmutazione alchimica avveniva dopo avere ottenuto l'animica e la morale. (N. d. T.)

[16] I collegi sacerdotali erano università di studi. L'antichità non conobbe università laiche; tutto l'insegnamento superiore era nelle mani dei sacerdoti. (N. d. T.)

[17] L'iniziazione egizia (Krata Repoa) comprendeva otto gradi: Pastoforo (Apprendista), Neocoro (Compagno), Melanoforo, Cristoforo, Balahate, Astronomo, Profeta e Demiurgo (Ispettore). I primi tre costituivano l'insegnamento inferiore (iniziazione isiaca); i restanti, il superiore (iniziazione osiridea). (N. d. T.)

[18] Lenglet-Dufresnoy, Histoire de la Philosophie Hermétique, voi. I, p. 13.

[19] Il popolo non conosceva che il demotico (lett. popolare; il corsivo). I geroglifici gli venivano spiegati dai sacerdoti nelle solennità. I sacerdoti inferiori riconoscevano il demotico e lo ieratico (lett. sacerdotale). - Gl'iniziati possedevano anche la cognizione del sistema geroglifico (lett. incisione sacra; il lapidario). Questi caratteri amunei e sacri costituivano propriamente una sigla misteriosa, comunicabile ai soli jerofanto, perché magica, cioè evocatoria. Essi rappresentavano foneticamente le parole della lingua adamica, o sacra; della lingua del Vero o delle idee, nota agli Amonei (Figli di Amun o del Padre, perch'Amun vuol dir, tra l'altre cose, padre cioè: Discendenti dal capostipite della razza sacerdotale, sacerdoti) o adepti di tutto il mondo: agli Egiziani, agli Etiopi, agli Assiri, ai Greci, agli Etruschi, ai Celti, ai Baschi, ecc. (V. De Brière, Essai sur le symbolisme antique, pag. 25, 30 nota 1, 78, 81 nota, 93). (N. d. T.)

[20] Si consulti lo stupendo libro di E. Schuré: I Grandi Iniziati (Mosè)

[21] Gli Esseni del Monte Moria ricevettero la tradizione dai Recubiti, il cui capo fu Gionadab, e costoro alla lor volta l'ebbero da'Cheniti, il cui capostipite fu Getro, suocero di Mosè. Dagli Esseni derivarono due fratellanze: i Cabbalisti, ebraizzanti, e gli Gnostici, cristianizzanti.

[22] Vedi Renan. - E. Ledrain.

[23] San Giovanni Evangelista, ch'era iniziato, fu un discepolo della scienza ermetica.

[24] La tradizione passò dall'India nell'Etiopia e da questa nell'Egitto. I ginnosofisti di Meroe erano fratelli de'ginnosofisti indiani. Memfi imperò da Meroe. Mosè stesso dovette il suo potere alle cognizioni scientifiche acquistate durante la sua dimora nel paese di Getro o Cheni. (V. Saint-Yves d'Alveydre, Mission des Juifs). (N. d. T.)

[25] Vedi Giamblico, De Mysteriis aegyptiorum. (N. d. T.)

[26] Attento, acuto lettore! (N. d. T.)

[27] Pitagora è il più grande iniziato greco all'esoterismo egiziano (VI secolo av. Cr.). [A lui seguivano Aristotile, lo Stagirita (384-322 av. Cr.) al quale sono attribuite molte opere che trattano d'alchimia; e il medico Dioscoride (I sec. dopo Cr.), che pei suoi scritti sulla virtù delle erbe, sulle piante, sulle pietre, sui veleni e sui loro rimedi, e per le sue operazioni chimiche, fra cui la separazione del mercurio dal cinabro, godette gran fama per tutta l'età di mezzo.

[28] Humboldt, Examen critique, ecc. II, 300 in nota.

[29]Cfr. con quanto scrive il Bosc alla pag. 56 del suo pregevole libro: Isis dévoilée. (N. d. T.)

[30] V. Berthelot: Les origines de l'Alchimie.

[31] Cristiano iniziato, come San Giovanni Evangelista, Gesù e San Pietro. (N. d. T.)

[32] Questa prima martire della gnosi deve la sua palma al buon vescovo Cirillo, che incitò la bruzzaglia a rapirla, a trascinarla nel vestibolo della chiesa, a denudarla, a lapidarla e a bruciare i brani del suo vergine corpo, assistendo impassibile a tanto scempio.
Permettendo e consigliando opera sì nefanda, egli si liberò da una temuta rivale. Fu una vittoria o una rappresaglia del cattolicesimo verso lo gnosticismo?
La stessa orda, qualche tempo prima, s'era pure scagliata sugli Ebrei della stessa Alessandria, li aveva fugati e n'aveva menato strage, dopo averli derubati. Così, fin da'primi secoli dell'E.V., il cattolicesimo inaugurava, contro i suoi pacifici oppositori, un sistema di... difesa, che doveva dare, in seguito, ottimi risultati: gli Albigesi, i Valdesi, gli Ugonotti insegnino. Il calcolo, però, non tornò: i martiri del libero pensiero avevano un'anima e un ideale, che si incarnarono in Lutero, in Voltaire e in Diderot, sicché, col trascorrere dei secoli, le vittorie si scambiarono in sconfitte. - L'umano patriarca d'Egitto, Cirillo, fu santificato. (N. d. T.)

[33] Ciò avvenne nel 390, all'epoca dell'imperatore Teodosio. La biblioteca alessandrina, fondata dai Tolomei e arricchita da Marc'Antonio coll'incorporarvi quella di Pergamo, era stata già molto diminuita dal doppio incendio del Bruchion (il quartiere dov'era situata) avvenuto sotto Giulio Cesare e Aurelio. (N. d. T.)

[34] La nuova biblioteca, costituita da libri raccolti dopo l'incendio dell'antica, che stava nel tempio di Serapide. (N. d. T.)

[35] Nel 641 d. C., per ordine di Amr, generale del Califfo Ornar. (N. d. T.)

[36] Questi principi erano, peraltro, molto limitati: nessun centro iniziatico riuscì mai a ricostituire la scienza colossale dei maghi faraonici, la sintesi, insegnata nei santuari delle piramidi, comprende le arti magiche, le politiche e le religiose. La civiltà gizia fu d'uno splendore senza pari, grazie alla influenza capitale della tradizione esoterica. Le sue ruine non troveranno più chi le restaurerà!

[37] Secondo altri autori, nacque a Thus (Persia). C'è pure chi lo vuol greco di nazione e di religione, quindi convertitosi all'islamismo. (N. d. T.)

[38] Gli Arabi l'appellavano Re Giaber. (N. d. T.)

[39] Fondato da San Colombano. È nella provincia di Pavia.

[40] Il commento d'Aristotile.

[41] Diciamo nuovamente, perché i druidi, figli dei maghi indù e indiani, l'avevano rivelata nella Gallia durante molti secoli; del resto i loro precetti persistettero, sopratutto sotto la forma di miti popolari. [In Italia la Scienza Sacra fu rivelata da Numa Pompilio. Non bisogna dimenticare che i fulgurarì etruschi erano fratelli de' druidi delle Gallie; i Tusci furono Celti e Roma è città etrusca, cioè celtica. La religione exoterica fu introdotta nella nostra Urbs ai tempi di Tarquinio Prisco e vani furono gli sforzi dei sacerdoti del culto ortodosso per impedire l'invasione del gentilesimo, ch'era, rispetto a quello, ciò che la frazione è rispetto all'unità, ciò che l'estetica è rispetto alla psicologia, ciò che l'apparenza è rispetto alla realtà].

[42] San Bonaventura (Giovanni di Fidanza, detto il Dottore Serafico) ( 1221-1274) fu dottore della chiesa, teologo, cardinale e legato pontificio al concilio di Lione. Lasciò varie opere, tra le quali si citano i Cantici e la Bibbia pauperum. (N. d. T.)

[43] In questa notizia c'è una svista. Clemente IV morì nel 1271 e a lui seguì Gregorio X. Nel 1276 fu assunto alla tiara Innocenzo V, seguito l'anno stesso da altri due papi, da Adriano V e da Giovanni XXI. Nel 1277 ascese il soglio Nicolo III, nel 1281 Martino IV, nel 1285 Onorato IV, nel 1288 Nicolo IV, e nel 1294 San Celestino V. Dunque Bacone fu fatto scarcerare da Onorato IV e rimprigionare forse dallo stesso, ma più probabilmente da Nicolo IV. Fu messo nuovamente in libertà sotto quest'ultimo papa e morì a' tempi di Celestino V o Bonifacio VIII, elevati ambedue al seggio pontificio nel 1294. (N. d. T.)

[44] Tradotto in francese da Alberto Poisson, nei suoi Cinque trattati d'alchimia (Parigi, Chacornac, un volume).

[45] San Tommaso d'Aquino.

[46] La via di Damasco, feconda d'illuminazione.

[47] Gli dobbiamo anche un Trattato d'alchimia e l'Accordo dei filosofi, come pure la Via delle vie, che si può leggere nei Cinque trattati d'alchimia del compianto Poisson.

[48] A lui viene attribuita una celebre opera alchimica intitolata Semita recta; la altri la rifiutano come sua. (N. d. T.)

[49] Pubblicati a Colonia nel 1621 e in parte ristampati a Berlino nel

1867. (N. d. T.)

[50] La notizia che Tommaso spezzò un autòma mirabile, costruito d'Alberto, perché lo ritenne opera diabolica, va messa tra le favole. L'automa (libertino non era altro, che un soggetto magnetizzato.

[51] Anche il trattato Dell'essere o dell'essenza dei minerali non è privo d'interesse, perché l'A. accenna in esso a vari fatti e a varie esperienze importanti, come p. es. la colorazione del vetro col fumo del legno d'aloè, o col mezzo di vari ossidi metallici. (N. d. T.)

[52] V. Brucker, Hist. crit. ecc. vol. III, lib. II, cap. 3° e Ozanam, Dante e la filosofia cattolica, Milano, 1841, p. 51.

[53] Si trova nei Cinque trattati alchimici del Poisson.

[54] Confrontare l'interessante studio del Dr. Marco Haven, Vita e opere del maestro Arnaldo da Villanova. (N. d. T.)

[55] Di lui si afferma che essendo prigioniero d'Enrico III nella torre di Londra, vi fabbricasse pel volere di sei milioni d'oro, coi quali si coniarono le monete dette nobili della rosa. (N. d. T.)

[56] Fu tradotto dal latino in francese da Alberto Poisson e pubblicato nel suo libro: Cinque trattati alchimici.

[57] Assai curioso libretto è, fra moltissimi altri che trattano dell'alchimista palmese, quello intitolato Glosa sopra Raimondo Lullo e sopra la turba filosofica per prodursi oro et argento mediante la natura e l'arte dilucidata dal nobile Scipione Severino Napolitano, Venezia 1684, che sta nella Misceli. P. F. Benvenuti a Med. conventui S. Ambrosii ad Nemus, nella Braidense. (N. d. T.)

[58] Non per le vanità mondane.

[59] La gente s'affanna.

[60] Cardinale commentatore delle decretali.

[61] Petrocchi, Piccolo dizionario enciclopedico.

[62] Hoefer, Storia della chimica, T. I, pagina 384.

[63] Si consulti l'opera del Bouterweck.

[64] Dall'articolo "Un ermetista poco noto", del signor I. Marcus de Vèze (Ernesto Bosc), pubblicato nel numero 124 del Volle d'Isis (12 luglio 1893).

[65] Dal vescovo di Siena.

[66] Altri attribuisce il libro a Giovanni XXI o a Giovanni XXIII. (N. d. T.)

[67] A tal papa è attribuito anche il libro L'elisire dei filosofi. (N. d. T.)

[68] Ch. Roussel, lean XXII, P. 15.

[69] Si consulti l'eccellente studio del sig. Luigi Esquieu, Jean XXII et les sciences occultes (Cahors, 1897), dal quale sono state tratte quasi tutte le aggiunte a questa biografia, nonché Iean XXII, sa vie et ses oeuvres d'aprés des documenta inédits, di V. Verlaque.

[70] Dante, Inferno, IV, v. 106-107.

[71] I trovatori o trovèri, quando non sapevano musicare e cantare le loro canzoni, erano accompagnati da menestrelli o giullari.

[72] Questo manoscritto del Rupescissa è posseduto a Brescia dal prof. Picei; vedi Rosa, Il vero nelle scienze occulte, pag. 79 (Brescia, 1870).

[73] "Nelle chiese e cappelle, fatte costruire dai Flamel, si vede l'immagine del marito accompagnata da figure simboliche e da croci misteriose". V. Villain, Hist. crit. De N. Flamel, Parigi, 1671. - Eliphas Levi, Hist. de la Magie, p. 342. - Albert Poisson, Histoire de Nicolas Flamel. (N. d. T.)

[74] Si trova nella Biblioteca dei filosofi chimici del Salmon e nel libro del Poisson, citato nella nota antecedente.

[75] Rosa, op. cit., pag. 67 e seg.

[76] Di una s'ha notizia: la scuola magica di Cracovia (Polonia). Esisteva allo scorcio del secolo XV e godeva molta rinomanza. Faust v'andò a studiare divinazione, arte di comporre filtri e negromanzia: questo si sa dalla sua storia.

[77] L'Ordine Teutonico fu istituito da Walpol nel 1190 in Terrasanta, per assistere i poveri e gli ammalati tedeschi. Venne trasportato in Germania nel secolo XIII. Si può ritenere che fosse gioannita come il templario. I suoi affiliati, dapprincipio soli Tedeschi, vestivano di bianco come i seguaci di quello, né da essi si distinguevano che alla croce nera. Celestino III li confermò sotto la regola di sant'Agostino e li dotò de' privilegi conferiti ad altri ordini. Furono soppressi nel 1809.

[78] Compose anche: Il carro trionfale dell'antimonio [e De Microcosmo].

[79] Vedi Cantù: Gli eretici, disc. XXXIII, eRacc. star, e mor., pagine 285 e seg.

[80] Pubblicato nel voi. II della Biblioth. des philosophes chimiques.

[81] Altri autori gli attribuiscono pure l'opere seguenti: De chemia - Il grandissimo segreto de' filosofi - De chemico miraculo - Opus chemicum - Turba philosophorum, eco.

[82] Giovanni Tritheim o Tritemio (1462-1516) nacque a Trittenheim, presso Treveri. Fu maestro a Cornelio Agrippa. Lasciò molte opere, tra le quali le seguenti: Steganographia; Trattato delle cause seconde; Tractatus chemicus; Axiomata physicae chimicae.

[83] Enrico Cornelio Agrippa ( 1486-1536), nato a Nettesheim, presso Colonia, morì a Grenoble. Fu soprannominato l'Arcimago e Trismegisto. Scrisse: De occulta philosophia; De incertitudine et vanitate scientiarum. In quest'ultima opera ripudia le idee esposte anteriormente.

[84] Di costui si sa che fu introdotto a studiare alchimia da uno dei tanti adepti erranti, che percorrevano l'Europa al principio dell'epoca moderna.

[85] Giovanni van Eyck (1386-1441), manipolando a Bruges oli per esperienze alchimiche. trovò modo di dipingere con colori impastati con olio naturale, cioè perfezionò la pittura a olio.

[86] Michelet, La Ligue, Parigi, 1857, pag. 49.

[87] Quest'ultimo fu tradotto per la prima volta dal latino in francese da Alberto Poisson (libro citato).

[88] In francese ci sono le traduzioni del Sunto della preparazione delle medicine e dei Quattordici libri dei paradossi, dovute tutt'e due al prof. Ernesto Bosc. (N. d. T.)


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